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Full text of "Le origini del melodramma : testimonian ze dei contemporanei"

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NOT  TO  BE  TAKEN 


LE  ORIGINI 


DEL 


MELODEAMMA 


TESTIMONIANZE  DEI  CONTEMPOMNEI 


raccolte    eia 


ANGELO  SOLERTI 


TORINO 

ELLI    BOCCA, 

EDITORI 

MILANO    -    KOMA   -   TIEENZE 

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1903 

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PROPRIETÀ    LETTERARIA 


Torino  —  Vincenzo  Bona,  Tip.  delle  LL.  MM.  e  dei  RR.  Principi  (9132) 


PREFAZIONE 


Quando  ripenso,  se  non  alle  difficoltà,  almeno  alle 
noie  incontrate  per  avere  alla  mano  le  testimo- 
nianze prime  e  contemporanee  sulle  origini  del 
melodramma,  mi  lusingo  che  questo  volumetto  che 
le  raccoglie  giunga  gradito  agli  studiosi. 

Le  stampe  musicali,  in  generale  tutte  assai  rare, 
non  si  trovano  che  in  alcune  delle  maggiori  biblio- 
teche; difficile  pertanto  è  l'usarne,  anche  perchè 
sono  escluse,  di  regola,  dal  prestito.  Ciò  forse  ha 
contribuito  a  ritardare  gli  studi  sul  melodramma, 
che  pure  è  forma  letteraria  tutta  nostra  e  che  fu 
per  oltre  un  secolo  e  mezzo,  se  non  la  piti  impor- 
tante, certamente  la  piìi  feconda  di  nostra  lette- 
ratura. 

Da  quando  fui  tratto  ad  occuparmi  di  questi 
studi  acquistai  la  convinzione  che  in  generale  troppe 
cose  sono  ignorate,  che  anche  alcune  idee  princi- 
palissime  ormai  tradizionali  debbono  essere  modi- 
ficate, che  è  necessario  tutto  un  lavoro  preparatorio 
d'indagine  e  di  ricerca,  prima  di  poter  assurgere 


VI  PREFAZIONE 


ad  una  sintesi  che  illumini  sotto  l'aspetto  letterario 
quanto  in  quello  musicale  teoricamente  e  storica- 
mente è  ornai  acquisito.  A  ciò  tuttavia  s'  oppongono 
difficoltà  non  lievi  di  tempo  e  di  luogo,  e  anche 
qualche  pregiudizio  che  perdura  nelle  biblioteche 
musicali^  non  senza  aggiungere  che  in  queste  sembra 
quasi  strana  la  ricerca  dei  libretti  e  dei  testi  let- 
terari, mentre  vi  sono  o  trascurati  o  tenuti  in 
'poco  conto. 

Ma  qualora  si  consideri  che  nel  melodramma 
poesia  e  musica  sono  strettamente  congiunte,  deve 
apparire  chiaro  che  una  storia  compiuta  di  questa 
forma  d'arte  non  si  potrà  avere  se  non  quando 
entrambe  le  parti  di  cui  si  compone  siano  in  egual 
misura  chiarite  e  ordinate. 

È  da  augurare  pertanto  che  giovani  studiosi, 
i  quali  si  trovino  nelle  condizioni  volute,  rivolgano 
le  loro  cure  a  taluno  dei  cento  autori  de'  quali 
poche  0  ninne  notizie  abbiamo  e,  queste  assodate, 
ne  valutino  V opera  con  equità,  rispetto  al  genere  e 
al  tempo,  senza  dispregi  troppo  facili,  senza  en- 
tusiasmi che  non  avrebbero  ragione. 

Con  ciò  sarà  arrecato  un  contributo  notevolissimo 
a  quel  periodo  di  storia  letteraria  generale  che  va 
dalla  morte  del  Tasso  al  Metastasio,  e  se  ne  potrà 
trarre  la  storia  particolare  del  melodramma  che  è 
gloria  tutta  italiana. 


A.  S. 


INDICE 


Prefazione pc^g-      v 

Alessandro  Guidotti.  —  La  rappresentazione  di  Anima 

e  Cor/jo  musicata  da  Emilio  de'  Cavalieri  [1600]  „       1 
Ottavio  Rinuccini.  —  Prefazione  a  V Euridice  [1600]  „     40 
Jacopo  Peri.    —   Dedicatoria  e  prefazione  a  l'Euri- 
dice [1600] «     43 

Giulio  Caccini.  —  Prefazione  a  V Euridice  [1600]     „     50 

—  Dedicatoria    e    prefazione    a    Le   Nuove   Musiche 

[1601-1614-1615] „     53 

Marco  da  Gagliano.  —  Dedicatoria  e  prefazione  alla 

Dafne  [1608] .76 

Filippo  Vitali.  —  Dedicatoria   e  prefazione  all'-^re- 

tusa  [1620] .90 

Giustiniani  Vincenzo.  —  Discorso    sopra    la    musica 

de'  suoi  tempi  [1628] „     98 

Severo  Bonini.  —  Estratto  dalla  Prima  parte  de'  Di- 
scorsi e  Regole  sovra  la  musica  .  .  .  «  129 
Pietro    de'   Bardi    Conte    di   Vernio.    —    Lettera    a 

G.  B.  Doni  sull'origine  del  melodramma  [1634]  „  143 
Pietro  della  Valle.  —  Della    musica  dell'età  nostra 

che  non  è  punto  inferiore,  anzi  è  migliore  di  quella 

dell'età  passata  [1640] „  148 

Appendice  :  Carro  di  fedeltà  d'Amore,  posto  in  musica 

da  Paolo  Quagliati  [1611]  .  .  .  .  „  180 
GiovAN  Battista  Doni.    —    Descrizione    delle    opere 

sulla  musica „  186 

—  Estratti  dal  Trattato  della  Musica  scenica    .         .195 
Appendice.  —  Bibliografìa  delle  prime  favole  per  mu- 
sica dal  1600  al  1640 .229 

Bibliografia  di  scritti  sull'origine  del  melodramma    „  251 


44H^.^.|.>|.44''ì''t''H4^4^4'4'44'4'4'44'44'4^4''t'4*^ 


ALESSANDRO  GUIDOTTI.  —  Prefazione  alla 
rappresentazione  di  Anima  e  Corpo  di  Emilio 
De'  Cavalieri  [1600]  (*). 

all'illustriss.^^  et  reverendiss."^  Signor 

Padron  mio  Colendissimo 

IL  S.  CARD.^'  ALDOBRANDINO 

camerlengo  di  s.  chiesa 

Il  desiderio  ch'io  ho  avuto  sempre  di  mo- 
strarmi grato  al  signor  Emilio  del  Cavaliere, 
gentiluomo  romano,  per  molti  obblighi  che  le 
tengo,  mi  ha  dato  ardire  di  mettere  alla  stampa 
alcune  singolari  e  nuove  sue  composizioni  di 
musica,  fatte  a  somiglianza  di  quello  stile,  col 
quale  si  dice  che  gli  antichi  Greci  e  Romani 
nelle  scene  e  teatri  loro  solcano  a  diversi  affetti 


(*)  RAPPRESENTATIONE  1  DIAN1MA,ETD1C0RP0\ 
Nuovamente  posta  in  musica  dal  Signor  Emilio  Del  Ca- 
vALLiERE  1  per  recitar  Cantando  |  Data  in  luce  da  Ales- 
sandro GuiDOTTi  Bolognese  |  Con  Licenza  de'  Superiori  1 
IN  ROMA  I  Appresso  Nicolò  Mutii  l'Anno  del  lubileo  MDC. 

In  considerazione  dell'estrema  rarità  di  questa  stampa, 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  1 


L  ORIGINE   DEL    MELODRAMMA 


muovere  gli  spettatori.  E  perchè  in  alcune  sue 
arie  particolari  par  che  abbia  imitato  (per 
quella  notizia  che  se  ne  può  avere)  appunto  l'uso 
loro,  et  egli  medesimo  pur  loda  che  sia  talora 
qualche  dialogo  pastorale  suonato  e  cantato  al- 
l'antica, come  s'è  detto,  ne  ho  voluto  mettere 
un  esempio  in  fine  di  quest'opera  (1)  il  cui  canto 


della  quale  si  conservano  due  soli  esemplari,  ho  creduto 
opportuno  con  questa  occasione  di  riprodurre  non  sol- 
tanto la  dedicatoria  e  la  prefazione,  nelle  quali  ho  am- 
modernata la  grafia  e  l'interpunzione,  che  interessano 
per  le  origini  del  melodramma,  ma  tutto  intero  il  testo 
della  rappresentazione  medesima,  valendomi  della  copia 
■esatta  eseguita  per  mio  conto  nella  Biblioteca  Universi- 
taria di  Urbino. 

(1)  Infatti  nell'ultima    carta,    prima   della    soscrizione 
tipografica,  è  scritta  una 

Aria  cantata:  et  sonata;  al  modo  Antico. 
Seguono  venti  battute  di  musica  di  tempo  ordinario 
scritte  a  tre  parti  e  comprese  in  sei  righe.  A  margine 
della  prima  riga  a  sinistra  si  leggono  le  parole  :  =  So- 
nata da  un  Flauto.  =  A  margine  della  seconda  e  della 
terza  :  =  Sonata  da  un  Flauto,  o  vero  dalle  Sordelline,  et 
è  il  proprio.  = 

Sopra  la  quarta  riga  si  leggono  i  versi  seguenti: 

Io  piango  Filli  il  tuo  spietato  interito, 
E  '1  Modo  del  mio  mal  tutto  rinverdesi 
Deh  pensa  prego  al  bel  viver  preterito; 

e  sotto  l'ultima  riga: 

Se  nel  passar  di  Lethe  Amor  non  perdesi. 

Viene  quindi  la  nota  tipografica:  IN  ROMA,  appresso 
Nicolò   Mutii,  1600.  Con  Licenza  de'  Superiori. 


l'origine  del  melodramma  3 

deverà  essere  accompagnato  da  dua  flauti,  ò  vero 
dua  tibie  all'antica,  che  noi  chiamiamo  sordel- 
line.  È  ben  vero  che,  avendo  l'occhio  il  S.  Emilio 
a  dar  la  maggior  perfezione  che  si  puotesse  a 
questo  genere  di  musica  affettuosa,  ha  giudicato 
conveniente  il  concertar  con  altri  stromenti,  per 
la  copia  che  n'abbiamo  a  tempi  nostri,  del  che 
si  parla  nell'epistola  a'  Lettori.  Ora  vedendo  il 
grande  applauso  che  universalmente  è  stato  fatto 
a  questo  signore,  che  abbia  potuto  con  la  sua 
industria  et  valore  ravvivare  quell'antica  usanza 
così  felicemente:  come  in  diverse  occasioni  s'è 
veduto,  particolarmente  nelle  tre  Pastorali,  che 
furono  recitate  alla  presenza  delle  Serenissime 
Altezze  di  Toscana  in  diversi  tempi:  nel  1590 
il  Satiro,  qual  fu  recitato  anche  un'altra  volta; 
e  lo  stesso  anno  la  Disperazione  di  Fileno  riti- 
ratamente, e  nel  1595  il  Giuoco  della  cieca  alla 
presenza  degli  Illustrissimi  Cardinali  Monte  e 
Mont'Alto  e  del  sereniss.  Arciduca  Ferdinando, 
con  molta  ammirazione,  e  meritamente,  non  es- 
sendo stato  da  quel  tempo  indietro  mai  da  per- 
sona alcuna  simil  modo  veduto,  ne  pure  udito: 
non  porrò  fra  quelle  la  rappresentazione  di 
Anima  et  di  Corpo  fatta  il  passato  Febbraro  in 
Roma  nell'Oratorio  della  Vallicella,  con  tanto 
concorso,  applauso,  e  manifesta  pruova  quanto 
questo  stile  sia  atto  a  muover'anco  a  devozione  : 
perchè  di  questa  ho  fatta  elezione,  che  sia  la 
prima  di  tutte  in  istampa,  acciò  che  il  secolare 
et  il  religioso  ne  possan  godere:  ho  voluto  de- 
dicarla a  V.  S.  Illustrissima  et  Reverendissima, 


l'origine  del  melodramma 


sapendo  quanto  le  sia  il  S.  Emilio  devoto  ser- 
vidore, et  quanto  ella  ami  le  virtù,  et  quanto 
sia  in  particolare  intelligente  della  musica,  et 
che  l'autorità  sua  la  renderà  sicura  da  qualsi- 
voglia opposizione.  La  supplico  intanto  non  abbia 
discaro  ch'io  mi  abbia  presa  tal  fiducia  in  con- 
sacrarle la  presente  opera,  che  tutto  è  proceduto 
dall'intera  devozione,  che  porto  in  servir  lei, 
sempre  alla  quale  inchinandomi  faccio  umilis- 
sima riverenza. 

Di  Roma,  alli  3  di  settembre  MDC. 

Di  V.  S.  Illustrissima  et  Reverendiss. 

Umilissimo  e  devotiss.  servidore 
Alessandro  Guidotti. 


l'origine  del  melodramma 


A'  Lettori 


Volendo  rappresentare  in  palco  la  presente 
opera,  o  vero  altre  simili,  e  seguire  gli  avverti- 
menti del  signor  Emilio  del  Cavaliere,  e  far  sì 
che  questa  sorte  di  musica  da  lui  rinovata  com- 
mova a  diversi  affetti,  come  a  pietà  et  a  giu- 
bilo, a  pianto  et  a  riso,  et  ad  altri  simili,  come 
s'è  con  effetto  veduto  in  una  scena  moderna  della 
Disperazione  di  Fileno,  da  lui  composta:  nella 
quale  recitando  la  signora  Vittoria  Archilei,  la 
cui  eccellenza  nella  musica  a  tutti  è  notissima^ 
mosse  meravigliosamente  a  lacrime,  in  quel 
mentre  che  la  persona  di  Fileno  movèa  a  riso: 
volendola  dico  rappresentare,  par  necessario  che 
ogni  cosa  debba  essere  in  eccellenza:  che  il  can- 
tante abbia  bella  voce,  bene  intuonata  e  che 
la  porti  salda,  che  canti  con  affetto,  piano  e 
forte,  senza  passaggi,  et  in  particolare  che  esprima 
bene  le  parole  che  siano  intese,  et  le  accom- 
pagni con  gesti  et  motivi  non  solamente  di  mani, 
ma  di  passi  ancora,  che  sono  aiuti  molto  efficaci 
a  muovere  l'affetto.  Gli  stromenti  siano  bene  so- 
nati, e  più  e  meno  in  numero  secondo  il  luogo, 
0  sia  teatro  o  vero  sala,  quale   per  essere  prò- 


l'origine  del  melodramma 


porzionata  a  questa  recitazione  in  musica,  non 
doveria  esser  capace,  al  più,  che  di  mille  per- 
sone, le  quali  stessero  a  sedere  commodamente, 
per  maggior  silenzio  e  sodisfazione  loro:  che, 
rappresentandosi  in  sale  molto  grandi,  non  è 
possibile  far  sentire  a  tutti  la  parola,  onde  sa- 
rebbe necessitato  il  cantante  a  forzar  la  voce, 
per  la  qual  causa  l'affetto  scema,  e  la  tanta  mu- 
sica, mancando  all'udito  la  parola,  viene  noiosa. 
Gli  stromenti,  perché  non  siano  veduti,  si  debbano 
suonare  dietro  le  tele  della  scena,  e  da  persone 
che  vadino  secondando  chi  canta,  e  senza  dimi- 
nuzioni, e  pieno.  E,  per  dar  qualche  lume  di  quelli 
che  in  luogo  simile  per  prova  hanno  servito,  una 
Lira  doppia,  un  Clavicembalo,  un  Chitarrone  o 
Tiorba  che  si  dica,  insieme  fanno  buonissimo 
effetto,  come  ancora  un  Organo  suave  con  un 
Chitarrone.  Et  il  signor  Emilio  laudarebbe  mutare 
stromenti  conforme  all'affetto  del  recitante;  e 
giudica  che  simili  rappresentazioni  in  musica 
non  sia  bene  che  passino  due  ore,  et  che  debbano 
distribuirsi  in  atti;  e  li  personaggi  vagamente 
vestiti,  e  con  varietà.  Il  passar  da  un  affetto  al- 
l'altro contrario,  come  dal  mesto  all'allegro,  dal 
feroce  al  mite,  e  simili,  commuove  grandemente. 
Quando  si  è  cantato  un  poco  a  solo,  è  bene  far 
cantar  i  cori,  et  variare  spesso  i  tuoni;  e  che 
canti  ora  soprano ,  ora  basso ,  ora  contralto, 
ora  tenore:  et  che  l'arie  e  le  musiche  non  siine 
simili,  ma  variate  con  molte  proporzioni,  cioè  triple 
sestuple,  e  di  binario,  et  adornate  di  echi  e  d'in- 
venzioni più  che  si  può,  come  in  particolare  di 


l'origine  del  melodramma 


balli,  che  avvivano  al  possibile  queste  rappre- 
sentazioni, siccome  in  effetto  è  stato  giudicato 
da  tutti  gli  spettatori  ;  i  quali  balli  o  vero  mo- 
resche, se  si  faranno  apparir  fuori  dell'uso  com- 
mune  avrà  più  del  vago  e  del  nuovo  :  come  per 
esempio  la  moresca  per  combattimento,  et  il 
ballo  in  occasione  del  giuoco  e  scherzo:  sì  come 
nella  Pastorale  di  Fileno  tre  satiri  vengono  a  bat- 
taglia, e  con  questa  occasione  fanno  il  combat- 
timento cantando  e  ballando  sopra  un'aria  di 
moresca.  Et  nel  Giuoco  della  cieca  ballano  e 
cantano  quattro  Ninfe,  mentre  scherzano  intorno 
ad  Amarilli  bendata,  ubidendo  al  giuoco  della 
Cieca.  Non  si  dice  già  che  non  si  debba  far  in 
ultimo,  con  buona  occasione,  un  ballo  formato:  ma 
si  avvertisce  bene,  che  il  ballo  vuole  dagl'  istessi 
che  ballano  esser  cantato,  e,  con  buona  occasione 
d'avere  stromenti  in  mano,  dagl'  istessi  anco 
suonato,  che  così  sarebbe  più  perfetto  e  fuori 
dell'ordinario:  come  quello  che  fece  fare  il  sig. 
Emilio  nella  commedia  grande  recitata  al  tempo 
delle  nozze  della  serenissima  Gran  Duchessa  di 
Toscana  nel  1588. 

Quando  la  composizione  si  distribuirà  in  tre 
atti,  i  quali  per  esperienza  fatta  devono  bastare, 
si  puotrebbono  aggiungere  quattro  intermedii 
apparenti,  compartiti  che  il  primo  sia  avanti 
del  proemio,  e  gli  altri  ognuno  sia  al  fine  del 
suo  atto  osservando  quest'ordine,  che  dentro  la 
scena  si  faccia  una  piena  musica  et  armoniosa 
sinfonia  di  stromenti,  al  suono  de'  quali  siano 
concertati    i    moti  dell'  intermedio ,    avendo    ri- 


l'obigine  del  melodramma 


guardo  che  non  abbia  bisogno  di  recitazione, 
come  non  avrebbe,  per  esempio,  rappresentan- 
dosi li  Giganti  quando  vollero  far  guerra  a 
Giove,  0  cosa  simile.  Et  in  ciascheduno  si  potrebbe 
far  quella  mutazione  di  scena  che  apportasse 
l'occasione  dell'intermedio  :  il  quale,  è  d'avvertire, 
che  non  può  esser  capace  di  descendenza  di 
nuvole,  non  potendosi  così  conformare  il  moto 
col  tempo  della  sinfonia,  come  acconciamente 
seguirebbe  dove  intervenissero  passi  di  moresca 
o  d'altri  balli. 

Il  poema  non  dovrebbe  passare  settecento  versi, 
e  conviene  che  sia  facile  et  pieno  di  versetti, 
non  solamente  di  sette  sillabe,  ma  di  cinque  e 
di  otto,  et  alle  volte  in  sdruccioli;  e  con  le  rime 
vicine,  per  la  vaghezza  della  musica,  fa  grazioso 
effetto.  E  ne'  Dialoghi  le  proposte  et  risposte 
non  siano  molto  lunghe  ;  e  le  narrative  d'un  solo 
siano  più  brevi  che  possano.  E  la  varietà  de'  per- 
sonaggi non  ha  dubbio  che  arricchisce  la  scena 
di  molta  vaghezza:  come  si  vede  ben'  osservato 
nelle  Pastorali  del  Satiro,  et  della  Dispera- 
zione di  Fileno,  che,  conforme  all'intenzione  del 
S.  Emilio,  si  contentò  comporre  la  nobilissima 
S.  Laura  Guidiccioni  ne'  Luchesini,  gentildonna 
lucchese;  la  quale  anche  pigliò  il  Giuoco  della 
Cieca  dal  Pastor  Fido  del  S.  Cavalier  Guarino, 
et  a  sua  propria  intenzione  quel  nobil  spirito 
molto  vagamente  accomodato. 


l'origine  del  melodramma 


Avvertimenti  per  la  presente  Bappresentatione 
per  chi  volesse  farla  recitar  cantando. 

Si  sono  poste  le  parole  senza  musica  in  ultimo, 
e  co'  i  numeri  conformi  a  quelli  che  sono  alla 
musica,  acciò  rendine  facilità  in  ordinarla  :  et  da 
detti  numeri  si  conosceranno  distinte  le  scene 
et  li  personaggi,  che  diranno  a  solo  et  insieme. 

Nel  principio,  avanti  il  calar  la  tela,  sarà 
bene  far  una  musica  piena  con  voci  doppie  e 
quantità  assai  di  stromenti  :  puotrà  servir  benis- 
simo il  madrigale  numero  86.  che  dice  0  Signor 
santo  et  vero:  il  qual'è  a  sei  voci. 

Calando  la  tela,  li  due  giovenetti,  che  avranna 
a  recitar  il  proemio,  saranno  in  palco:  et  reci- 
tato che  avranno,  comparirà  il  Tempo;  et  gli 
stromenti,  che  hanno  da  accompagnare  i  cantanti, 
mettendo  la  prima  consonanza,  aspettaranno  che 
esso  dia  principio. 

Il  coro  dovrà  stare  nel  palco  parte  a  sedere, 
e  parte  in  piedi,  procurando  sentir  quello  che 
si  rappresenta,  e  tra  di  loro  alle  volte  cambiar 
luoghi  et  far  motivi;  et  quando  avranno  da 
cantare,  si  levino  in  piedi  per  puoter  fare  li  loro 
gesti,  e  poi  ritornare  a  luoghi  loro:  et  essendo 
la  musica  per  il  coro  a  quattro  voci,  si  puo- 
trebbe,  chi  volesse,  raddoppiarle,  cantando  ora 
quattro,  et  alcuna  volta  insieme,  essendo  il  palco 
però  capace  di  otto. 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  2 


10  l'origine  del  melodramma 

Il  Piacere  con  li  due  compagni  sarà  bene  che 
abbiano  stromenti  in  mano  suonando  mentre 
loro  cantano,  et  si  suonino  i  loro  ritornelli.  Uno 
puotrà  avere  un  Chitarrone,  l'altro  una  Chitarrina 
alla  spagnuola,  e  l'altro  un  Cimbaletto  con  so- 
nagline  alla  spagnuola,  che  facci  poco  remore, 
partendosi  poi  mentre  suonaranno  l'ultimo  ri- 
tornello. 

Il  Corpo  quando  dirà  quelle  parole.  Sì  che 
ormai  alma  mia^  et  quel  che  segue,  puotrà  le- 
varsi qualche  ornamento  vano,  come  collana  d'oro, 
penna  del  cappello,  od  altre  cose. 

Il  Mondo,  et  la  Vita  mondana  in  particolare 
siano  vestiti  ricchissimamente  :  e  quando  saranno 
spogliati,  mostri  quello  gran  povertà  e  bruttezza 
sotto  a  detti  vestiti:  questa  mostri  il  corpo  di 
morte. 

Le  sinfonie,  et  ritornelli  si  puotranno  sonare 
con  gran  quantità  di  stromenti:  et  un  Violino, 
che  suoni  il  soprano  per  l'appunto,  farà  buonis- 
simo effetto. 

Il  fine  si  puotrà  fare  in  due  maniere,  o  vero 
con  un  ballo,  o  senza  :  non  volendovi  far  ballo, 
si  dovrà  finire  a  otto  co'l  verso,  eh' è  numero  91, 
raddoppiando  le  voci  et  istromenti  quanto  si  può. 

11  verso  dice.  Rispondono  nel  Ciel  scettri  e  corone. 
Volendo  finire  col  ballo,  si  lascierà  di  dire  il 

detto  verso  a  otto:  e  cominciandosi  a  cantare 
Chiostri  altissimi  e  stellati,  si  cominci  il  ballo  in 
riverenza  e  continenza  :  e  poi  segnino  altri  passi 
gravi,  con  trecciate  et  passate  da  tutte  le  coppie 
con  gravità:  ne'  ritornelli  si  facci   da   quattro. 


l'okigine  del  melodramma  11 

che  ballino  esquisitamente,  un  ballo  saltato  con 
capriole,  et  senza  cantare  :  et  così  segua  in  tutte 
le  stanze  variando  sempre  il  ballo  ;  e  li  quattro 
maestri  che  ballano,  puotranno  variare  una 
volta  gagliarda,  un'altra  canario,  et  un'altra  la 
corrente,  che  ne'  ritornelli  vi  vengono  benis- 
simo. Et  se  il  palco  non  fusse  capace  di  ballare 
in  quattro,  almeno  ballisi  in  due:  et  detto  ballo 
procurisi  che  sia  composto  dal  miglior  mastro 
che  si  ritrovi. 

Le  stanze  del  ballo  siano  cantate  da  tutti 
dentro  et  di  fuori  ;  et  tutti  gli  stromenti;  che 
si  può,  si  mettine  ne'  ritornelli. 

Avvertimenti  particolari 
per  chi  cantarà  recitando:  et  per  chi  suonava. 

Nelle  parti  per  cantare  si  troverà  alle  volte 
scritto  avanti  a  qualche  nota  una  delle  quattro 
lettere  g.  m.  t.  z.  quali  significano  quello,  che 
qua  sotto  per  esempio  sarà  posto. 

[Seguono  otto  battute  di  musica,  contenute  in  due 
mezze  righe,  dove  si  vede  che  alle  lettere  suddette  cor- 
rispondono le  parole  :  grappolo,  monachina,  trillo,  zimbelo]. 

Così  per  chi  canta,  come  per  chi  suona  sarà 
avvertimento,  che  mai  non  si  tramuta  fa  in  mi, 
ne  ini  in  fa,  se  non  quando  vi  son  posti  li  segni 
particolarmente  :  et  il  simile  anco  s'intende  delle 
note  che  si  sostentano  col  diesis  #,  che  solo  le 
segnate  particolarmente  si  sostentano,  ancor  che 
siano  più  note  in  una  istessa  corda. 


12  l'origine  del  melodramma 

Li  numeri  piccoli  posti  sopra  le  note  del  basso 
continuato  per  suonare,  significano  la  consonanza, 
0  dissonanza  di  tal  numero:  come  il  3.  terza: 
il  4.  quarta:  et  così  di  mano  in  mano. 

Quando  il  diesis  S  è  posto  avanti,  o  vero  sotto 
di  un  numero,  tal  consonanza  sarà  sostentata: 
et  in  tal  modo  il  ^  molle  fa  il  suo  effetto  proprio. 

Quando  il  diesis  posto  sopra  le  dette  note,  non 
è  accompagnato  con  numero,  sempre  significa 
Decima  maggiore. 

Alcune  dissonanze,  et  due  quinte  sono  fatte 
a  posta. 

Il  segno  '^  significa  incoronata^  la  qual  serve 
per  pigliar  fiato,  et  dar  un  poco  di  tempo  a  fare 
qualche  motivo. 


l'origine  del  melodramma  13 


PROEMIO 

Avveduto,  e  Prddentio  giovanetti. 

Av.  Voi  che  all'aspetto  mi  parete  sensato  e  prudente 
giovanetto,  ditemi  di  gratia,  che  vi  pare  di  questa 
nostra  vita  mortale,  che  gli  huomini  pregiano  tanto  ? 
In  che  concetto  la  tenete  voi  ?  desidero  il  parer  vostro  : 
perciochè  anch'io  vorrei  viver'  in  modo  che  giungendo 
al  termine  di  essa,  non  mi  trovassi,  come  à  molti  in- 
terviene, da  falsa  speranza  ingannato. 

Pk.  Io  non  posso  sodisfare  à  pieno  al  vostro  desiderio 
perchè  gli  anni  miei  acerbi  non  comportano,  ch'io  in 
questo  soggetto  habbi  veduto  molto:  pure  per  quanto 
ho  possuto  odorare  di  lontano,  e  per  quello  che  ho 
imparato  da  gli  huomini  savij,  che  l'hanno  con  occhio 
accorto  trapassata  ;  mi  pare,  ch'ella  sia  una  mostra,  et 
apparenza  di  vanità  ;  una  bella  veste,  che  ricopra  le 
deformità  del  corpo  infermo  :  et  un  herboso  Prato,  che 
con  le  verdi  gramegne  nasconde  il  velenoso  serpe.  E 
voi,  che  diresti  che  ella  fusse  ? 

Av.  Io  ancorché  inesperto,  direi,  eh'  ella  fusse  un  Campo 
angusto,  ma  pieno  di  dure  pietre  :  un  Bosco  folto,  ma 
pieno  d'acute  spine:  un  Monte  ombroso,  ma  pieno 
d'altissime  rupi,  et  in  somma  una  gran  Selva,  ma 
piena  di  selvatiche  fiere. 

Pr.  Io  la  chiamerei  una  valle  oscura  di  pianto:  un  Fonte 
sterile  di  pensieri  :  un  Fiume  torbido  di  lacrime  :  et 
un  Mare  procelloso  di  miserie. 

Av.  Io  ancora,  se  bene  mi  sono  accorto,  truovo  che  questa 
nostra    vita   è    come    la   Bolla    nell'acqua,    che  subito 


14  l'origine  del  melodramma 


manca:  come  il  vapore  nell'aria,  che  presto  si  consuma: 
et  come  il  Fiore,  che  su  la  siepe  in  un  tratto  lan- 
guisce. 

Pr.  Io  l'assomiglio  ad  una  Casa  vecchia,  che  minaccia 
ruina:  ad  una  Torre  alta  fondata  sii  l'arena:  ad  un 
Arbore  pieno  di  rami,  ma  senza  radici. 

Av.  A  me  pare  una  Navicella  senza  governo  :  una  Vec- 
chiezza senza  bastone:  un  Cavallo  senza  freno:  et  un 
Cieco  senza  guida. 

Pe.  Io  la  paragono  ad  un  Ordine  confuso  :  ad  una  Quiete 
travagliata:  ad  una  Fatica  inefficace:  ad  una  Sanità 
inferma:  et  ad  una  Ricchezza  povera. 

Av.  Dite  pure  che  ella  è  una  Bellezza  deforme  :  un  Honore 
infame:  un' Ambitione  sollecita:  un'Altezza  precipi- 
tosa :  et  una  Nobiltà  oscura. 

Pe.  Aggiungete  ch'ella  è  un  Sacco  forato:  un  Vaso  in- 
tronato: uno  Specchio  macchiato:    et  un    Vetro  rotto. 

Av.  Non  lasciate  di  dire,  ch'ella  e  un'  Amo  d'oro  con 
l'esca:  un  Tribolo  acuto,  che  fora:  un  Pomo  acerbo, 
che  disgusta,  et  un  Calice  di  vino  che  inebria. 

Pr.  Anzi  un  Viaggio  pieno  d'insidie:  una  Città  piena 
di  discordie  :  un  Regno  diviso  :  un  Prencipato  tirannico  : 
et  un  Peregrinaggio  molesto. 

Av.  Soggiungete  ch'ella  è  un  Castello  in  aria  :  una  Nave 
in  mez'  al  mare:  una  Nebbia  inanzi  al  Sole:  et  un 
Vento,  che  passa,  e  non  torna. 

Pr.  Affermate  di  lei,  e  dite  pure  ch'ella  è  un  Gorgo 
cuppo,  dove  molti  si  somergono  :  un  Pelago  stretto, 
dove  molti  pericolano:  un  Mare  senza  porto,  dove  a 
gran  rischio  si  passa. 

Av.  Stimatela  pure  ch'ella  sia  una  Caverna  di  serpenti: 
una  Spelonca  di  ladri  :  una  Grotta  d'assassini  :  et  un 
Refugio  di  malfattori. 

Pr.  Non  vedete  voi  ch'ella  è  una  Piazza  piena  di  rumori: 
una    Strada    torta  piena  d'errori:  et  un  Muro  vecchio 
pieno  di  fessure. 
Av.  Nominatela  pure  un  Giogo  non  soave  :  un  Peso  non 
leggiero:  et  una  Catena  forte. 


l'origine  del  melodramma  15 

Pb.  0  come  è  vero,  ch'ella  è  una  Pece ,  eh'  imbratta  : 
un  Fango,  che  tiene:  et  una  Polvere,  che  accieca. 

Av.  Assicuratevi  ch'ella  è  un  Deserto  arenoso:  una  So- 
litudine horrida:  un  Paese  inhabitabile. 

Pr.  Non  considerate  voi,  ch'ella  si  muta  come  la  Luna? 
che  trapassa  come  un  Corriere  ?  che  va  in  giro  come 
una  Ruota  ? 

Av.  È  pur  troppo  chiaro,  ch'ella  è  una  Città  di  sangue  : 
una  Concupiscenza  di  carne  :  un  Compiacimento  d'occhi  : 
et  una  Superbia  di  cuore. 

Pr.  Chiamatela  sicuramente  un  Amor  di  pazzi:  un  De- 
siderio di  vitiosi  :  un  Piacer  d'appassionati. 

Av.  Nominatela  una  Mensa  povera:  una  Cisterna  fessu- 
rata :  un  Letto  duro  :  et  un'Arca  vacua. 

Pr.  Assimigliatela  ad  una  Sirena  che  canta:  ad  una 
Meretrice  che  lusinga:  ad  un  Mago  ch'incanta. 

Av.  Tenetela  in  concetto  di  un  Dolor,  che  ride  :  Riso, 
che  piange:  d'un  Contento  che  si  lamenta. 

Pr.  Et  io  per  dire  il  suo  nome,  dico  ch'Ella  e  una  Vita 
bugiarda:  una  Vita  morta:  una  Morte,  che  spira:  et 
un'  Inferno  de'  viventi. 

Av.  Et  io  concludo  che  questa  miserabil  vita  altro  non 
è  che  una  Pompa  funebre  di  corpi  vivi  :  un  velocissimo 
Corso  alla  morte  :  et  un  nobile  Apparato,  che  si  fa  à 
vermi. 

Pr.  Et  in  effetto  à  questa  Mondana  Vita  le  si  possano 
dare  tutti  li  titoli,  e  i  nomi  più  indegni,  che  tutti  se 
li  convengono  benissimo. 

Av.  Hor  ditemi,  s'ella  è  così,  onde  nasce,  che  molti  la 
tengono  in  tanta  stima,  et  la  gustano  in  modo  tale, 
che  non  vorriano  mai  morire  ? 

Pr.  Questo  nasce,  perche  i  peccati  gli  hanno  offuscata 
la  vista,  e  messo  un  velo  inanzi  à  gli  occhi,  talché  non 
possono  comprendere  la  verità  delle  cose  :  e  perciò 
pigliando  il  falso  per  vero,  e'I  male  per  bene  vaneg- 
giano in  mezo  agli  errori:  et  in  tanto  li  s'avventa 
la  Morte,  e  li  porta  colà  dove  si  trovano  non  haver 
nelle  mani  altro  che  vento,  anzi  tormento,  e  pena. 


16  l'origine  del  melodramma 

Av.  Certo,  che  sono  infelicissimi  gli  huomini,  che  così 
vivono,  poiché  sicuri  dormono  in  uno  errore  di  tanto 
pericolo,  ò  quanto  farebbono  bene,  se  una  volta  si 
svegliassero  da  così  mortifero  letargo  ! 

Pr.  0  quanta,  o  quanta  salute  sarebbe  alle  genti,  se  si 
ponessero  a  considerare  oltre  la  scorza,  le  miserie,  et 
imperfettioni  di  questa  ingannevol  vita!  perciochè  per 
troppo  affettionarsi  alle  sue  false  bellezze,  si  cade, 
(  tremenda  cosa  )  e  non  si  vede,  nei  dolori  dell'Inferno, 
e  nelle  crude  braccia  della  Morte. 

Av.  0  qual  felicità  saria  di  tutti,  se  da  i  sensi  s'alzas- 
sero dove  è  l'Intelletto  !  e  qui  vedessero  che  non 
ricchezze,  non  Piacere,  non  honore  contenta  il  core 
in  questa  vita,  ma  solo  il  bene,  ch'appresso  a  Dio  si 
trova  :  e  scoprissero,  eh'  il  Tempo  fugge  à  un  batter 
d'occhi  :  e  co'  1  vero  Consiglio  apprendessero,  che  questa 
poca  luce  di  vita  in  un  momento  tramonta  :  eh'  il 
Corpo  co'  i  sensi  suoi  sollecita  ad  ogn'  bora  l'Anima 
all'Amor  del  fango.  Che  il  Paradiso  ne  luce  sopra  il 
capo.  Che  l'Inferno  ne  arde  sotto  i  piedi.  Che  il  Mondo 
vaneggiando  ne  inganna,  e  la  Vita  lusingando  n'oc- 
cide.  Et  che  effetto  qualunque  centra  gl'insulti  dell'ini- 
miche  tentationi  virilmente  in  terra  combatte,  eterne, 
e  gloriose  corone  acquista  nel  Cielo. 

Pk.  è  verissimo.  E  perchè  la  scienza,  e  cognitione  di 
quanto  è  stato  da  voi  detto,  è  importantissima,  depen- 
dendo da  quella  la  somma  di  tutte  le  cose;  de  qui  è, 
che  s'hanno  preso  per  carico  di  mettercela  inanzi  à 
gli  occhi.  Et  ecco  che  hor'  hora  in  questo  luoco  ci 
verrà  rappresentato  un  vivo,  e  stupendo  esempio,  che 
mostrarà  esser  vero  quanto  habbiamo  concluso:  E  si 
vedranno  venire  inanzi  le  cose  istesse,  le  quali  sotto 
figura  di  persone  huraane  apparendo,  mentre  con  le 
nuove  et  strane  imagini  dilettaranno,  nell'istesso  tempo 
serviranno  per  una  Idea,  dove  ciascuno  mirando  puotrà 
formarsene  un  ritratto  nel  core,  nel  quale  riconosca 
chiaramente,  che  questa  Vita,  questo  Mondo,  queste 
terrene  Grandezze  sono  veramente    polvere,    fumo,    et 


l'origine  del  melodramma  17 


ombra.  E  finalmente  poi  che  non  ci  è  altro  di  fermo, 
ne  di  grande,  che  la  virtù,  la  gratia  di  Dio,  e'I  Regno 
eterno  del  Cielo.  Ma  ecco  un  Vecchio  per  dar  prin- 
cipio alla  cosa,  se  ne  vien  fuori.  Cediamo  il  luoco  et 
appartiamoci. 
Av.  Così  facciamo. 


Solerti,  L'origine  del  Melodramma. 


18 


l'origine  del  melodramma 


RAPPRESENTAZIONE  DI  ANIMA  ET  DI  CORPO. 


Interlocutori,  che  intravengono. 


Tempo. 
Choro. 
Intelletto. 
Angelo  Custode. 
Mondo,  et 
Vita  mondana. 


Corpo,  et 
Anima. 
Consiglio. 
Angeli  in  Cielo. 
Anime  dannate 
nell'  Inferno. 


Piacere 
con    due 

Compagni. 

Anime  Beate 
nel  Cielo. 


ATTO    PRIMO. 

Scena  Prima. 

Tempo    solo. 


II  tempo  il  tempo  fugge, 
La  vita  si  distrugge, 
E  già  mi  par  sentire 
L'ultima  tromba,  e  dire, 
Uscite  dalla  fossa 
Ceneri  sparse  et  ossa; 
Sorgete  anime  ancora 
Prendeti  i  corpi  hor'  hora 
Venite  a  dir'  il  vero, 


l'origine  del  melodramma  19 

Se  fu  miglior  pensiero 

Servire  al  Mondo  vano, 

0  al  Re  del  Ciel  soprano  ? 

Sì  che  ciascun  intenda 

Apra  gli  occhi,  e  comprenda 

Che  questa  vita  è  un  vento 

Che  vola  in  un  momento: 

Oggi  vien  fore, 

Doman  si  muore  : 

Hoggi  n'appare, 

Doman  dispare  : 

Faccia  dunque  ognun  prova, 

Mentre  il  tempo  le  giova. 

Lasciar  quant'  è  nel  Mondo, 

Quantunque  in  se  giocondo  : 

Et  opri  con  la  mano,  opri  col  core, 

Perche  del  ben'  oprar  frutto  è  l'honore. 

Scena  Seconda. 
Choro. 

Questa  Vita  mortale 

Per  fuggir  presto,  ha  l'ale: 

E  con  tal  fretta  passa 

Ch'à  dietro  i  venti,  e  le  saette   lassa. 
Veloce  il  giorno,  e  ratto 

Corre  à  la  notte  :  e  à  un  tratto 

Dispar  la  state,  e  '1  verno. 

Tal  che  da  uq  punto  sol  vassi  à  l'eterno. 
Il  tempo,  che  non  dura, 

Ci  logra,  e  ci  misura: 

Ahi  come  in  un  momento 

Dà  il  Ciel  la  vita,  e  se  la  porta  il  vento  ! 
Ma  la  vita,  ch'è  breve, 

Il  saggio  odiar  non  deve; 

Per  ciò  che  il  tempo  corto 

Fa  giunger  tosto  al  desiato  porto. 


20  l'origine  del  melodramma 

Scena  Terza. 
Intelletto  solo. 


Ogni  cor'  ama  il  bene, 
Nissun  voi  star  in  pene: 
Quindi  mille  desiri; 
Quindi  mille  sospiri, 
E  riso  infame,  e  lutto 
Si  sentono  per  tutto  : 
Et  io  che  '1  ben  tant'  amo, 
Dal  cor  profondo  chiamo, 
Ahi  chi  potrà  satiare 
Queste  mie  voglie  avare  ? 
La  ricchezza  ?  nò,  nò, 
Che  me  satiar  non  pò  : 
L'honor?  ma  che  mi  dà, 
Se  più  bramar  mi  fa? 
Piacer?  ma  che  mi  giova 
Se  mi  dà  sete  nova  ? 
Una  cosa  io  vorrei. 
Che  sola  può  satiar  gli  affetti  miei: 
Vorrei  nel  cor'  impresso 

Quel  ben,  eh'  ogn'  altro  ben  chiud'  in  se  stesso 
Vorrei,  se  tanto  desiar  mi  lice, 
Esser'  in  Ciel  con  Dio  sempre  felice. 

Scena  Quarta. 
Corpo  et  Anima. 

Corp.  Anima  mia  che  pensi? 

Perche  dogliosa  stai 

Sempre  traendo  guai? 
Ani.  Vorrei  riposo,  e  pace: 

Vorrei  diletto  e  gioia, 

E  trovo  affanno  e  noia. 


l'origine  del  melodramma  21 

6  e.  Ecco  i  miei  sensi  prendi 

Qui  ti  riposa,  e  godi 
In  mille  varij  modi. 

7  A.  Non  vò  più  ber  quest'acque, 

Che  la  mia  sete  ardente 
S'infiamma  maggiormente. 

8  C.  Prendi  l'honor  del  Mondo, 

Qui  gioir  quanto  vuoi 
Qui  satiar  ti  puoi. 

9  A.  Nò  nò,  ch'io  so  per  prova, 

Con  quanto  assenzio,  e  fele 
Copre  il  suo  falso  mele. 

10  C.  Alma  d'ogn'altra  cosa 

Tu  sei  più  bella,  e  vaga: 
In  te  dunque  t'appaga. 

11  A.  Già  non  mi  feci  io  stessa: 

E  come  in  me  potrei 
Quetar  gli  affetti  miei? 

12  C.  Lasso  che  di  noi  fìa  ! 

Se  ritrosa  sei  tanto 
Starenci  sempre  in  pianto  ? 

13  A.  Questo  nò,  se  m'ascolti, 

E  se  meco  rimiri 

A  più  alti  de  siri. 

Terra  perchè  mi  tiri 

Pur  alla  terra?  hor  segui  il  voler  mio 

Et  amendue  riposerenci  in  Dio. 

14  C.  Ahi  chi  mi  dà  consiglio? 

A  qual  di  due  m'appiglio? 
L'anima  mi  conforta, 
Il  senso  mi  trasporta, 
La  carne  mia  mi  tenta 
L'eterno  mi  spaventa  : 
Misero  che  far  deggio  ? 
Appiglierommi  al  peggio  ? 
Nò  nò,  che  non  è  giusto 
Per  un  fallace  gusto. 
Per  breve  piacer  mio, 


22  l'origine  del  melodeamma 

Perder'  il  Ciel,  la  Vita  eterna,  e  Dio. 

Si  che  hormai  Alma  mia, 

Con  teco  in  compagnia 

Cercarò  con  amore 

Il  Ciel,  la  vita  eterna,  e'I  mio  Signore. 

Scena  Quinta. 
15  Choro. 

Il  Ciel  clemente  ogn'hor  gratia,  e  favore 
Qua  giù  versa,  e  comparte: 
Apre  la  man  divina  il  gran  Signore, 
E  le  sue  gratie  inparte  : 
Alme,  ch'in  terra  ricevete  il  dono. 
Benedite  il  Signor,  perche  egli  è  bono. 

Benigno  ha  il  volto,  il  fronte  ogn'hor  sereno. 
Risguarda,  ode,  e  risponde: 
Ha  pietosa  la  man,  paterno  il  seno, 
E  i  falli  altrui  nasconde, 
Castiga  lento,  e  presto  dà  perdono: 
Benedite  il  Signor,  perch'egli  è  bono. 

Fate  festa  al  Signor  organi  e  corde, 
Timpano,  cetre,  e  trombe, 
Il  Salmo,  e  l'Hinno  in  armonia  concorde, 
Alto  co  '1  suon  rimbombo; 
Canti  ogni  lingua,  e  dica  insiem  co  '1  suono 
Benedite  il  Signor,  perch'egli  è  buono. 


l'origine  del  melodramma  23 


ATTO    SECONDO 

Scena  Prima. 

16  Choro 

Benedite  il  Signor,  perch'agli  è  buono. 

Scena  Seconda. 

17  Consiglio. 

La  nostra  vita  in  terra 
Altro  non  è,  che  guerra  : 
Ch'aspri  nemici  intorno 
Ci  stan  la  notte,  è  '1  giorno  : 
Et  con  arte,  et  inganno 
Spesso  cader  ci  fanno  : 
Il  Mondo  si  fa  bello 
Co  '1  vetro,  e  con  l'orpello. 
La  carne  con  mal'  opre 

I  vermi  suoi  ricopre: 
E  questa  vita  anchora 
li  suo  cenere  indora. 
Si  che  il  soldato  eletto 
Armisi  il  fronte,  e  '1  petto, 
Di  fé  prenda  la  maglia, 

E  venga  à  la  battaglia. 

Che  ogn'huom,  eh'  à  Dio  s'è  dato 

Bisogna  esser  tentato  : 

Ma  felice  chi  strinse 

II  suo  nemico,  e  vinse, 
Ch'  in  premio  se  li  dona 
Nel  Ciel  scettro,  e  corona. 


24  l'okigine  del  melodkamma 

Scena   Terza. 

18  Choro. 

0  quanti  errori  e  tenebre 
L'humane  menti  ingombrano  ! 

0  in  quanti  abissi  giacciano 

1  cor  ch'ogn'lior  vaneggiano  I 
Perche  tra  fango,  e  polvere 

Il  cor  de  l'iiuom' tant'avido 
Va  ricercando  il  giubilo, 
Che  solo  in  Ciel  rinchiudesi  ? 

Mirate  ò  menti  cupide 
Del  Ciel  le  fonti  limpide, 
E  del  Mondo  impurissimo 
Lasciate  l'acque  torbide. 

Qual  incanto,  qual  fascino 
Il  cor  vi  preme,  et  occupa 
Prender  per  cibo  il  tonico, 
E  dar  la  morte  all'anima? 

Scena  Quarta. 

Piacer,  con  due  compagni. 

Corpo,  et  Anima. 

19  P.  Chi  gioia  voi,  chi  brama 

Gustar  spassi  e  piacere 
Mentre  il  tempo  lo  chiama, 
Venga,  venga  a  godere. 
Getti  gli  affanni  suoi, 
Corra  à  gioir  con  noi. 
Gli  augelli  pargoletti 
Cantan  su  gli  arbuscelli: 

1  pesci  semplicetti 
Guizzano  pei  ruscelli, 
E  invitano  al  piacere 
Con  numerose  schiere. 


l'origine  del  melodramma  25 

Ridono  i  prati  herbosi, 
C'han  coloriti  i  manti: 
Le  selve,  e  i  boschi  ombrosi 
Son  lieti,  e  festeggianti  : 
Ogni  piaggia  fiorita 
A  l'allegrezza  invita. 

20  C.  A  questi  suoni,  e  canti, 

Alma  muover  mi  sento 
Come  la  foglia  al  vento. 

21  A.  Come  ti  cangi  presto  ? 

Sta  forte,  non  temere, 
Quest'è  falso  piacere. 

22  P.  0  canti,  ò  risi,  ò  gratiosi  amori, 

Fresch'acque,  prati  molli,  acque  serene, 
Grate  armonie  che  rallegrate  i  cori, 
Conviti,  pasti,  e  saporite  cene, 
Veste  leggiadre,  e  dilettosi  odori, 
Trionfi,  e  feste  d'allegrezza  piene. 
Diletto,  gusto,  giubilo  e  piacere, 
.Beata  l'alma,  che  vi  può  godere. 

23  A.  Non  vi  cred'io,  nò,  nò. 

Li  vostri  inganni  io  so: 

Tutte  le  vostre  cose 

Che  paion  dilettose, 

Alfin  son  tutte  amare. 

Beata  l'alma,  che  ne  sa  mancare. 

24  P.  Cacciate  via  i  pensieri 

Torbidi  tristi,  e  neri. 
Aprite,  aprite  il  petto 
Al  piacer,  e  al  diletto. 
Aprite,  aprite  il  core 
A  la  gioia,  e  à  l'amore. 
Dolce  diletto. 
Ch'allegra  il  petto. 
Soave  ardore. 
Gioia  del  core. 

25  A.  Via  via  false  Sirene, 

Di  frodi  e  inganni  piene, 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  4 


26  l'origine  del  melodramma 

Il  fin  del  vostro  canto, 

Occupa  sempre  il  pianto  : 

Ogni  diletto  è  breve, 

Ma  quel  ch'affliggerà,  finir  no  deve. 

26  P.  Or  poi  che  non  vi  aggrada 

La  lieta  compagnia, 

Ce  n'andarem  per  strada, 

Dov'altri  ci  desia  : 

Che  per  aver  contento 

Verranno  à  cento,  a  cento. 

Scena  Quinta. 
Corpo,  et  Anima,  e  Risposta  dal  Cielo. 

27  C.  Non  so  s'è  stato  bene 

Lasciar  tanto  piacer,  ch'il  Mondo  tiene. 

28  A.  Vò  dimandarne  al  Cielo, 

Ch'il  ver  mai  non  asconde, 

Yediam  quel  che  risponde. 

Ama  il  mondan  piacer  l'huom'  saggio  o  fugge  ?  fugge. 

Che  cosa  è  l'huom,  che  '1  cerca,  e  cerca  invano  ?  vano. 

Chi  dà  la  morte  al  cor  con  dispiacere  ?  piacere. 

Come  la  vita  ottien  chi  vita  brama?  ama. 

Ama  del  Mondo  le  bellezze,  ò  Dio?  Dio. 

Dunque  morrà  ch'il  piacer  brama  :  è  vero  ?  vero, 

Hor  quel,  chi  '1  Ciel  t'ha  detto, 

Ecco  io  raccolgo  intero: 

Fuggi  vano  piacer,  ama  Dio  vero. 

Scena  Sesta. 

29  Angelo  Custode.  Anima,  Corpo  e  Choro. 

Ang.  Fortissimi  guerrieri 
Che  gli  nemici  alteri 
Havete  discacciato. 
M'ha  qui  '1  Signor  mandato, 


l'origine  del  melodramma  27 


Ch'in  ogni  impresa  forte 
Il  cor  vi  riconforta. 
Altra  pugna  vi  resta 
Faticosa,  e  molesta, 
Ma  non  temete  punto, 
Che  son  per  voi  qui  giunto. 
E  in  ogni  caso  strano 
30  Vi  porgerò  la  mano. 

Choro.  Altri  doman  le  fiere, 

Altri  trionfan  de  le  genti  altiere, 

Ma  sopra  ogni  guerrero 

Forfè,  chi  vince  il  senso  lusinghiero. 

Scena  Settima. 

Mondo,  e  Vita,  mondana.  Corpo,  et  Anima. 
Angelo  Custode.  Choro. 

31  M.  Io  son'  io  son'  il  Mondo 

Che  di  grandezze  abondo  : 
E  '1  braccio  mio  stupendo 
In  ogni  parte  stendo: 
Miei  son  tutti  i  thesori, 
Tutti  gli  argenti,  e  gli  ori. 
Le  superbe  ricchezze, 
Le  famose  bellezze, 
I  Principati  degni, 
I  poderosi  Regni. 
Chi  mi  vorrà  servire, 
E  dov'io  vò.  venire, 
Con  molto  suo  diletto 
Gran  cose  gli  prometto. 

32  C.  Alma,  gran  cose  intendo. 

Se  '1  Mondo  dice  il  vero, 
Vorrei  mutar  pensiero. 

33  A.  Ed  anch'io  sto  pensando 

S'insieme  potess'io 

34  Servir  al  Mondo,  e  à  Dio. 


28  l'origine  del  melodramma 

Ang.  Non  si  può  aver  due  cori 
E  servir  due  Signori, 
Ch'uno  in  un  modo  regge, 
L'altro  ha  contraria  legge  : 
Servite  solamente 
A  Dio  Signor  possente. 

35  M.  Quanto  intorno  ha  la  Terra, 

Quanto  il  Mar  cinge,  e  serra, 
E  dove  il  Ciel  si  stende, 
Tutto  da  me  dipende: 
Tutto  nel  seno  accoglio, 
E  lo  dono  à  chi  voglio. 

36  V.  Io  son  la  cara  vita 

Tanto  da  voi  gradita, 
Bella,  vaga,  e  vezzosa, 
Allegra,  e  baldanzosa, 
Che  con  prontezza  dono, 
Quant'hò  di  bello,  e  bono  : 
Se  voi  servir  volete 
Al  Mondo,  che  vedete, 
Vi  darò  con  amore 
De  la  mia  vita  il  fiore: 
Vi  darò  lunghi  i  giorni, 
E  d'allegrezza  adorni: 
State  aspettando  forsi 
Quando  fìan  gli  anni  scorsi  ? 
Quando  la  chioma  imbianca, 

37  Quando  la  vita  manca  V 
Ang.  Non  è,  chi  ben'attende, 

Tutt'or  quel  che  risplende  : 
Servite  pur  adesso 
A  Dio,  che  v'è  concesso  : 
Che  diman  poi,  chi  sa 
Di  voi  quel  che  sarà  ? 
Alma,  al  nemico  ardente, 
Rispondi  arditamente. 

38  A.  Io  che  porto  con  me 

L'imagine  del  Rè, 


l'origine  del  melodramma  29 


Io  fatta  con  honore 
Simile  al  mio  Fattore, 
C'ho  da  far'io  co  '1  Mondo, 
Che  passa,  e  cade  al  fondo? 
^9  M.  Miratemi  à  l'aspetto, 

Io  dò  quel  che  prometto: 
Prendete  il  ben  presente, 
Vivete  allegramente. 

40  A.  Io  che  son  spirto,  e  mente, 

Che  dura  eternamente, 
C'ho  da  far  con  la  vita. 
Che  tosto  fa  partita  ? 

41  Te  n'avedrai  ben  tu 

Se  ne  contrasti  più. 

42  Ang.  Questo  malvagio  ingrato 

È  fango  inorpellato  : 

Questa  falsa,  e  lasciva 

È  morte,  che  par  viva. 

Hor  venga,  e  vegga  il  Mondo 

Quel,  ch'è  la  Vita,  e  '1  Mondo  : 

Spoglia  quest'empio,  e  vede 

Quel  che  il  tuo  cor  non  crede. 

43  C.  Metti  giù  questa  spoglia, 

C'ho  di  vederti  voglia. 

44  Ahi  l'Angelica  forza 

Per  qual  cagion  mi  sforza? 

45  C.  0  come  il  mondo  tutto 

È  poverello,  e  brutto! 
Ben  ti  conosco  a  i  panni, 

46  Non  più,  non  più  m'inganni. 
Choro.  0  miseri  amatori, 

Ch'ai  Mondo  date  i  cori, 
Mirate  quanto  è  vile 
Quel  che  à  voi  par  gentile  : 
E  quanto  è  trista  sorte 

47  Abbraciar  quel,  che  vi  coduce  a  morte. 
Ang.  Dispoglia  anco  costei. 

48  V.  Oime  che  non  vorrei. 


30  l'origine  del  melodkamma 

49  C.  Ahi  miserabil  sorte  ! 

Dunque  la  vita  è  morte? 
Dunque  l'humana  vita 

50  È  morte  rivestita? 
Ang.  Poi  c'havete  scoperto 

L'inganno  ricoperto, 
Con  disdegnosa  mano 
Cacciateli  lontano. 

51  C.  Via  via  Mondo  fallace, 
et  A.  Via  via  vita  fugace, 

Ite  a  trovar  gli  sciocchi, 
C'hanno  abbagliati  gli  occhi: 
0  quanta  nebbia  et  ombra 
Gli  occhi  mortali  ingombra. 

Scena  Ottava. 

Angelo  Custode.  Anima  e  Corpo;  et 
Angeli  nel  Cielo,  che  s'apre. 

52  Ang.  Al  forte  vincitore 

È  debito  l'honore, 
CusT.  L'honor  ch'è  apparecchiato 
Nel  Ciel,  che  fa  beato  : 
Si  c'hormai  da  la  terra 
C'havete  vinta  in  guerra 
Volgete  il  cor',  e  '1  viso, 
E  i  passi  al  Paradiso. 

53  Ang.  Venite  al  Ciel  diletti. 

Venite  benedetti, 

Che  queste  sedi  belle 

Furon  fatte  per  voi  sopra  le  stelle 

Lasciate  pur  la  terra 

Dov'è  perpetua  guerra; 

Salite  al  Ciel  con  volo  glorioso. 

Dov'è  pace,  e  riposo. 

Dove  senz'alcun  velo 

Si  vede  il  Rè  del  Cielo. 


l'origine  del  melodramma  31 


Scena  Nona. 
Choro. 

54  Dopo  brevi  sudori 

Poter  dal  caldo,  e  '1  gelo 
Salir  beato  al  Cielo 
Ai  sempiterni  honori 
Dal  mondo  pien  di  mali, 
È  sorte  avventurosa  de' mortali. 
Poter  dopo  le  prove 

L'huamo  frale,  e  mendicO; 
Ma  di  virtute  amico, 
Salir'  in  alto,  dove 
Son  riccbezze  immortali, 
È  sorte  aventurosa  de'  mortali. 
Da  gli  abissi  terreni 
Dove  regna  la  Morte, 
Poter  salir  per  sorte 
Ai  sommi  eterni  beni, 
Che  non  hanno  altri  eguali, 
È  sorte  aventurosa  de'  mortali. 
Amar'  il  bene  eterno 
Salir'  al  Ciel  superno. 
Fuggir  del  Mondo  i  mali, 
È  sorte  aventurosa  de'  mortali. 


32  l'origine  del  melodeamma 


ATTO  TERZO. 


Scena  Prima. 

Intelletto,  Consiglio,  Anima,  e 
Corpo,  et  Choro. 

55  In.  Salite  pur  al  Cielo, 

Che  nel  Ciel  Dio  si  vede, 

56  Del  cor  ricca  mercede. 
CoNS.  Fuggite  pur   l'Inferno, 

Dov'alberga  ogni  male 
Dov'  è  il  verme  immortale. 

57  In.  Salite  pur  al  Cielo, 

Dove  s'odono  i  canti 

58  De  gli  angeli,  e  de  i  Santi. 
CoNS.  Fuggite  pur  l'Inferno, 

Dove  s'odon  le  voci 

59  De  gli  Angeli  feroci. 

Choro.  Fugge  il  nocchier  l'infesta 
Del  mar  fiera  tempesta. 
Ma  più  s'han  da  fuggire 
Del  Ciel  gli  sdegni  e  l'ire. 

60  In.  Nel  Ciel  sempre  è  allegrezza, 

Nel  Ciel  sempre  è  la  Luce, 

61  Ch'eternamente  luce. 

CoNs.  Ne  l'Inferno  è  spavento, 
Ne  l'Inferno  è  dolore, 
Le  tenebre,  e  l'horrore. 


33 


62  In.  Nel  Ciel  son  le  ricchezze, 

Nel  Ciel  sono  i  tesori, 

63  E  i  sempiterni  honori. 
CoNS.  Ne  l'Inferno  ogni  tempo 

Miseria,  e  infamia  sta, 
Vergogna,  e  povertà. 

64  In.  Nel  Ciel  sono  i  palazzi 

Fatti  di  pietre  d'oro, 

65  Di  mirabil  lavoro. 

Choro.  Cerca  altri  a  tutte  l'hore 
Le  gemme  di  valore  : 
Ma  più  s'han  da  cercare 

66  Del  Ciel  le  gemme  rare. 
CoNs.  Ne  l'Inferno  vi  stanno 

Le  spelonche,  e  le  grotte. 
Dove  alberga  la  notte. 

67  In.  Nel  Ciel  è  Primavera, 

Che  '1  Paradiso  infiora, 

68  E  in  sempiterno  odora. 
CoNS.  Nel  profondo  è  l'Inverno, 

L'immondità,  e  '1  fetore 
D'abominoso  odore. 


Scena  Seconda. 

Consiglio,  Anime  dannate,  et  apresi  una 

Bocca  d'Inferno. 

Intelletto,  Anima,  et  Corpo 

Consiglio.  Voi  che  sete  la  giù. 
Che  vi  tormenta  più  ? 
69  Che  cosa  è  ne  l'Inferno  ? 

Ani,  Il  foco,  il  foco  eterno, 
DAN.  Crudel,  crudel  Peccato, 
Per  cui  ci  ha  condennato 
Il  Giudice  supremo. 
Al  foco,  al  foco  eterno. 


Solerti,  L'origine  del  Melodramma. 


34  l'oeigine  del  melodramma. 


Scena  Terza. 

Intelletto,  Anime  beate  in  Cielo  che  s'apre,  et 
CHIUDE  l'Inf.     Consiglio,  Anima,  et  Corpo. 

70  In.  Alme  eh'  in  Ciel  godete, 

Qual  premio  in  Cielo  avete 

71  Più  nobile,  e  più  degno  ? 
Ani.  Eterno,  eterno  Regno  : 
bea.  Ò  Regno,  ò  Regno  eterno: 

0  Ben  sommo,  e  superno, 
Che  mai  non  giunse  al  segno: 
Eterno,  eterno  Regno. 

Intelletto,  Consiglio,  Anima,  e  Corpo 
DICONO  insieme:  Cielo  aperto. 

72  0  gran  stupore  ! 

0  grave  errore  ! 
C'huomo  mortale 
D'un  tanto  male, 
Ch'  etemo  dura. 
Sì  poco  cura! 
0  gran  stupore  ! 
0  grave  errore  ! 
Ch'  huomo  mortale 
Regno  immortale, 
Ch'  eterno  dura. 
Stolto  non  cura  ! 

Scena  Quarta. 

Consiglio.  Anime  dannate,  et  si  riapre  l'Infer. 

73  Intelletto,  Anima,  Corpo,  e  Cielo  aperto 

CoNs.  Anime  sfortunate, 
L'altiere  voci  alzate  : 

74  Che  v'è  toccato  in  sorte? 


l'origine  del  melodramma  35 


Ani.  Eterna,  eterna  Morte, 
DAN.  Ahi  !  ci  è  toccata  in  sorte  : 

Morte,  che  mai  non  more 

Sepolta  nel  dolore, 

Aspra  penosa  e  forte, 

Eterna,  eterna  morte. 

Scena  Quinta. 

Intelletto.  Ani.  beate,  nel  Cielo  aperto:  Choro. 
CoNS.,  Anima,  e  Corpo:  si  rinchiude  l'Inf. 

75  In.  Alme  beate  e  belle, 

La  su  sopra  le  stelle 

76  Qual  cosa  è  più  gradita? 
Ani.  Eterna,  eterna  vita: 
BEA.  Vita,  che  vive,  e  regna 

Dolce,  celeste,  e  degna. 
Sempre,  sempre  gradita, 

77  Eterna,  eterna  Vita. 
Chob.  0  gran  stupore  ! 

0  grave  errore  ! 
C'huomo  mortale 
D'un  tanto  male. 
Ch'eterno  dura 
Sì  poco  cura  ! 
0  gran  stupore  ! 
0  grave  errore  ! 
C'huomo  mortale 
Regno  immortale. 
Ch'eterno  dura. 
Stolto  non  cura  ! 

Scena  Sesta. 

Consiglio.  Anime  dannate,  e  s'apre  l'Inferno. 

78  Intelletto  :    Anima  :    Corpo    e    'l    Cielo  aperto. 

CoNs.  Alme,  la  pena  e  '1  danno. 
Che  vi  dà  tanto  affanno, 

79  Finir  si  deve  mai? 


36  l'origine  del  melodramma 

Ani.  Non  mai,  non  mai,  non  mai. 
DAN.  0  sempitemi  guai, 

Che  non  fìniscon  mai  ! 

Non  mai,  non  mai,  non  mai. 

Scena  Settima. 

Intelletto,  Anime  beate  :  si  einchiude  l'Inf. 

Consiglio,  Ani.  et  Corpo. 

80  In.  Alme,  la  vostra  Gloria, 

Ne  l'eterna  memoria 

81  È  per  durar  mai  sempre  ? 
Ani.  Sì,  sempre,  sempre. 
BEA.  Sempre,  sempre  sarà, 

E  mai  non  finirà: 

E  con  perpetue  tempre 

Durerà  sempre,  sempre. 

Intelletto,  Cons.,  Ani.  e  Corpo  dicono  insieme  : 

82  Ogn'un  faccia  sempre  bene. 

Che  la  Morte  in  fretta  viene: 

Ami  Dio  ch'è  suo  Signore, 

Fugga  il  Mondo  ingannatore; 

E  perchè  ha  errato, 

Del  suo  peccato 

Con  pura  fede 

Chiegga  mercede  : 

Facci  opre  bone,  e  la  sua  vita  emende, 

Che  da  un  momento  sol  l'eterno  pende. 

Anima,  e  Corpo  dicono  insieme  : 

83  Come  cervo  assetato 
Corre  al  fonte  bramato, 

Così  da  noi  si  brama,  e  si  desia 
Salir'  al  Ciel  con  voi  per  erta  via. 
Ma  prima  insiem  cantiamo, 
E  '1  gran  Signor  lodiamo. 


l'origine  del  melodramma  37 

Scena  Ottava. 

Angeli,  et  Ani.  beate  in  Cielo  :  Anima,  Corpo, 
Intelletto,  et  Consiglio  tutti  insieme. 

84  Gloria  sia  a  Dio  superno, 

Che  vive  in  sempiterno  : 
A  l'alto,  e  gran  Signore 
Sia  sempiterno  honore. 

Anime  beate,  et  Angeli. 

85  Chiamiamo  tutto  il  Mondo, 

E  con  canto  giocondo 

Cantiam,  cantiam  gioiosi 

Di  Dio  le  lodi;  e  i  fatti  gloriosi. 

Scena  Nona. 

Anime  beate,  Angeli,  Anima,  Corpo,    Intelletto. 

Consiglio,  Choro,  et  tutta  la  multitu- 

DiNE  insieme. 

86  Signor  santo,  e  vero 

Che  del  mondo  hai  l'impero  : 

0  Signor  santo,  e  forte, 

Domator  della  morte, 

Donator  della  vita. 

Somma  bontà  infinita: 

A  te  Signor',  à  te 

Gloria,  e  laude  si  de; 

A  te  sommo  Signor  supremo,  e  degno 

Sia  gloria  eterna,  e  sempiterno  Regno. 

87  In.  Voi  ch'ascoltando  state, 

Perchè  non  giubilate  ? 
Non  più,  non  piìi  pensosi  : 
Tutti  lieti,  e  gioiosi 


38  l'okigine  del  melodeamma 

Con  festa  giubiliamo, 
Con  giubilo  cantiamo; 
Fugga  lontano  il  lutto  : 
Festa,  festa  per  tutto. 

Tutta  la  moltitudine  insieme. 

88  Gratie,  Hinni,  laudi,  e  giubili  d'amore 

Canti  la  lingua,  e  le  risponda  il  core. 

89  Ogni  lingua,  ogni  core 

Dia  laude  al  mio  Signore, 

Che  l'alme  poverelle 

Da  terra  alz'  à  le  stelle. 

Vi  prego  alme  dilette, 

A  ben  oprar  elette, 

Come  da  serpe  irato 

Fuggite  dal  peccato: 

E  liete  ài  vostri  alberghi  ritornate, 

E  con  voi  riportate 

Questo  ricordo  mio  : 

90  Ch'eterno  Regno  havrà  chi  serve  à  Dio. 
Choro.  Tenga  ogn'un,  tenga  nel  core, 

Ch'ai  fuggir  son  preste  l'hore: 
Et  è  forza,  ch'ogn'un  lassi 
Tutto  il  ben,  eh'  in  terra   stassi. 
Ne  c'inganni  il  mondo  rio. 
Ch'ogni  ben  nasce  da  Dio: 
E  à  l'opre  sante,  e  bone 
Rispondono  nel  Ciel  scettri  e  corone. 

FESTA 
Tutta  la  moltitudine  insieme. 

91  Chiostri  altissimi,  e  stellati, 

Dove  albergano  i  beati, 
Luna,  Sol,  Stelle  lucenti 
Fate  in  Ciel  dolci  concenti; 


l'origine  del  melodramma  39 

Tutto  il  mondo  pieno  sia 

D'allegrezza,  e  d'armonia. 
Rè  del  Mondo,  e  gran  signori 

Giubilate  dentro  à  i  cori, 

D'ogni  sesso,  d'ogni  etafce 

Donne,  et  huomini  cantate 

Con  fanciulli,  e  verginelle  : 

Canzonette,  allegre,  e  belle. 
D'arpe,  lire,  organi,  e  trombe, 

L'aria,  e  terra,  e  mar  rimbombe, 

L'aure  vaghe,  il  suon  giocondo 

Portin  via  per  tutto  il  Mondo, 

E  toccando  il  suono  il  core, 

Senta  giubili  d'amore. 
Voi  di  Dio  fedeli  amanti, 

Genti  giuste,  huomini  santi, 

Gratie  eterne  a  Dio  rendete, 

Gigli,  e  rose  insiem  spargete, 

E  co'  i  gigli,  e  con  le  rose, 

Lodi  eteme,  e  gloriose. 
Voi  celesti  Gierarcbie 

Fate  nove  melodie  : 

Ecco  un'altra  nova  stella 

Tutta  chiara,  tutta  bella 

Verso  il  Ciel  vola  splendente. 

Perchè  luca  eternamente. 
Congiungete  Angeli  buoni, 

Congiungete  i  canti,  e  i  suoni  : 

E  qua  giù  la  Terra  ancora, 

Mentre  lieta  il  seno  infiora,  • 

Con  il  canto,  e  con  il  riso 

Corrisponda  al  Paradiso. 

LAUS  DEO. 


40  l'origine  del  melodramma 


OTTAVIO  RINUCCINI.  —  Prefazione  a  L'Euri- 
dice [1600]  (*). 

Alla  Cristianissima  Maria  Medici 

Regina  di  Francia  e  di  Navarra. 

E  stata  opinione  di  molti,  Cristianissima  Re- 
gina, che  gli  antichi  Greci  e  Romani  cantassero 
sulle  scene  le  tragedie  intere;  ma  sì  nobil  ma- 
niera di  recitare  nonché  rinnovata,  ma  ne  pur, 
che  io  sappia,  fin  qui  era  stata  tentata  da  alcuno, 
e  ciò  mi  credev'io  per  difetto  della  musica  mo- 
derna, di  gran  lunga  all'antica  inferiore.  Ma 
pensiero  si  fatto  mi  tolse  interamente  dall'animo 
M.  Jacopo  Peri  :  quando,  udito  l' intenzione  del 
signor  Jacopo  Corsi  e  mia,  mise  con  tanta 
grazia  sotto  le  note  la  favola  di  Dafne  (com- 
posta da  me,  solo  per  fare  una  semplice  prova 
di  quello  che  potesse  il  canto  dell'età  nostra) 
che  incredibilmente  piacque  a  quei  pochi  che 
l'udirono. 


(*)  V EURIDICE  I  D'  Ottavio  |  Rinuccini  |  Rappresen- 
tata 1  nello  Sponsalitio  |  della  Christianiss.  |  Regina  |  di 
Francia,  e  di  |  Navarra  i  IN  FIORENZA,  1600  |  Nella 
Stamperia  di  Cosimo  Giunti  |  C^on  licenza  de'  Superiori. 


l'origine   del    MEL0DEA3OIA  41 

Onde,  preso  animo,  e  dato  miglior  forma  alla 
stessa  favola,  e  di  nuovo  rappresentandola  in 
casa  il  sig.  Jacopo,  fu  ella,  non  solo  dalla 
nobiltà  di  tutta  questa  patria  favorita,  ma  dalla 
serenissima  Gran  Duchessa  e  gli  illustrissimi 
Cardinali  Dal  Monte  e  Montaldo  udita  e  com- 
mendata (1). 

Ma  molto  maggior  favore  e  fortuna  ha  sortito 
l'Euridice,  messa  in  musica  dal  medesimo  Peri 
con  arte  mirabile  e  da  altri  non  più  usata; 
avendo  meritato  dalla  benignità  e  magnificenza 
del  sereniss.  Gran  Duca  d'essere  rappresentata 
in  nobilissima  scena  alla  presenza  di  V.  M.,  del 
Cardinale  Legato  e  di  tanti  Principi  e  Signori 
d'Italia  e  di  Francia. 

Là  onde,  cominciando  io  a  conoscere  quanto 
simili  rappresentazioni  in  musica  siano  gradite, 
ho  voluto  recare  in  luce  queste  due,  perchè 
altri  di  me  piti  intendenti,  si  ingegnino  di  accre- 
scere e  di  migliorare  siffatte  poesie:  di  maniera 
che  non  abbiano  invidia  a  quelle  antiche,  tanto 
celebrate  da  i  nobili  scrittori.  Potrà  parere  ad 
alcuno  che  troppo  ardire  sia  stato  il  mio,  in 
alterare  il  fine  della  favola  di  Orfeo;  ma  così 
mi  è  parso  convenevole,  in  tempo  di  tanta  alle- 
grezza, avendo  per  mia  giustificazione  esempio 
di  poeti  greci  in  altre  favole  ;  e  il  nostro  Dante 
ardì  affermare  essersi  sommerso  Ulisse  nella  sua 


(1)  Questa  recita  in  casa  Corsi  ebbe  luogo  il  20   gen- 
naio 1599. 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  6 


42  l'okigine  del  melodramma 

navigazione,  tutto  che  Omero  e  gli  altri  poeti 
avessero  contato  il  contrario.  Cosi  parimente  ho 
seguita  l'autorità  di  Sofocle  neìY Aiace,  in  fare 
rivolgere  la  scena,  non  potendosi  rappresentare 
altrimenti  le  preghiere  e  i  lamenti  di  Orfeo. 
Riconosca  V.  M.  in  queste  mie  benché  piccole 
fatiche,  l'umil  devozióne  dell'animo  verso  di  lei, 
e  viva  lungamente  felice,  per  ricevere  da  Iddio 
ogni  giorno  maggiori  grazie  e  maggiori  favori. 

Di  Firenze,  il  dì  4  ottobre  1600. 

D.   V.  M.  umilissimo  servitore 
Ottavio  Eixuccini. 


l'origine  del  melodeamma  43 


JACOPO    PERI.  —  Dedicatoria  e  prefazione  a 
L'Euridice  [1600]  (*). 

Alla  Cristianissima  Maria  Medici 

Regina  di  Francia  e  di  Navarra. 

Poiché  le  nuove  musiche,  fatte  da  me  nello 
sponsalizio  della  Maestà  Vostra,  Cristianissima 
Regina,  riceverono  tanto  favore  dalla  sua  pre- 
senza, che  può  non  pure  adempiere  ogni  loro 
difetto,  ma  sopravanzare  infinitamente  quanto 
di  bello  e  di  buono  potevano  ricevere  altronde  ; 
vengo  sicuro  a  dedicarle  al  suo  gloriosissimo 
nome.  E  s'Ella  non  ci  riconoscerà  cosa  o  degna 
di  lei,  0  almeno  proporzionata  alle  perfezioni  di 
questo  nuovo  poema  (ove  il  signor  Ottavio  Ri- 
nuccini,  e  nell'ordinar  e  nello  spiegar  sì  nobile 
favola,  adornandola  tra  mille  grazie  e  mille  va- 
ghezze, con  maravigliosa  unione  di  quelle  due 
che  sì  diffìcilmente  si  accompagnano:  gravità  e 


(*)  LE  MVSICHE  I  di  Jacopo  Peri  |  Nobil  fiorentino  J 
sopra  L'EVRIDICE  \  del  sig.  Ottavio  Rinvccini  |  Rap- 
presentate nello  Sponsalizio  I  della  Christianissima  |  Maria 
Medici  I  Regina  di  Francia  |  e  di  Navarra  |  [stemma]  |  IN 
FIORENZA  I  Appresso  Giorgio  Marescotti  1  MDC. 


44  l'oeigine  del  melodramma 

dolcezza,  ha  dimostrato  d'esser' al  par  de'  più 
famosi  antichi,  poeta  in  ogni  parte  mirabile)  ci 
scorgerà  almeno  quella  nobile  qualità  che  tras- 
sero dalla  presenza  Sua,  quando  si  compiacque 
ascoltarle  e  udire  il  mio  canto  sotto  la  persona 
à!  Orfeo.  Gradiscale,  dunque,  la  Maestà  Vostra 
come  nobili  e  degne,  non  da  altro  che  dalla  gran- 
dezza di  Lei  medesima,  che  l'ha  onorate.  Et 
accetti  in  esse  un  affetto  umilissimo  dell'antica 
servitù  mia,  con  il  quale,  insieme  con  queste 
musiche,  le  dedico  di  nuovo  me  stesso,  e  le 
prego  da  Dio  il  colmo  delle  sue  grazie  e  dei 
suoi  favori. 

Di  Firenze  il  dì  6  di  febbraio  1600. 
Di  Y.  M.  Cristianissima 

Umilissimo  servitore 
Jacopo  Peri. 


l'origine  del  melodramma  45 


A'  Lettori. 


Prima  ch'io  vi  porga  (benigni  Lettori)  queste 
Musiche  mie,  ho  stimato  convenirmisi  farvi  noto 
quello  che  m'ha  indotto  a  ritrovare  questa  nuova 
maniera  di  canto:  poiché  di  tutte  le  operazioni 
umane  la  ragione  debbo  essere  principio  e  fonte. 
E  chi  non  può  renderla  agevolmente,  dà  a  cre- 
dere d' aver' operato  a  caso.  Benché  dal  signor 
Emilio  del  Cavaliere,  prima  che  da  ogni  altro 
ch'io  sappia,  con  maravigliosa  invenzione  ci  fusse 
fatta  udire  la  nostra  musica  sulle  scene  ;  piacque 
nondimeno  a'  signori  Jacopo  Corsi  ed  Ottavio 
Rinuccini  (fin  l'anno  1594),  che  io,  adoperandola 
in  altra  guisa,  mettessi  sotto  le  note  la  favola 
di  Dafne,  dal  signor  Ottavio  composta,  per  fare 
una  semplice  pruova  di  quello  che  potesse  il 
canto  dell'età  nostra.  Onde,  veduto  che  si  trat- 
tava di  poesia  dramatica  e  che  però  si  doveva 
imitar'  col  canto  chi  parla  (e  senza  dubbio  non 
si  parlò  mai  cantando),  stimai  che  gli  antichi 
Greci  e  Romani  (i  quali,  secondo  l'opinione  di 
molti,  cantavano  su  le  scene  le  tragedie  intere) 
usassero  un'armonia,  che  avanzando  quella  del 
parlare  ordinario,  scendesse  tanto  dalla  melodia 


46  l'origine  del  melodramma 

del  cantare  che  pigliasse  forma  di  cosa  mezzana. 
E  questa  è  la  ragione,  onde  veggiamo  in  quelle 
poesie  aver'  avuto  luogo  il  jambo,  che  non  si 
innalza  come  l'esametro,  ma  pure  è  detto  avan- 
zarsi oltr'  a'  confini  de'  ragionamenti  famigliari. 
E  per  ciò,  tralasciata  qualunque  altra  maniera 
di  canto  udita  fin  qui,  mi  diedi  tutto  a  ricercare 
l'imitazione  che  si  debbo  a  questi  poemi;  e  con- 
siderai che  quella  sorte  di  voce,  che  dagli  antichi 
al  cantare  fu  assegnata,  la  quale  essi  chiama- 
vano diastematica  (quasi  trattenuta  e  sospesa), 
potesse  in  parte  affrettarsi,  e  prender  temperato 
corso  tra  i  movimenti  del  canto  sospesi  e  lenti, 
e  quegli  della  favella  spediti  e  veloci,  et  acco- 
modarsi al  proposito  mio  (come  l'accomodavano 
anch'essi,  leggendo  le  poesie  et  i  versi  eroici), 
avvicinandosi  all'altra  del  ragionare,  la  quale 
continuata  appellavano:  il  che  i  nostri  moderni 
(benché  forse  ad  altro  fine)  hanno  ancor  fatto 
nelle  musiche  loro.  Conobbi,  parimente,  nel  nostro 
parlare  alcune  voci  intonarsi  in  guisa  che  vi  si 
può  fondare  armonia,  e  nel  corso  della  favella 
passarsi  per  altre  molte  che  non  si  intuonano, 
finche  si  ritorni  ad  altra  capace  di  movimento 
di  nuova  consonanza.  Et  avuto  riguardo  a  que' 
modi  et  a  quegli  accenti  che  nel  dolerci,  nel  ral- 
legrarci et  in  somiglianti  cose  ci  servono,  feci 
muovere  il  basso  al  tempo  di  quegli,  or  piti 
or  meno,  secondo  gli  affetti,  e  lo  tenni  fermo 
•tra  le  false  e  tra  le  buone  proporzioni,  finche, 
scorrendo  per  varie  note,  la  voce  di  chi  ragiona 
arrivasse  a  quello  che  nel  parlare  ordinario  in- 


l'origine  del  melodramma  47 

tonandosi,  apre  la  via  a  nuovo  concento.  E  questo 
non  solo  perchè  il  corso  del  ragionare  non  fe- 
risse Toreccliio  (quasi  intoppando  negli  incontri 
delle  ripercosse  corde,  dalle  consonanze  più  spesse) 
0  non  paresse  in  un  certo  modo  ballare  al  moto 
del  basso,  e  principalmente  nelle  cose  o  meste 
0  gravi,  richiedendo  per  natura  l'altre  più  liete 
più  spessi  movimenti:  ma  ancora  perchè  l'uso 
delle  false,  o  scemasse  o  ricoprisse  quel  vantaggio 
che  ci  s'aggiungne  dalla  necessità  di  intonare 
ogni  nota:  di  che,  per  ciò  fare,  potevan  forse  aver 
manco  bisogno  l'antiche  musiche.  E  però,  sì  come 
io  non  ardirei  affermare  questo  essere  il  canto 
nelle  greche .  e  nelle  romane  favole  usato,  così 
ho  creduto  esser  quello  che  solo  possa  donarcisi 
dalla  nostra  musica,  per  accomodarsi  alla  nostra 
favella.  Onde  fatta  udire  a  quei  Signori  la  mia 
openione,  dimostrai  loro  questo  nuovo  modo  di 
cantare,  e  piacque  sommamente,  non  pure  al  si- 
gnor Jacopo,  il  quale  aveva  di  già  composte 
arie  bellissime  per  quella  favola,  ma  al  signor 
Pietro  Strozzi ,  al  signor  Francesco  Cini ,  et 
ad  altri  molti  intendentissimi  gentiluomini  (che 
nella  nobiltà  fiorisce  oggi  la  musica),  come  anco 
a  quella  famosa,  che  si  può  chiamare  Euterpe 
dell'età  nostra,  la  signora  Vettoria  Archilei:  la 
quale  ha  sempre  fatte  degne  del  cantar  suo  le 
musiche  mie,  adornandole  non  pure  di  quei  gruppi 
e  di  quei  lunghi  giri  di  voce  semplici  e  doppi, 
che  dalla  vivezza  dell'ingegno  suo  son  ritrovati 
ad  ogn'ora,  più  per  ubbidire  all'uso  de'  nostri 
tempi,  che  perch'olla  stimi  consistere  in  essi  la 


48  l'origine  del  melodramma 

bellezza  e  la  forza  del  nostro  cantare,  ma  anco 
di  quelle  e  vaghezze  e  leggiadrie  che  non  si  pos- 
sono scrivere,  e  scrivendole  non  si  imparono  da 
gli  scritti.  L'udì  e  la  commendò  messer  Giovan 
Battista  lacomelli,  che  in  tutte  le  parti  della 
musica  eccellentissimo,  ha  quasi  cambiato  il  suo 
cognome  col  Violino,  in  cui  egli  è  mirabile;  e 
per  tre  anni  continui  che  nel  carnovale  si  rap- 
presentò, fu  udita  con  sommo  diletto  e  con  ap- 
plauso universale  ricevuta  da  chiunque  vi  si 
ritrovò.  Ma  ebbe  miglior  ventura  la  presente 
Euridice,  non  perchè  la  sentirono  quei  Signori 
et  altri  valorosi  uomini,  ch'io  nominai,  e  di  più 
il  signor  conte  Alfonso  Fontanella  et  il  signor 
Orazio  Vecchi,  testimoni  nobilissimi  del  mio  pen- 
siero, ma  perchè  fu  rappresentata  ad  una  Regina 
sì  grande,  et  a  tanti  famosi  principi  d'Italia  e 
di  Francia,  e  fu  cantata  da'  più  eccellenti  musici 
de'  nostri  tempi.  Tra  i  quali  il  signor  Francesco 
Rasi,  nobile  aretino,  rappresentò  Aminfa;  il  si- 
gnor Antonio  Brandi  Arcetro;  et  il  signor  Mel- 
chior Palandrotti  Plutone:  e  dentro  alla  scena 
fu  sonata  da  Signori  per  nobiltà  di  sangue  e  per 
eccellenza  di  musica  illustri;  il  signor  Jacopo 
Corsi,  che  tanto  spesso  ho  nominato,  sonò  un 
gravicembalo,  et  il  signor  Don  Grazia  Montai vo 
un  chitarrone,  Messer  Giovan  Battista  dal  Vio- 
lino una  lira  grande,  e  Messer  Giovanni  Lapi  un 
liuto  grosso.  E  benché  fin  allora  l'avessi  fatta 
nel  modo  appunto  che  ora  viene  in  luce,  non- 
dimeno Giulio  Caccini  (detto  Romano)  il  cui 
sommo    valore    è    noto    al    mondo,    fece    l'arie 


•va 


l'okigine  del  melodramma  49 

d'Euridice  et  alcune  del  Pastore  e  Ninfe  del 
Coro;  e  de'  Cori  ^^Al  canto,  Al  ballo  „,  "  Sospi- 
rate „ ,  e  "  Poi  che  gli  eterni  imperi  „  :  e  questo 
perchè  dovevano  essere  cantate  da  persone  de- 
pendenti da  lui,  le  quali  arie  si  leggono  nella 
sua,  composta  e  stampata  pur  dopo  che  questa 
mia  fu  rappresentata  a  S.  M.  Cristianissima. 

Ricevetela  però  benignamente,  cortesi  lettori  ; 
e  benché  io  non  sia  arrivato,  con  questo  modo, 
fin  dove  mi  pareva  di  poter  giungnere,  essendo 
stato  freno  al  mio  corso  il  rispetto  della,  novità, 
graditela  in  ogni  modo;  e  forse  avverrà  ch'in 
altra  occasione  io  vi  dimostri  cosa  più  perfetta 
di  questa.  Intanto  mi  parrà  d'aver  fatto  assai, 
avendo  aperta  la  strada  al  valor' altrui  di  cam- 
minare, per  le  mie  orme,  alla  gloria,  dove  a  me 
non  è  dato  di  poter  pervenire.  E  spero  che  l'uso 
delle  false,  sonate  e  cantate  senza  paura,  discre- 
tamente (et  appunto  essendo  piaciute  a  tanti  e 
sì  valorosi  uomini)  non  vi  saranno  di  noia,  mas- 
sime neir  arie  piti  meste  e  più  gravi  d' Orfeo, 
à'Arcetro  e  di  Dafne,  rappresentata  con  molta 
grazia  da  Jacopo  Giusti,  fanciulletto  lucchese. 
E  vivete  lieti. 

Jacopo  Peri. 


Solerti,  L'origine  del  Melodramma. 


50  l'origine  del  melodramma 


GIULIO  CACCINI.  —  Prefazione   a   L'Euridice 
[1600]  (*). 

Air  Illustrissimo  Signore 
Il  Signor  Giovanni  Bardi  de  Conti  di  Vernio 

Luogotenente  Generale 
Dell'una  e  dell'altra  Guardia  di  N."  Sr  Osservr 

Avendo  io  composto  in  musica  in  stile  rap- 
presentativo la  favola  à' Euridice  e  fattala  stam- 
pare, m'è  parso  parte  di  mio  debito  dedicarla 
a  V.  S.  Illustrissima,  alla  quale  io  son  sempre 
stato  particolar  servitore,  e  a  cui  mi  truovo 
infinitamente  obbligato.  In  essa  ella  riconoscerà 
quello  stile  usato  da  me  altre  volte,  molti  anni 
sono,  come  sa  Y.  S.  Illustrissima,  nell'ecloga  del 
Sanazzaro  Itene  all'  ombra  degli  ameni  faggi  ecc., 
in  altri  miei  madrigali  di  quei  tempi:  Perfidis- 
simo volto;  Vedrò  il  mio  sol;  Dovrò  dunque  morire^ 
e  simili.  E  questa  è  quella  maniera  altresì,  la 
quale  negli  anni  che  fioriva  la  Camerata  sua  in  Fi- 
renze, discorrendo  ella,  diceva,  insieme  con  molti 
altri  nobili  virtuosi,  essere  stata  usata  dagli  an- 
tichi Greci  nel  rappresentare  le  loro  tragedie  e 
altre  favole,  adoperando  il  canto. 


(*)  L'EVRIDICE  I  composta  in  |  MVSICA  |  In  stile  rap- 
presentativo I  da GivLio  Caccini  |  detto  Romano  f  [stemma]) 
IN  FIRENZE  I  Appresso  Giorgio  Marescotti  |  MDC. 


l'origine  del  melodramma  51 

Reggesi,  adunque,  l'armonia  delle  parti  che 
recitano  nella  presente  Euridice,  sopra  un  basso 
continuato,  nel  quale  ho  io  segnato  le  quarte, 
seste  e  settime,  terze  maggiori  e  minori  più  ne- 
cessarie, rimettendo  nel  rimanente  lo  adattare 
le  parti  di  mezzo  a'  lor  luoghi  nel  giudizio  e 
nell'arte  di  chi  suona;  avendo  legato  alcune 
volte  le  corde  del  basso,  affine  che  nel  trapas- 
sare delle  molte  dissonanze  ch'entro  vi  sono,  non 
si  ripercuota  la  corda  e  l'udito  ne  venga  offeso. 
Nella  qual  maniera  di  canto  ho  io  usata  una 
certa  sprezzatura,  che  io  ho  stimato  che  abbia 
del  nobile,  parendomi  con  essa  di  essermi  ap- 
pressato quel  più  alla  naturai  favella.  Ne  ho 
ancora  fuggito  il  riscontro  delle  due  ottave  e 
due  quinte,  quando  due  soprani  cantando  con 
l'altre  parti  di  mezzo,  fanno  passaggi  ;  pensando 
perciò,  con  la  vaghezza  e  novità  loro,  maggior- 
mente dilettare;  e  massimamente  poi  che  senza 
essi  passaggi,  tutte  le  parti  sono  senza  tali 
errori. 

Io  era  stato  di  parere,  con  l'occasione  presente, 
di  fare  un  discorso  ai  lettori  del  nobil  modo  di 
cantare,  al  mio  giudizio  il  migliore  col  quale 
altri  potesse  esercitarsi,  con  alcune  curiosità  ap- 
partenenti ad  esso,  e  con  la  nuova  maniera  de' 
passaggi  e  raddoppiate  inventate  da  me,  quali 
ora  adopera,  cantando  l'opere  mie,  già  è  molto 
tempo.  Vittoria  Archilei,  cantatrice  di  quella 
eccellenza  che  mostra  il  grido  della  sua  fama. 
Ma,  perchè  non  è  parso,  al  presente,  ad  alcuni 
miei  amici  (ai  quali  non  posso,  ne  devo  mancare 


52  l'origine  del  melodramma 

per  questo),  mi  sono  perciò  riserbato  ad  altra 
occasione,  riportando  io,  per  ora,  questa  sola 
soddisfazione  di  essere  stato  il  primo  a  dare 
alla  stampa  simile  sorte  di  canti,  e  lo  stile  e 
la  maniera  di  essi.  La  qual  si  vide  per  tutte 
l'altre  mie  musiche  che  son  fuori  in  penna,  com- 
poste da  me  più  di  quindici  anni  sono  in  diversi 
tempi,  non  avendo  mai  nelle  mie  musiche  usato 
altr'arte  che  l'imitazione  de'  sentimenti  delle  pa- 
role, toccando  quelle  corde,  più  o  meno  affettuose, 
le  quali  ho  giudicato  più  convenirsi  per  quella 
grazia  che  si  ricerca  per  ben  cantare;  la  qual 
grazia  e  modo  di  canto,  molte  volte  mi  ha  testi- 
ficato essere  stata  costà  in  Roma  accettata  per 
buona  universalmente  V.  S.  Illustrissima.  La 
quale  prego  intanto  a  ricevere  in  grado  l' effetto 
della  mia  buona  volontà  ecc.  ;  a  conservarmi  la 
sua  protezione,  sotto  il  quale  scudo  spererò 
sempre  potermi  ricoverare  ecc.,  et  esser  difeso 
dai  pericoli  che  sogliono  soprastare  alle  cose  non 
più  usate;  sapendo  che  ella  potrà  sempre  far 
fede  non  essere  discare  le  cose  mie  a  Principe 
grande,  il  quale  avendo  occasione  di  esperi- 
mentare tutte  le  buone  arti,  giudicare  ottima- 
mente ne  può;  con  il  che  baciando  la  mano  a 
V.  S.  111.,  prego  Nostro  Signore  la  faccia  felice. 

Di  Firenze  li  20  di  dicembre  1600. 

Di  V.  S.  Illustrissima 

Servitore  affezionatissimo  e  ohhUgatissimo 
Giulio  Caccini. 


l'origine  del  melodeamma  53 


GrIULIO  CACCINI.  —  Dedicatoria  e  prefazione  a 
Le  Nuove  Musiche  [1601-1614-1615]  (*). 

All'Illustrissimo  Signor  Lorenzo  Salviati 
Suo  Signor  Osservandissimo. 

Niuna  cosa  inanimisce  più  ad  offerire  altrui 
eziandio  i  piccioli  doni  che  là  gratitudine  di  chi 
talora  si  è  degnato  riceverli,  V.  S.  Illustrissima 
si  compiacque  sempre  di  favorire  e  gradire  non 
dirò  i  doni,  ma  i  saggi  degli  esercizi  miei  mu- 


(*)  LE  NVOVE  I  MVSICHE  1  di  Givlio  Caccini  |  detto 
Romano  |  [stemma]  |  IN  FIRENZE  |  Appresso  iMarescotti| 
MDCI. 

La  medesima  prefazione  fu  ripetuta  nella  brutta  ri- 
stampa di  Venezia,  Raverii,  1607,  e,  tranne  l'ultimo  tratto 
in  fine,  anche  nell'edizione  del  1615,  qui  appresso  indi- 
cata, cui  manca  però  anche  una  breve  dedicatoria  a 
Lorenzo  Salviati  in  data  1°  febbraio  1601  [1602]  che  si 
legge  nella  prima  : 

LE  NVOVE  I  MVSICHE  |  di  Givlio  Caccini  |  detto  Ro- 
mano I  Musico  del  Serenissimo  Gran  Duca  di  Toscana  J 
Nouamente  con  ogni  diligenza  ristampate  1  [impresa]  |  IN 
VENETIA  1  Appresso  Giacomo  Vincenti  |  MDCXV. 

La  prefazione  all'edizione  del  1614  è  in  tutto  diversa 
e  si  legge  più  innanzi. 


54  l'origine  del  melodramma 

sicali  mentre  che  il  suo  nobile  intelletto  in  tutte 
le  belle  discipline  affinato,  si  è  dilettato  non 
solamente  di  ascoltare  da  me,  e  da  chi  è  eser- 
citato da  me,  le  musiche  mie  et  il  canto;  ma 
sovente  ancora  di  onorarle  cantandole.  Il  perchè 
dovendo  io  per  una  certa  mia  esperienza  del- 
l'arte, pubblicare  alcuni  pochi  miei  Madrigali  et 
canzonette  composte  a  aria,  le  raccomando  alla 
protezion  sua,  che  con  tanta  cortesia  si  è  pia- 
ciuta pregiarle:  sperando  che  quelle  Muse,  con 
le  quali  ella  nel  suo  nobilissimo  giardino  si  suole 
stare  a  virtuoso  diletto ,  che  per  vicinanza  di 
luogo  a  quelle  umilissime  della  mia  casa  non  son 
disgiunte,  debbiano  tener  ricordata  a  V.  S.  111.™* 
quella  servitù  mia,  che  antica  oramai  essendo, 
desidera  e  spera  ognora  piìi  internarsi  nella  sua 
virtìi  e  nella  benignità  della  grazia  sua  :  la  quale 
desiderando  io  sempre  che  sia  illustrata  dalla 
grazia  divina,   a  lei  fo   reverenza  debitamente. 

Di  Casa  in  Firenze  il  dì  primo  di  febbraio  1601. 

Di  V.  S.  Illustrissima 

OìMigatissimo  Servitore 
Giulio  Caccini. 


l'origine  del  melodramma  55 


Ai  lettori. 

Se  gli  studi  della  musica  fatti  da  me  intorno 
alla  nobile  maniera  di  cantare,  dal  famoso  Sci- 
pione del  Palla  mio  maestro  appresa,  et  altre 
mie  composizioni  di  piti  madrigali  et  arie,  com- 
posti da  me  in  diversi  tempi,  io  non  ho  fino  ad 
ora  manifestati,  ciò  è  addivenuto  dal  non  isti- 
mare  io  :  parendo  a  me  che  assai  di  onore  rice- 
vessero dette  mie  musiche,  e  molto  pili  del  merito 
loro,  veggendole  continovamente  esercitate  da  i 
più  famosi  cantori  e  cantatrici  d'Italia,  et  altri 
nobili  amatori  di  questa  professione.  Ma  ora 
veggendo  andare  attorno  molte  di  esse  lacere  e 
guaste,  et  inoltre  malamente  adoperarsi  quei 
lunghi  giri  di  voci  semplici  e  doppi,  cioè  rad- 
doppiate, intrecciate  Funa  nell'altra,  ritrovate 
da  me  per  isfuggire  quella  antica  maniera  di 
passaggi  che  già  si  costumarono,  più  propria 
per  gli  strumenti  di  fiato  e  di  corde  che  per  le 
voci,  et  altresì  usarsi  indifferentemente  il  cre- 
scere 0  scemare  della  voce,  l'esclamazioni,  trilli 
e  gruppi,  et  altri  cotali  ornamenti  alla  buona 
maniera  di  cantare;  sono  stato  necessitato,  et 
anco  mosso  da  amici,  di  far  istampare  dette  mie 
musiche  ;  et  in  questa  mia  prima  impressione  con 


56  l'origine  del  melodramma 

questo  discorso    ai    lettori   mostrare  le    cagioni 
che  m'indussero  a  simil  modo  di  canto  per  una 
voce  sola,  affine  che,  non  essendosi  ne'  moderni 
tempi  passati  costumate  (ch'io  sappia)  musiche 
di  quella  intera  grazia  ch'io  sento  nel  mio  animo 
risonare,    io    ne  possa  in  questi  scritti  lasciare 
alcun  vestigio,  e  che    altri    possa  giungere  alla 
perfezione,  che  Poca  favilla  gran  fiamma  seconda. 
Io  veramente  nei  tempi  che  fioriva  in  Firenze -la 
virtuosissima  Camerata  dell'Illustrissimo  Signor 
Giovanni  Bardi  de'  Conti  di  Vernio,  ove  concor- 
reva non  solo  gran  parte  della  nobiltà,  ma  an- 
cora i  primi  musici  et  ingegnosi  uomini,  e  poeti 
e  filosofi  della    città,    avendola  frequentata  an- 
ch'io, posso  dire  d'avere  appreso    piii    dai    loro 
dotti  ragionari,  che  in  più  di  trent'anni  non  ho 
fatto  nel  contrappunto;  imperò  che  questi  in^enden- 
tissimi  gentiluomini  m'hanno  sempre  confortato, 
e  con  chiarissime  ragioni    convinto,  a  non  pre- 
giare quella  sorte  di  musica,  che  non  lasciando 
bene  intendersi  le  parole,  guasta  il  concetto  et 
il  verso,  ora  allungando  et  ora  scorciando  le  sil- 
labe per   accomodarsi    al    contrappunto,  lacera- 
mento della  poesia,  ma  ad  attenermi    a    quella 
maniera  cotanto  lodata    da  Platone  et  altri  fi- 
losofi, che  affermarono  la  musica  altro  non  essere 
che  la  favella  e  il  ritmo  et  il  suono  per  ultimo, 
e  non  per  lo  contrario,  a  volere  che  ella  possa 
penetrare    nell'altrui   intelletto   e   fare  quei  mi- 
rabili   effetti  che   ammirano  gli   scrittori,  e  che 
non  potevano    farsi    per    il    contrappunto   nelle 
moderne  musiche  :    e    particolarmente  cantando 


l'origine  del  melodramma  57 

un  solo  sopra  qualunque  strumento  di  corde,  che 
non  se  ne  intendeva  parola  per  la  moltitudine 
di  passaggi,  tanto  nelle  sillabe  brevi  quanto 
lunghe,  et  in  ogni  qualità  di  musiche,  pur  che 
per  mezzo  di  essi  fussero  dalla  plebe  esaltati  e 
gridati  per  solenni  cantori.  Veduto  adunque,  si 
com'io  dico,  che  tali  musiche  e  musici  non  da- 
vano altro  diletto  fuor  di  quello  che  poteva 
l'armonia  dare  all'udito  solo,  poi  che  non  pote- 
vano esse  muovere  l'intelletto  senza  l'intelligenza 
delle  parole,  mi  venne  pensiero  introdurre  una 
sorte  di  musica,  per  cui  altri  potesse  quasi  che 
in  armonia  favellare,  usando  in  essa  (come  altre 
volte  ho  detto)  una  certa  nobile  sprezzatura  di 
canto,  trapassando  talora  per  alcune  false,  te- 
nendo però  la  corda  del  basso  ferma,  eccetto 
che  quando  io  me  ne  volea  servire  all'uso  co- 
mune, con  le  parti  di  mezzo  tocche  dall' istru- 
mento  per  esprimere  qualche  affetto,  non  essendo 
buone  per  altro.  Là  onde,  dato  principio  in  quei 
tempi  a  quei  canti  per  una  voce  sola,  parendo 
a  me  che  avessero  piti  forza  per  dilettare  e 
muovere,  che  le  più  voci  insieme,  composi  in 
quei  tempi,  i  madrigali  Perfidisshno  volto;  Vedrò 
'l  mio  Sol;  Dovrò  dunque  morire,  e  simili  ;  e  par- 
ticolarmente l'aria  sopra  l'Egloga  del  Sanazzaro 
Itene  a  l'ombra  degli  ameni  faggi,  in  quello  stile 
proprio,  che  poi  mi  servì  per  le  favole  che  in 
Firenze  si  sono  rappresentate  cantando.  I  quali 
madrigali  et  aria  uditi  in  essa  camerata  con 
amorevole  applauso  et  esortazioni  ad  eseguire 
il  mio  presupposto  fine  per  tal  camino,  mi  mos- 

SoLERTi,  L'origine  del  Melodramma.  8 


58  l'origine  del  melodramma 


sero  a  trasferirmi  a  Roma  per  darne  saggio 
anche  quivi:  ove  fatti  udire  detti  madrigali  et 
aria  in  casa  del  signor  Nero  Neri  a  molti  gen- 
tiluomini, che  quivi  s'adunavano,  e  particolar- 
mente al  signor  Lione  Strozzi,  tutti  possono 
rendere  buona  testimonianza  quanto  mi  esortas- 
sero a  continovare  l'incominciata  impresa,  dicen- 
domi perfino  a  quei  tempi  non  avere  udito  mai 
armonia  d'una  voce  sola,  sopra  un  semplice  stru- 
mento di  corda,  che  avesse  avuto  tanta  forza  di 
muovere  l'affetto  dell'animo  quanto  quei  madri- 
gali ;  SI  per  lo  nuovo  stile  di  essi^  come  perchè 
costumandosi  anco  in  quei  tempi  per  una  voce 
sola  i  madrigali  stampati  a  più  voci,  non  pareva 
loro,  che  per  l'artifizio  delle  parti  corrispondenti 
fra  loro,  la  parte  sola  del  soprano  di  per  sola 
cantata  avesse  in  se  affetto  alcuno.  Onde  ritor- 
nato io  a  Firenze,  e  considerato  che  altresì  in 
quei  tempi  si  usavano  per  i  musici  alcune  can- 
zonette per  lo  pili  di  parole  vili,  le  quali  pareva 
a  me  che  non  si  convenissero,  e  che  tra  gli 
uomini  intendenti  non  si  stimassero;  mi  venne 
anco  pensiero,  per  sollevamento  tal  volta  degli 
animi  oppressi,  comporre  qualche  canzonetta  a 
uso  di  aria  per  potere  usare  in  conserto  di  più 
strumenti  di  corde;  e  comunicato  questo  mio 
pensiero  a  molti  gentiluomini  della  città,  fui  com- 
piaciuto cortesemente  da  essi  di  molte  canzonette 
di  misure  varie  di  versi,  sì  come  anche  appresso 
dal  signor  Gabriello  Chiabrera,  che  in  molte 
copie,  et  assai  diversificate  da  tutte  l'altre  ne 
fui  favorito,  prestandomi  egli   grande  occasione 


L'ORIGINE   DEL    MELODEAMMA 


d'andar  variando,  le  quali  tutte  composte  da  me 
in  diverse  arie,  di  tempo    in    tempo,  state  non 
sono  poi  disgrate  eziandio  a  tutta  Italia,  serven- 
dosi ora  di    esso    stile  ciascuno  che  ha  volsuto 
comporre   per  una  voce  sola,  e  particolarmente 
qui  in  Firenze:  ove  stando    io   già  trenta  sette 
anni  a  gli  stipendi  di  questi  Serenissimi  Principi, 
mercè  della  loro  bontà  qualunque  ha  volsuto  ha 
potuto  vedere  et  udire  a  suo  piacere  tutto  quello 
che  di  continuo  ho  operato  intorno  a  sifatti  studi. 
Ne  i  quali,  cosi  ne  madrigali  come  nelle  arie,  ho 
sempre  procurata  l'imitazione  de  i  concetti  delle 
parole,  ricercando  quelle  corde  piti  e  meno  affet- 
tuose, secondo  i  sentimenti  di  esse,  e  che  parti- 
colarmente   avessero  grazia,  avendo  ascosto    in 
esse  quanto   più    ho    potuto   l'arte  del  contrap- 
punto ,  e  posato  le  consonanze  nelle  sillabe  lun- 
ghe, e  fuggito  le  brevi  et  osservato  l'istessa  re- 
gola nel    fare    i  passaggi  :  benché  per  un  certo 
adornamento  io  abbia  usato  talora  alcune  poche 
crome,  fino  al    valor  di  un  quarto  di  battuta  o 
una  mezza  il  più  sopra  sillabe  brevi  per  lo  più, 
le  quali,  perchè  passano   tosto  e  non  sono  pas- 
saggi ma    un    certo  accrescimento  di  grazia,  si 
possono  permettere,  et  anco  per  che  il  giudicio 
speciale  fa   ad  ogni  regola  patire  qualche  ecce- 
zione. Ma,  perchè  di  sopra  io    ho   detto    essere 
malamente  adoperati  quei  lunghi  giri  di  voce,  è 
d'avvertire  che  i  passaggi  non  sono  stati  ritro- 
vati per  che  siano  necessarii  alla  buona  maniera 
di  cantare,  ma  credo  io  piuttosto  per  una  certa 
titillazione  a  gli  orecchi  di  quelli  che  meno  in- 


60  l'oeigine  del  melodramma 

tendono  clie  cosa  sia  cantare  con  affetto  ;  che, 
se  ciò  sapessero,  indubitatamente  i  passaggi  sa- 
rebbero abborriti,  non  essendo  cosa  più  contraria 
di  loro  all'effetto.  Onde  per  ciò  ho  detto  mala- 
mente adoprarsi  que'  lunghi  giri  di  voce,  però 
che  da  me  sono  stati  introdotti  così  per  servir- 
sene in  quelle  musiche  meno  affettuose,  e  sopra 
sillabe  lunghe,  e  no  brevi,  et  in  cadenze  finali; 
non  facendo  di  mestieri  nel  resto  intorno  alle 
vocali  altra  osservanza  per  detti  lunghi  giri  se 
non  che  la  vocale  "  u  „  fa  miglior  effetto  nella 
voce  del  soprano  che  del  tenore,  e  la  vocale 
"  i  „  meglio  nel  tenore  che  la  vocale  **  u  „  ;  es- 
sendo le  rimanenti  tutte  in  uso  comune,  sebbene 
più  sonore  le  aperte  che  le  chiuse,  come  anco 
più  proprie  e  più  facili  per  esercitare  la  dispo- 
sizione. Et  acciò  che  ancora,  seppure  si  debbono 
questi  giri  di  voce  usare,  si  facciano  con  qualche 
regola  nelle  mie  opere  osservata,  e  non  a  caso 
0  sulla  pratica  del  contrappunto,  onde  sarebbe 
di  mestieri  pensarli  prima  nelle  opere  che  altri 
vuol  cantar  solo,  e  fare  maniera  in  essi,  ne  pro- 
mettersi che  il  contrappunto  sia  bastevole:  però 
che  alla  buona  manièra  di  comporre  e  cantare 
in  questo  stile  serve  molto  più  l'intelligenza  del 
concetto  e  delle  parole,  il  gusto  e  l'imitazione 
di  esso  così  nelle  corde  affettuose  come  nello 
esprimerlo  con  affetto  cantando,  che  non  serve 
il  contrappunto  ;  essendomi  io  servito  di  esso  per 
accordar  solo  le  due  parti  insieme  e  sfuggire 
certi  errori  notabili,  e  legare  alcune  durezze  più 
per  accompagnamento  dello  affetto  che  per  usar 


l'origine  del  melodramma  ,61 

arte  ;  sì  come  anco  si  vede,  che  migliore  effetto 
farà  e  diletterà   più  un'aria  o  un    madrigale  in 
cotale   stile  composto  su  '1  gusto    del    concetto 
delle  parole  datele,  che  abbia  buona  maniera  di 
cantare,  che  non  farà  un  altro  con  tutta  l'arte 
del  contrappunto  ;  di  che  non  si    potrà  rendere 
migliore    ragione    che    la    prova    istessa.    Tale 
adunque  furono    le    cagioni,  che  m' indussero  a 
simile  maniera  di    canto    per    una  voce  sola:  e 
dove,  et  in  che  sillabe  et  vocali  si  deono  usare 
i  lunghi  giri  di  voce.  Resta  ora  a  dire  perchè  il 
crescere    e    scemare   della  voce,   T  esclamazioni, 
trilli  e  gruppi,  e  gli  altri  effetti  sopra  detti  siano 
indifferentemente  usati,  perocché  allora  si  dicono 
usarsi  indifferentemente  ogni  volta  che  altri  se 
ne  serve  tanto  nelle  musiche  affettuose,  ove  più 
si  richieggono,  quanto  nelle  canzonette  a  ballo. 
La  radice  del  qual  difetto  (se  non  m'inganno)  è 
cagionata  perchè    il    musico    non    ben    possiede 
prima  quello  che  egli  vuol  cantare  :  e  se  ciò  fosse, 
indubitatamente  non  incorrerebbe  in  cotali  errori, 
sì  come  più  facilmente  incorre  quel  tale,  che  for- 
matosi   una    maniera    di    cantare,  verbi  grazia, 
tutta  affettuosa  con  una  regola  generale,  che  nel 
crescere  e  scemare  della  voce,  e  nelle  esclama- 
zioni sia  il  fondamento  di   esso   affetto,  sempre 
se  ne  serve  in  ogni  sorte  di  musica,  non  discer- 
nendo se  le  parole  il  richieggono  ;  là  dove  coloro, 
che  bene  intendono  i  concetti  e  i  sentimenti  delle 
parole  conoscono  i  nostri  difetti,  e  sanno  distin- 
guere ove  più  e  meno  si  richieggia  esso  affetto: 
a'  quali  si  deve  procurare  con  ogni  studio  di  som- 


62  l'oeigine  del  melodramma 

inamente  piacere,  e  pregiare  piti  la  lode  loro  che 
l'applauso  del  vulgo  ignorante.  Quest'arte  non 
patisce  la  mediocrità,  e  quanto  più  squisitezze 
per  l'eccellenza  sua  sono  in  lei,  con  tanta  più 
fatica  e  diligenza  le  dovemo  noi,  professori  di 
essa,  ritrovare  con  ogni  studio  et  amore  ;  il  quale 
amore  ha  mosso  me  (vedendo  io  che  dalli  scritti 
abbiamo  lume  d'ogni  scienza  e  d'ogni  arte)  a 
lasciarne  questo  poco  di  spiraglio  nelle  note  ap- 
pressO;  e  discorsi:  intendendo  io  di  mostrare 
quanto  appartiene  a  chi  fa  professione  di  cantar 
solo  sopra  l'armonia  di  chitarrone  o  d'altro  stru- 
mento di  corde,  pur  che  già  sia  introdotto  nella 
teorica  di  essa  musica,  e  suoni  a  bastanza.  Non 
già  che  ella  non  si  acquisti  in  qualche  parte 
anco  per  lunga  pratica,  come  si  vede  che  hanno 
fatto  molti,  e  uomini  e  donne,  sino  a  un  certo 
segno  però  ;  ma  perchè  la  teorica  di  questi  scritti 
sino  al  segno  sopraddetto  fa  di  mestieri.  E  perchè 
nella  professione  del  cantante  (per  eccellenza  sua) 
non  servono  solo  le  cose  particolari,  ma  tutte 
insieme  la  fanno  migliore,  per  procedere  adunque 
con  ordine  dirò,  che  i  primi  et  più  importanti 
fondamenti  sono  l'intonazione  della  voce  in  tutte 
le  corde,  non  solo,  che  nulla  non  manchi  sotto, 
0  cresca  di  vantaggio,  ma  abbia  la  buona  ma- 
niera, come  ella  si  deve  intonare,  la  quale  per 
essere  usata  per  lo  più  in  due,  vedremo  e  l'una 
e  l'altra,  e  con  le  infrascritte  note  mostreremo 
quella,  che  a  me  parrà  più  propria  per  gli  altri 
effetti,  che  appresso  ne  seguono.  Sono  adunque 
alcuni,  che    nell'  intonazione    della   prima    voce 


l'okigine  del  melodeamma  63 

intonano  una  terza  sotto,  et  alcuni  altri  detta 
prima  nota  nella  propria  corda,  sempre  crescen- 
dola, dicendosi  questa  essere  la  buona  maniera 
per  mettere  la  voce  con  grazia  :  la  quale,  in  quanto 
alla  prima,  per  non  essere  regola  generale,  poi 
che  in  molte  consonanze  ella  non  accorda,  benché 
ov'ella  si  possa  anco  usare,  è  divenuta  ormai 
maniera  cotanto  ordinaria,  che  invece  d'aver 
grazia  (perchè  anco  alcuni  si  trattengono  nella 
terza  sotto  troppo  spazio  di  tempo,  ov'ella  vor- 
rebbe a  pena  essere  accennata)  direi  ch'ella  fosse 
più  tosto  rincrescevole  all'  udito,  e  che  per  li 
principianti  particolarmente  ella  si  dovesse  usare 
di  rado,  e  come  più  pellegrina,  mi  eleggerei  in 
vece  di  essa  la  seconda  del  crescere  la  voce. 
Ma  perchè  io  non  mi  sono  mai  quietato  dentro 
a  i  termini  ordinarli  et  usati  da  gli  altri,  anzi 
sono  andato  sempre  investigando  più  novità  a 
me  possibile,  pur  che  la  novità  sia  stata  atta 
a  poter  meglio  conseguire  il  fine  del  musico, 
cioè  di  dilettare  e  muovere  l'affetto  dell'animo, 
ho  trovato  essere  maniera  più  affettuosa  lo  in- 
tonare la  voce  per  contrario  effetto  all'  altro, 
cioè  intonare  la  prima  voce  scemandola,  però 
che  l'esclamazione,  che  è  mezzo  più  principale 
per  muovere  l'affetto  (et  l'esclamazione  propria- 
mente altro  non  è,  che  nel  lassare  della  voce 
rinforzandola  alquanto)  et  tale  accrescimento  di 
voce  nella  parte  del  soprano,  massimamente  nelle 
voci  fìnte,  spesse  volte  diviene  acuto,  et  impati 
bile  all'udito,  come  in  più  occasioni  ho  udito  io.  In- 
dubitatamente adunque,  come  affetto  più  proprio 


64  l'oeigine  del  melodramma 

per  muovere,  miglior  effetto  farà  l'intonare  la 
voce  scemandola,  che  crescendola  ;  però  clie  nella 
detta  prima  maniera,  crescendo  la  voce  per  far 
l'esclamazione,  fa  di  mestiere  poi  nel  lasciar  di 
essa  crescerla  di  vantaggio:  e  però  lio  detto 
ch'ella  apparisce  sforzata  e  cruda.  Ma  tutto  il 
contrario  effetto  farà  nello  scemarla,  poi  che  nel 
lassarla,  il  darle  un  poco  piìi  spirto  la  renderà 
sempre  piti  affettuosa;  oltre  che,  usando  anco 
tal  volta  or  l'una  et  or  l'altra,  si  potrà  variare, 
essendo  molto  necessaria  la  variazione  in  que- 
st'arte, purché  ella  sia  indiritta  al  fine  detto. 
Di  maniera  che,  se  questa  è  quella  maggior  parte 
della  grazia  nel  cantare  atta  a  poter  muovere 
l'affetto  dell'animo  in  quei  concetti  di  vero  ove 
pili  si  conviene  usare  tali  affetti,  e  se  si  dimostra 
con  tante  vive  ragioni,  ne  viene  in  conseguenza 
di  nuovo,  che  da  gli  scritti  s'impara  altresì  quella 
grazia  piìi  necessaria  che  in  miglior  maniera  e 
maggior  chiarezza  per  sua  intelligenza  non  si 
può  descrivere,  e  nondimeno  si  può  acquistare 
perfettamente,  pur  che  dopo  lo  studio  della  teorica 
e  regole  dette,  si  ponga  in  atto  quella  pratica 
[per]  la  quale  in  tutte  le  arti  si  diviene  piii  per- 
fetto, ma  particolarmente  nella  professione  e  del 
perfetto  cantore  e  della  perfetta  cantatrice. 

[seguono  alcune  righe  di  musica] 

Di  quello  adunque,  che  possa  essere,  con  mag- 
giore 0  minor  grazia  intonato  nella  maniera  detta, 
se  ne  può  fare  esperienza  nelle  soprascritte  note 
con  le  parole  sotto  Cor  mio  deh  non  languire;  però 


l'origine  del  melodramma  65 

che  nella  prima  minima  col  punto  si  può  into- 
nare Cor  mio  scemandola  a  poco  a  poco,  nel  calar 
della  semiminima  crescere  la  voce  con  un  poco 
più  spirito,  e  verrà  fatta  l'esclamazione  assai 
affettuosa  per  la  nota  anco,  che  cala  per  grado  ; 
ma  molto  più  spiritosa  apparirà  nella  parola  deh, 
per  la  tenuta  della  nota,  che  non  cala  per  grado, 
come  anco  soavissima  poi  per  la  ripresa  della 
sesta  maggiore,  che  cala  per  salto.  Il  che  ho  vol- 
suto  osservare,  per  mostrare  altrui,  non  solo  che 
cosa  è  esclamazione,  e  donde  nasca,  ma  che  pos- 
sono essere  ancora  di  due  qualità  una  più  affet- 
tuosa dell'altra,  sì  per  la  maniera  con  la  quale 
sono  descritte,  o  intonate  nell'un  modo  o  nel- 
l'altro, come  per  imitazione  jdella  parola  quando 
però  ella  darà  significato  con  il  concetto:  oltre 
che  l'esclamazioni  in  tutte  le  musiche  affettuose 
per  una  regola  generale  si  possono  sempre  usare 
in  tutte  le  minime  e  semiminime  col  punto  per 
discendere,  e  saranno  vie  più  affettuose  per  la 
nota  susseguente  che  corre,  che  non  faranno  nelle 
semibrevi  nelle  quali  darà  più  luogo  il  crescere 
e  scemare  della  voce  senza  usar  le  esclamazioni  : 
intendo  per  conseguenza  che  nelle  musiche  ariose, 
o  canzonette  a  ballo,  invece  di  essi  affetti,  si 
debba  usar  solo  la  vivezza  del  canto,  il  quale 
suole  essere  trasportato  dall'aria  istessa,  nella 
quale,  benché  talora  vi  abbia  luogo  qualche  escla- 
mazione, si  deve  lasciare  l'istessa  vivezza,  e  non 
porvi  affetto  alcuno  che  abbia  del  languido.  Il 
perchè  noi  venghiamo  in  cognizione  quanto  sia 
necessario  per    il    musico    un    certo  giudizio,  il 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  9 


66  l'origine  del  melodkamsia 

quale  suole  prevalere  talvolta  all'arte.  Come  al- 
tresì possiamo  ancora  conoscere  dalle  soprascritte 
note  quanta  maggior  grazia  abbiano  le  prime 
quattro  crome  sopra  la  seconda  sillaba  della  pa- 
rola languire,  così  rattenute  dalla  seconda  croma 
col  punto,  che  le  ultime  quattro  uguali,  così  de- 
scritte per  esempio.  Ma  perchè  molte  sono  quelle 
cose,  che  si  usono  nella  buona  maniera  di  can- 
tare che  per  trovarsi  in  esse  maggior  grazia, 
descritte  in  una  maniera,  fanno  contrario  effetto 
l'una  dall'altra,  onde  si  dice  altrui  cantare  con 
più  grazia  o  men  grazia,  mi  faranno  ora  dimo- 
strare prima,  in  che  guisa  è  stato  descritto  da 
me  il  trillo  et  il  gruppo,  e  la  maniera  usata  da 
me  per  insegnarlo  a  gli  interessati  di  casa  mia, 
et  inoltre  poi  tutti  gli  altri  effetti  più  necessarii 
a  ciò  non  resti  squisitezza  da  me  osservata  che 
non  si  dimostri. 

[seguono  alcune  righe  di  musica] 

Il  trillo,  descritto  da  me  sopra  una  corda  sola, 
non  è  stato  per  altra  cagione  dimostrato  in  questa 
guisa,  se  non  perchè  nello  insegnarlo  alla  mia 
prima  moglie  et  ora  all'altra  vivente,  con  le  mie 
figliuole,  non  ho  osservato  altra  regola  che  la 
stessa  nella  quale  è  scritto,  e  l'uno  e  l'altro, 
cioè  il  cominciarsi  della  prima  semiminima,  e 
ribattere  ciascuna  nota  con  la  gola  sopra  la  vo- 
cale a  fino  all'ultima  breve,  e  somigliantemente 
il  gruppo,  il  qual  trillo  e  gruppo  quanto  con  la 
suddetta  regola  fosse  appreso  in  grande  eccel- 
lenza dalla  mia  moglie  passata  lo  lascerò  giudi- 


l'origine  del  melodramma  67 


care  a  chiunque  ne'  suoi  tempi  l'udì  cantare, 
come  altresì  lascio  nel  giudizio  altrui,  potendosi 
udire,  in  quanta  squisitezza  sia  fatta  dall'altra 
mia  vivente:  che  se  vero  è  che  l'esperienza  sia 
maestra  di  tutte  le  cose,  posso  con  qualche  sicu- 
rezza affermare  e  dire  non  si  potere  usare  miglior 
mezzo  per  insegnarlo,  ne  miglior  forma  per  de- 
scriverlO;  come  si  è  espresso  e  l'uno  e  l'altro. 
Il  quale  trillo  e  gruppo,  per  essere  scala  neces- 
saria a  molte  cose  che  si  descrivono  e  sono 
effetti  di  quella  grazia  che  più  si  ricerca  per  ben 
cantare  e,  come  sopra  è  detto,  scritte  in  una 
maniera  o  in  altra  fanno  il  contrario  effetto  di 
quello  che  fa  di  mestieri,  mostrerò  non  solo 
come  si  possono  usare,  ma  eziamdio  tutti  essi 
effetti  descritti  in  due  maniere  con  l'istesso  valor 
delle  note,  acciò  tuttavia  venghiamo  in  cogni- 
zione, come  sopra  si  è  replicato  più  volte,  che 
da  molti  scritti  insieme  con  la  pratica  si  possono 
imparare  tutte  le  squisitezze  di  questa  arte. 

[seguono  alcune  righe  di  musicci] 

Poiché  per  le  note  sopra  scritte  in  due  ma- 
niere veggiamo  d'aver  più  grazia  il  numero  se- 
condo, che  il  numero  primo,  acciò  adunque  ne 
possiamo  far  migliore  esperienza,  saranno  qui 
appiè  descritte  alcune  di  esse  con  la  parola  sotto 
et  insieme  il  Basso  per  lo  Chitarrone,  e  tutti  i 
passi  affettuosissimi  con  la  pratica  de'  quali  altri 
potrà  esercitarsi  in  loro:  et  acquistarne  ogni 
maggior  perfezione. 

[seguono  alcune  righe  di  musica] 


68  l'okigine  del  melodramma 

E  perchè  negli  ultimi  due  versi  sopra  le  parole 
Ahi  dispietato  amor,  in  aria  di  romanesca  e  nel 
madrigale  appresso  Deh^  dove  son  fuggiti^  sono 
dentro  tutti  i  migliori  affetti,  che  si  possono 
usare  intorno  alla  nobiltà  di  questa  maniera  di 
canti,  gli  ho  voluti  perciò  descrivere  ;  si  per  mo- 
strare dove  si  deve  crescere  e  scemare  la  voce, 
a  fare  l'esclamazioni,  trilli  e  gruppi,  et  in  somma 
tutti  i  tesori  di  quest'arte,  come  anco  per  non 
essere  necessitato  altra  volta  a  dimostrar  ciò  in 
tutte  le  opere  che  appresso  seguiranno:  et  ac- 
ciochè  servano  per  esempio  in  riconoscere  in 
esse  musiche  i  medesimi  luoghi,  ove  saranno 
più  necessari  secondo  gli  affetti  delle  parole; 
avvenga  che  nobile  maniera  sia  così  appellata 
da  me  quella  che  va  usata  senza  sottoporsi  a 
misura  ordinata,  facendo  molte  volte  il  valor 
delle  note  la  metà  meno  secondo  i  concetti  delle 
parole,  onde  ne  nasce  quel  canto  poi  in  sprez- 
zatura, che  si  è  detto;  là  dove  poiché  sono  tanti 
gli  effetti  da  usarsi  per  l'eccellenza  di  essa  arte, 
ne  è  tanto  necessaria  la  buona  voce  per  essi 
quanto  la  respirazione  del  fiato  per  valersene 
poi  che  egli  deve  cantar  solo  sopra  chitarrone, 
0  altro  strumento  di  corde,  senza  essere  forzato 
accomodarsi  ad  altri  che  a  se  stesso,  si  elegga 
un  tuono,  nel  quale  possa  cantare  in  voce  piena 
e  naturale  per  isfuggire  le  voci  fìnte  ;  nelle  quali 
per  fìngerle,  o  almeno  nelle  forzate,  occorrendo 
valersi  della  respirazione  per  non  discoprirle 
molto  (poiché  per  lo  più  sogliono  offendere  l'u- 
dito, e  di  essa  è  pur  necessario  valersi  per  dar 


69 


maggiore  spirito  al  crescere  e  scemare  della 
voce,  alle  esclamazioni  e  tutti  gli  altri  effetti 
che  abbiamo  mostrati),  faccia  sì  che  non  gli 
venga  meno  poi,  ove  è  bisogno.  Ma  dalle  voci 
fìnte  non  può  nascere  nobiltà  di  buon  canto: 
che  nascerà  da  una  voce  naturale  comoda  per 
tutte  le  corde,  la  quale  altrui  potrà  maneggiare 
a  suo  talento,  senza  valersi  della  respirazione 
per  altro,  che  per  mostrarsi  padrone  di  tutti  gli 
affetti  migliori  che  occorrono  usarsi  in  siffatta 
nobilissima  maniera  di  cantare,  l'amor  della  quale 
e  generalmente  di  tutta  la  musica  acceso  in  me 
per  inclinazione  di.  natura,  e  per  gli  studi  di 
tanti  anni,  mi  scuserà  se  io  mi  fosse  lasciato 
trasportar  piìi  oltre,  che  forse  non  conveniva 
a  chi  non  meno  stima  lo  imparare,  che  il  co- 
municar lo  'mparato,  et  alla  reverenza  che  io 
porto  a  tutti  i  professori  di  quest'arte.  La  quale 
bellissima  essendo,  e  dilettando  naturalmente, 
allora  si  fa  ammirabile  e  si  guadagna  intera- 
mente l'altrui  amore,  quando  coloro  che  la  pos- 
seggono e  con  lo  insegnare  e  col  dilettare  altrui 
esercitandola  spesso,  la  scuoprono  e  appalesano 
per  un  esempio,  e  una  sembianza  vera  di  quelle 
inarrestabili  armonie  celesti,  dalle  quali  derivano 
tanti  beni  sopra  la  terra,  svegliandone  gli  intel- 
letti uditori  alla  contemplazione  dei  diletti  infiniti 
in  Cielo  somministrati. 

Conciosiachè  io  abbia  costumato  in  tutte  le 
mie  musiche  che  son  fuori  in  penna  di  denotare 
per  i  numeri  sopra  la  parte  del  Basso  le  terze 
e  le  seste  maggiori    ove   è  segnato    il    diesis  o 


70  l'origine  del  melodramma 

minori  il  h  molle,  e  similmente,  che  le  settime 
0  altre  dissonanti  siano  per  accompagnamento 
delle  parti  di  mezzo;  resta  ora  il  dire,  che  le 
legature  nella  parte  del  Basso  in  questa  maniera 
sono  state  usate  da  me,  perchè  dopo  la  conso- 
nanza si  ripercuota  solo  la  corda  segnata,  essendo 
ella  la  più  necessaria  (se  io  non  erro)  nella  propria 
posta  del  chitarrone,  e  la  più  facile  da  usarsi 
e  da  farsi  pratica  in  essa,  essendo  quello  stru- 
mento più  atto  ad  accompagnare  la  voce,  e  par- 
ticolarmente quella  del  Tenore,  che  qualunque 
altro  ;  lasciando  nel  rimanente  in  arbitrio  di  chi 
più  intende,  il  ripercuotere  con  il  Basso  quelle 
corde,  che  possono  essere  il  migliore  intendimento 
loro,  0  che  più  accompagneranno  la  parte  che 
canta  sola,  non  si  potendo  fuori  della  'ntavola- 
tura,  per  quanto  io  conosco,  descriverlo  con  più 
facilità  (1). 

Ma  intorno  a  dette  parti  di  mezzo  si  è  veduta 
osservanza  singolare  in  Antonio  Naldi,  detto  il 
Bardella,  gratissimo  servitore  a  queste  Altezze 
'Serenissime,  il  quale  sì  come  veramente  ne  è 
stato  l'inventore,  così  è  reputato  da  tutti  per  lo 
più  eccellente  che  sino  a  nostri  tempi  abbia  mai 
sonato  di  tale  strumento,  come  con  loro  utilità 
fanno  fede  i  professori  e  quelli  che  si  dilettano 
nell'esercizio  del  chitarrone  ;  se  già  egli  non  av- 
venisse a  lui  quello  che  ad  altri  più  volte  ac- 
caduto è:  cioè  che  altri  si  vergognasse  l'avere 


(1)  Qui  termina  neiredizione  del  1615. 


l'origine  del  melodramma  71 

imparato  dalle  discipline  altrui,  come  se  ciascuno 
potesse  0  dovesse  essere  inventore  di  tutte  le 
cose,  e  come  se  e'  fusse  tolto  all'ingegno  degli 
uomini  di  poter  sempre  andar  ritrovando  nuove 
discipline  ad  argumento  di  propria  gloria,  et  al 
giovamento  comune. 


Lo  Stampatóre  a    Lettori. 

La  dilazione  del  tempo  dal  dì  della  dedicatoria  di 
quest'opera,  che  fu  al  primo  di  febbraio,  sino  a  questo 
ultimo  di  giugno,  nel  quale  e  sottoscritta  la  licenzia  dei 
Superiori,  apparirebbe  e  lunga  e  difforme  se  il  discreto 
Lettore  non  fusse  avvertito  che  dopo  il  cominciamento 
della  stampa  la  lunga  infermità  dell'autore,  e  la  infer- 
mità e  morte  di  Giorgio  Marescotti  mio  Padre,  sono  state 
vere  cagioni  e  spiacevoli  di  diversificare  i  giorni  e  le 
date. 


72  l'okigine  del  melodramma 


Ai  discreti  lettori  (*). 

Molti  anni  avanti  che  io  mettessi  alcuna  delle 
mie  opere  di  musica  per  una  voce  sola  alla 
stampa,  se  ne  eran  vedute  fuora  molte  altre  mie, 
fatte  in  diversi  tempi  et  occasioni,  delle  quali 
furono  più  note  la  musica  che  io  feci  nella  fa- 
vola della  Dafne  del  Sig.  Ottavio  Rinuccini,  rap- 
presentata in  casa  del  Sig.  Jacopo  Corsi  d'onorata 
memoria,  a  quest'Altezze  Serenissime  et  altri 
Principi;  ma  le  prime  che  io  stampassi  furon 
le  musiche  fatte  l'anno  1600  nella  favola  del- 
V Euridice,  opera  del  medesimo  autore:  e  furon 


(*)  NVOVE  MVSICHE  !  e  nvova  maniera  1  di  scriverle  j 
con  due  arie  particolari  per  Tenore,  che  ricerchi  |  le 
corde  del  Basso,  |  di  Givlio  Caccini  di  Roma,  |  detto  Givlio 
Romano,  |  nelle  quali  si  dimostra,  che  da  tal  Maniera  di 
scriuere  con  la  pratica  di  essa,  |  si  possano  apprendere 
tutte  le  squisitezze  di  quest'arte,  |  senza  necessità  del 
Canto  dell'Autore;  |  Adornate  di  passaggi,  trilli,  gruppi, 
e  nuoui  affetti  per  vero  esercizio  |  di  qualunque  voglia 
professare  di  cantar  solo  |  [stemma]  i  IN  FIORENZA  | 
Appresso  Zanobi  Pignoni  e  Compagni  \  1614  |  Con  Li- 
cenzia de'  Superiori. 

Precede  una  dedicatoria  a  Piero  Falconieri  in  data 
18  agosto  1614,  di  nessuna  importanza. 


l'origine  del  melodramma  73 

le  prime  che  si  vedesser  date  in  luce  in  Italia 
da  qualunque  compositore  di  tale  stile  a  una 
voce  sola;  diedi  appresso  fuore  l'anno  1601  quelle 
che  io  intitolai  Le  Nuove  musiche^  e  con  quelle 
pubblicai  un  discorso,  nel  quale  si  contiene  (s'io 
non  erro)  tutto  quello  che  può  desiderare  chi 
professi  di  cantar  solo.  E  veduto  al  presente 
quanto  l'universale  abbracci  e  gradisca  questa 
mia  maniera  di  cantar  solo,  la  quale  io  scrivo 
giustamente,  come  si  canta,  e  quanto  sia  preferito 
a  gli  altri  per  lo  spaccio  che  di  tal  opere  hanno 
avuto  gli  stampatori,  e  considerato  quanto,  oltre 
al  cantar  solo,  sia  stata  gradita  la  maniera  delle 
musiche  dei  cori  di  dette  favole,  e  l'invenzione 
di  essi,  e  d'altre  favole  fatte  poi,  dove  parimenti 
ho  fatto  diverse  arie  secondo  che  richiedevano 
i  diversi  affetti  di  tali  cori,  chiare  e  armoniose, 
mi  son  resoluto  a  stampar  di  nuovo  quest'altre 
mie,  alcune  delle  quali  sono  scritte  nell'istessa 
maniera,  che  conviene  che  siano  cantate,  avendo 
segnato  sopra  la  parte,  che  canta,  e  trilli  e  gruppi 
et  altri  nuovi  affetti  non  più  veduti  per  le  stampe, 
e  con  passaggi  più  proprii  per  la  voce  :  ne  i  quali 
passaggi  per  ora  non  ho  voluto  mostrare  altra 
varietà  in  essi,  essendomi  questi  parsi  a  bastanza 
per  vero  esercizio  in  quest'arte,  non  avendo  avuto 
riguardo  a  replicar  più  volte  i  medesimi,  potendo 
esser  questi  scala  ad  altri  più  difficili,  come  ad 
altro  tempo  si  mostrerà.  Alcune  ce  n'ho  inserte, 
le  quali  tal'ora  cantano  in  voce  di  tenore  e 
tal'ora  di  basso,  con  passaggi  più  proprii  per 
amendue  le  parti  :  e  queste  per  uso  di  chi  avesse 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  10 


74  l'origine  del  melodramma 

talento  dalla  natura  di  ricercare  gli  estremi  di 
esse  voci,  essendo  necessario  in  detta  parte  di 
basso  nelle  semiminime  e  crome  col  punto,  che 
discendono  per  grado,  trillarne  or  l'una  et  or 
l'altra,  per  darne  maggior  grazia,  forza  e  spirito, 
e  per  darsi  bravura  e  ardire,  che  più  si  ricerca 
in  detta  parte,  e  nella  quale  vi  si  richiede  assai 
meno  l'affetto,  che  nella  parte  del  tenore.  In 
quanto  alla  misura  o  larghezza  da  osservarsi  in 
dette  arie,  secondo  che  è  maggiore  la  gravità  da 
usarsi  conforme  a  gli  affetti  delle  parole,  e  altri 
muovimenti  della  voce,  più  nell'una  che  nell'altra 
parte,  io  me  ne  rimetto  al  giudizio  del  cantante 
et  insieme  al  mio  stampato  discorso  del  1601. 
Ho  segnato  sopra  il  Basso  da  sonarsi,  e  terze 
e  seste  maggiori  e  minori  indifferentemente, 
tanto  per  B  quadro  quanto  per  B  molle,  et  ogni 
altra  cosa  più  necessaria,  per  rendermi  più  facile 
a  li  manco  periti,  che  avessero  gusto  di  eser- 
citarsi in  esse.  Ricevetele,  cortesi  lettori,  con 
quello  affetto,  che  io  ve  le  porgo,  e  vivete 
felici:  ecc. 

[seguono  alcuni  avvertimenti  tecnici] 

Tre  cose  principalmente  si  convengon  sapere 
da  chi  professa  di  ben  cantare  con  affetto,  solo. 
Ciò  sono  lo  affetto,  la  varietà  di  quello,  e  la 
sprezzatura:  lo  affetto  in  chi  canta  altro  non  è 
che  la  forza  di  diverse  note  e  di  vari  accenti 
col  temperamento  del  piano  e  del  forte;  una 
espressione  delle  parole  e  del  concetto,  che  si 
prendono  a  cantare,  atta  a  muovere    affetto    in 


L  OKIGINB   DEL   MELODKAMMA 


75 


chi  ascolta.  La  varietà  nell'affetto  è  quel  tra- 
passo che  si  fa  da  uno  affetto  in  un'altro  coi 
medesimi  mezzi,  secondo  che  le  parole  e  '1  con- 
cetto guidano  il  cantante  successivamente:  e 
questa  è  da  osservarsi  minutamente,  acciocché 
con  la  medesima  veste  (per  dir  così)  uno  non 
togliesse  a  rappresentare  lo  sposo  e  '1  vedovo. 
La  sprezzatura  è  quella  leggiadria  la  quale  si 
dà  al  canto  co  '1  trascorso  di  piìi  crome  e  semi- 
crome sopra  diverse  corde,  co  '1  quale,  fatto  a 
tempo,  togliendosi  al  canto  una  certa  terminata 
angustia  e  secchezza,  si  rende  piacevole,  licen- 
zioso e  arioso,  sì  come  nel  parlar  comune  la 
eloquenza  alle  figure  e  a  i  colori  rettorici  assi- 
miglierei  i  passaggi,  i  trilli  e  gli  altri  simili 
ornamenti,  che  sparsamente  in  ogni  affetto  si 
possono  tal'ora  introdurre.  Conosciutesi  queste 
cose,  crederò  con  l'osservazione  di  questi  miei 
componimenti,  che  chi  avrà  disposizione  al  can- 
tare, potrà  per  avventura  sortir  quel  fine,  che 
si  desidera  nel  canto  specialmente,  che  è  il  di- 
lettare. 


76  l'origine  del  melodramma 


MARCO  DA  GAGLIANO.  —  Dedicatoria  e  pre- 
fazione alla  Dafne  [1608]  (*). 


A  Vincenzo  Gonzaga, 

duca  di  Mantova  e  di  Monferrato. 

Quella  medesima  singulare  benignità  che  mésse 
V.  A.  Serenissima  ad  onorare  e  favorire  sì  l'opera 
e  la  servitù  mia,  impiegandola  nelle  musiche  delle 
felicissime  nozze  del  serenissimo  signor  Principe 
suo  figliuolo,  mi  porge  adesso  sicurtà  di  rendere 
chiari  ed  illustri  queste  con  lo  splendore  del  suo 
serenissimo  nome  ;  sperando  che  sì  come  elle  sono 
state  cotanto  gradite  da  lei  e  dalla  stessa  sua 
presenza  favorite,  così  adesso  devano  avere  il 
suo  nome  non  meno  favorevole.  Nella  quale  opi- 
nione mi  confermano  maggiormente  i  favori  che 
in  sì  gran  numero  e  cotanto  segnalati  ho  costì 
in  Mantova  ricevuti  dall'Altezza  vostra  serenis- 


(*)  LA  I  DAFNE  \  di  Marco  |  da  Gagliano  |  Nell'Acca- 
demia degl'Elevati  |  l'Afifannato  |  Rappresentata  in  Man- 
tova I  [stemma]  |  IN  FIRENZE  1  Appresso  Christofano 
Marescotti  I  MDCVIII  |  Con  licenza  de'  Superiori. 


l'origine  del  melodramma  77 

sima,  per  i  quali  ho  conosciuto  quanto  ella  nelle 
sue  grazie  degni  volentieri  il  poco  merito  altrui 
per  accrescere  maggiormente  la  sua  grandezza. 
Alla  quale  umilissimamente  inchinandomi,  con 
ogni  affetto  le  prego  dal  Signore  Iddio  il  colmo 
d'ogni  felicità. 

Di  Firenze,  li  20  di  ottobre  1608. 

Di  V.  Alt.  Ser.'"'' 

Umilissimo  Servitore 
Marco    da    Gagliano. 


78  l'origine  del  melodramma 


Ai  Lettori. 

Ritrovandomi  il  carnoval  passato  in  Mantova, 
chiamato  da  quella  Altezza  per  onorarmi  ser- 
vendosi di  me  nelle  musiche  da  farsi  per  le  reali 
nozze  del  Serenissimo  Principe  suo  Figliuolo  e 
della  Serenissima  Infanta  di  Savoia:  le  quali, 
essendo  differite  a  maggio  dal  sig.  Duca,  per  non 
lasciar  passar  que'  giorni  senza  qualche  festa, 
volle  fra  l'altre  che  si  rappresentasse  la  Dafne 
del  signor  Ottavio  Rinuccini  da  lui  con  tale 
occasione  accresciuta  e  abbellita,  fui  impiegato 
a  metterla  in  musica  :  il  che  io  feci  nella 
maniera  che  ora  vi  presento.  E  benché  io  ci 
usassi  ogni  diligenzia,  e  soddisfacessi  all'esquisito 
gusto  del  Poeta,  non  di  meno  voglio  pur  credere 
che  l'inestimabil  diletto  che  ne  prese  non  pure 
il  popolo,  ma  i  Principi  e  Cavalieri  e  i  più  ele- 
vati ingegni,  non  nascesse  tutto  dall'arte  mia; 
ma  ancora  da  alcuni  avvertimenti  che  si  ebbero 
in  detta  rappresentazione.  Però,  insieme  con  le 
musiche,  ho  voluto  farvi  parte  di  essi;  a  fine 
che  nel  miglior  modo  che  io  possa,  la  faccia 
vedere  ancora  a  voi  in  queste  carte  ;  perciò  che 
in  simili  affari  non  è  il  tutto  la  musica:   sonci 


l'origine  del  melodramma  79 

molt' altri  requisiti  necessari,  senza  i  quali  poco 
varrebbe  ogni  armonia,   anco  eccellente.   E  qui 
s'ingannano   molti,    i    quali    s'affaticano   in  far 
gruppi,   trilli,    passaggi   ed  esclamazioni,   senza 
aver  riguardo   per  cbe  fine  e  a   che  proposito. 
Non  intendo  già  privarmi  di  questi  adornamenti, 
ma  voglio  che  s'adoperino  a  tempo  e  luogo  come 
nelle  canzoni  de'  cori,  come  nell'ottava  Chi  da' 
lacci  d'amor  vive  discioUo,  la  quale  si  vede  ch'è 
messa  in  quel  luogo  a  posta  per  far  sentire  la 
grazia  e  la  disposizione  del  cantore,  il  che  feli- 
cemente conseguì  la  signora  Caterina  Martinelli, 
la  quale  con  tanta  leggiadria  la  cantò,  ch'empiè 
di  diletto  e   di  meraviglia  tutto  il  teatro.   Ri- 
chiedesi  ancora  l'esquisitezza  del  canto  ne'  ter- 
zetti ultimi:  Non  curi    la    mia  pianta  o  fiamma 
0  gelo,  dove  può  il  buon  cantore  spiegar  tutte 
quelle  maggiori  leggiadrie  che  richiegga  il  canto, 
le  quali  tutte  s'udirono  dalla  voce  del  sig.  Fran- 
cesco Rasi,  che,  oltre  a  tante  qualità,  è  nel  canto 
singularissimo.  Ma  dove  la  favola  non  lo  ricerca, 
lascisi  del  tutto  ogni  ornamento;  per  non  fare 
come  quel  pittore,   che  sapendo  ben  dipingnere 
il  cipresso,  lo  dipingneva  per  tutto.  Procurisi  in 
quella  vece  di  scolpir  le    sillabe,  per  far  bene 
intendere  le  parole,  e  questo  sia  sempre  il  prin- 
cipal  fine  del  cantore  in  ogni  occasione  di  canto, 
massimamente  nel  recitare,  e  persuadasi  pur  ch'il 
vero  diletto  cresca  dalla  intelligenza  delle  parole. 
Ma,  prima  di  mantener  la  promessa,  credo  che 
non  sarà  disutile,  ne  lontano  dal  nostro  propo- 
sito il  ridurvi  in  memoria  come  e  quando  ebbero 


80  l'origine  del  melodramma 

origine  sì  fatti  spettacoli,  i  quali,  non  ha  dubbio 
alcuno,  poiché  con  tanto  applauso  sono  stati  ri- 
cevuti nel  loro  primo  nascimento,  che  non  sieno, 
quando  che  sia,  per  arrivare  a  molta  maggior 
perfezione,  e  forse  tali  che  possano  un  giorno 
avvicinarsi  alle  tanto  celebrate  tragedie  degli 
antichi  greci  e  latini  ;  e  viemaggiormente  se  da 
gran  maestri  di  poesia  e  musica  vi  sarà  messo 
le  mani;  e  che  i  Principi,  senza  il  cui  aiuto  mal 
puossi  condurre  a  perfezione  qual  si  voglia  arte, 
saranno  loro  favorevoli. 

Dopo  l'avere  più  e  più  volte  discorso  intorno 
alla  maniera  usata  dagli  antichi  in  rappresentare 
le  lor  tragedie,  come  introducevano  i  cori,  se 
usavano  il  canto  e  di  che  sorte,  e  cose  simili: 
il  sig.  Ottavio  Rinuccini  si  diede  a  compor  la 
favola  di  Dafne,  il  sig.  Jacopo  Corsi,  d'onorata 
memoria,  amatore  d'ogni  dottrina  e  della  musica 
particolarmente,  in  maniera  che  da  tutti  i  musici 
con  gran  ragione  ne  vien  detto  il  Padre,  com- 
pose alcune  arie  sopra  parte  di  essa,  delle  quali 
invaghitosi,  risoluto  di  vedere  che  effetto  faces- 
sero su  la  scena,  conferì  insieme  col  sig.  Ottavio 
il  suo  pensiero  al  sig.  Jacopo  Peri,  peritissimo 
nel  contrapunto  e  cantore  d'estrema  esquisitezza: 
il  quale,  udita  la  loro  intenzione  e  approvato 
parte  dell'arie  già  composte,  si  diede  a  comporre 
l'altre,  che  piacquero  oltre  modo  al  sig.  Corsi,  e 
con  l'occasione  d'una  veglia  il  Carnovale  del- 
l'anno 1597  la  fece  rappresentare  alla  presenza 
dell'eccellentissimo  Sig.  Don  Giovanni  Medici, 
e  d'alcuni  de'  principali  gentiluomini  de  la  città 


l'origine  del  melodramma  81 

nostra.  Il  piacere  e  lo  stupore  che  partorì  negli 
animi  degl'  uditori  questo  nuovo  spettacolo  non 
si  può  esprimere,  basta  solo  che  per  molte  volte 
ch'ella  s'è  recitata,  ha  generato  la  stessa  am- 
mirazione e  lo  stesso  diletto.  Per  sì  fatta  prova, 
venuto   in  cognizione   il    sig.   Rinuccini    quanto 
fusse  atto  il  canto  a  esprimere  ogni  sorta  d'af- 
fetti, e  che  non  solo  (come   per   avventura  per 
molti  si  sarebbe  creduto)  non  recava  tedio,  ma 
diletto  incredibile,  compose  l'Euridice,  allargan- 
dosi alquanto  piti  ne'  ragionamenti.  Uditala  poi 
il  sig.  Corsi,  e  piaciutole  la  favola   e   lo   stile, 
stabilì  di  farla  comparire  in  scena  nelle  nozze 
della  Regina  Cristianissima.    Allora    ritrovò    il 
sig.    Jacopo    Peri    quella  artifiziosa  maniera  di 
recitare  cantando,  che  tutta  Italia  ammira.  Io 
non  m'affaticherò  in  lodarla,  per  ciò  che  non  è 
persona    che   non  le   dia  lodi  infinite,    e  ninno 
amator  di  musica  è  che  non  abbia  sempre  d'avanti 
i  canti  d'Orfeo:  dirò  bene,  che  non  può  intera- 
mente comprendere  la  gentilezza  e  la  forza  delle 
sue  arie  chi  non  l'ha  udite  cantare  da  lui  me- 
desimo ;  però  che  egli  dà  loro  una  sì  fatta  grazia 
e  di  maniera  imprime  in  altrui  l'affetto  di  quelle 
parole,  che  è  forza  e  piangere  e  rallegrarsi  se- 
condo che  egli  vuole.  Quanto  fosse    gradita  la 
rappresentazione    di    detta  Favola   sarebbe  su- 
perfluo a  dire,  essendoci  il   testimonio  di  tanti 
principi  e  signori,  e  puossi  dire  il  fior  della  no- 
biltà d'Italia,  concorsi  a  quelle  pompose  nozze  ; 
dirò  solo  che  fra  coloro   che   la  commendarono, 
il  Serenissimo  sig.  Duca  di  Mantova  ne  rimase 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  11 


82  l'okiginb  del  melodramma 

talmente  soddisfatto,  che  tra  molte  ammirabili 
feste,  che  da  S.  Altezza  furono  ordinate  nelle 
superbe  nozze  del  Serenissimo  Principe  suo  Fi- 
gliuolo e  della  Serenissima  Infanta  di  Savoia, 
volle  che  si  rappresentasse  una  favola  in  musica, 
e  questa  fu  VAriaìina,  composta  per  tale  occa- 
sione dal  sig.  Ottavio  Rinuccini,  che  il  signore 
Duca  a  questo  fine  fece  venire  in  Mantova:  il 
signor  Claudio  Monte  ver  di,  musico  celebratissimo, 
capo  della  musica  di  S.  A.,  compose  l'arie  in 
modo  SI  esquisito,  che  si  può  con  verità  affer- 
mare che  si  rinnovasse  il  pregio  dell'  antica 
musica,  perciò  che  visibilmente  mosse  tutto  il 
teatro  a  lagrime  (1). 

Tale  è  l'origine  delle  rappresentazioni  in  mu- 
sica, spettacolo  veramente  da  principi  e  oltre  ad 
ogn' altro  piacevolissimo,  come  quello  nel  quale 
s'unisce  ogni  più  nobil  diletto,  come  invenzione 
e  disposizione  della  favola,  sentenza,  stile,  dol- 
cezza di  rima,  arte  di  musica,  concerti  di  voci 
e  di  strumenti,  esquisitezza  di  canto,  leggiadria 
di  ballo  e  di  gesti,  e  puossi  anche  dire  che  non 
poca  parte  v'abbia  la  pittura  per  la  prospettiva 
e  per  gli  abiti;  di  maniera  che  con  l'intelletto 
vien  lusingato  in  uno  stesso  tempo  ogni  senti- 
mento più  nobile  dalle  più  dilettevoli  arti  che 
abbia  ritrovato  l'ingegno  umano. 

Resta    ch'io    discorra   (secondo   la  promessa) 


(1)  Qui  il  Gagliano  non  è  preciso;  i  recitativi  furono 
scritti  dal  Peri,  le  arie  dal  Monte  verde;  cfr.  Ademollo, 
La  bella  Adriana,  pag.  64-5. 


l'origine  del  melodeamma  83 

intorno  ad  alcuni  avvertimenti  che  s'ebbero  nel 
rappresentare  la  presente  favola,  molti  de'  quali 
generalmente  si  ricercano  e  potranno  per  av- 
ventura servire  in  qual  si  voglia  altra  rappre- 
sentazione. Primieramente  avvertiscasi  che  gli 
strumenti  che  devono  accompagnare  le  voci  sole, 
sieno  situati  in  luogo  da  vedere  in  viso  i  reci- 
tanti acciò  meglio  sentendosi  vadano  unitamente  ; 
procurisi  che  l'armonia  non  sia  ne  troppa,  ne 
poca,  ma  tale  che  regga  il  canto  senza  impedire 
l'intendimento  delle  parole;  il  modo  del  sonare 
sia  senza  adornamenti,  avendo  riguardo  di  non 
ripercuotere  la  consonanza  cantata,  ma  quelle 
che  più  possono  aiutarla,  mantenendo  sempre 
l'armonia  viva.  Innanzi  al  calar  della  tenda,  per 
render  attenti  gli  uditori,  suonisi  una  sinfonia 
composta  di  diversi  istrumenti  quali  servono  per 
accompagnare  i  cori  e  sonare  i  ritornelli;  alle 
quindici  o  venti  battute  esca  il  Prologo,  cioè 
Ovidio,  avvertendo  d'accompagnare  il  passo  al 
suono  della  sinfonia,  non  però  con  affettazione, 
come  se  ballasse,  ma  con  gravità,  di  maniera 
tale  ch'i  passi  non  siano  discordanti  dal  suono  ; 
arrivato  al  luogo  dove  gli  par  conveniente  di  dar 
principio,  senz' altri  passeggiamenti  cominci;  e 
sopra  tutto  il  canto  sia  pieno  di  maiestà,  più  o 
meno  secondo  l'altezza  del  concerto  gesteggiando, 
avvertendo  però  ch'ogni  gesto  e  ogni  passo  caschi 
su  la  misura  del  suono  e  del  canto;  respiri,  for- 
nito il  primo  quadernario,  passeggiando  tre  o 
quattro  passi,  cioè  quanto  dura  il  ritornello,  pur 
sempre  a  tempo;  avvertisca  di  cominciare  il  pas- 


84  l'origine  del  melodramma 

seggio  su  la  tenuta  della  penultima  sillaba;  ri- 
cominci nel  luogo  dove  si  trova.  Puossi  tal  volta 
congiungnere  due  quadernarii  per  mostrare  una 
certa  sprezzatura.  L'abito  sia  qual  conviensi  a 
poeta  ;  con  la  corona  d'alloro  in  testa,  la  lira  al 
fianco  e  l'arco  nella  mano.  Fornito  l'ultimo  qua- 
ternario, entrato  dentro  il  Prologo,  esca  il  coro 
di  scena;  il  quale  sarà  formato  di  ninfe  e  di 
pastori,  più  0  meno  secondo  la  capacità  del 
palco  ;  questi,  uscendo  l'uno  appo  l'altro,  mostrino 
e  nel  volto  e  ne'  gesti  di  temere  l'incontro  del 
Fitone.  Il  primo  pastore,  come  sia  uscito  la  metà 
del  coro,  cioè  sei  o  sette  tra  pastori  e  ninfe  (cbè 
non  vorrebbe  essere  formato  il  coro  di  manco 
che  di  sedici  o  diciotto  persone)  vòlto  a' com- 
pagni cominci  a  parlare  ;  e  cosi  cantando  e  mo- 
vendosi, arrivi  a  luogo,  ove  dee  fermarsi  ;  e 
formato  il  coro  una  mezza  luna  sulla  scena,  gli 
altri,  o  pastori  o  ninfe,  seguitino  il  canto  che 
tocca  loro,  gesteggiando  secondo  che  ricerca  il 
suggetto.  Cantando  l'inno  Se  là  su  tra  gli  aurei 
chiostri,  pongano  l'un  de'  ginocchi  in  terra,  vol- 
gendo gli  occhi  al  cielo,  facendo  sembiante  d'in- 
dirizzare le  lor  preghiere  a  Giove.  Fornito  l' inno, 
levinsi  in  piedi,  e  seguitino;  avvertendo,  nel 
cantare  Ebra  di  sangue,  d'attristarsi  o  rallegrarsi 
secondo  la  risposta  dell'Eco,  la  quale  mostrino 
d'attendere  con  grande  attenzione.  Dopo  l'ultima 
risposta  dell'  Eco,  apparisca  il  Fitone  dall'  una 
delle  strade  della  scena  ;  e  nell'istesso  tempo,  o 
poco  dopo,  mostrisi  dall'altra  parte  Apollo  con 
arco  in  mano,  ma  grande. 


l'origine  del  melodeamma  85 

Il  coro  alla  vista  del  serpente,  mostrando  spa- 
vento, canti  quasi  gridando  Ohimè  che  veggio,  e 
in  quel  medesimo  punto  ritirinsi  i  pastori  e  le 
ninfe  per  diverse  strade,  imitando  fuga  e  timore, 
senza  però  volgere  interamente  le  spalle  al  teatro, 
0  nascondersi  del  tutto,  e  resti  Apollo;  cantando 
0  Divo,  0  Nume  eterno,  e  co  '1  volto  e  co'  gesti 
cerchino  di  esprimere  l'affetto  del  pregare.  In- 
tanto Apollo  muovasi  con  passi  leggiadri  e  fieri 
verso  il  Filone,  vibrando  l'arco  e  recandosi  le 
saette  in  mano,  accordando  ogni  passo,  ogni 
gesto,  al  canto  del  coro;  avvertisca  di  scoccare 
l'arco  in  quel  tempo  appunto  che  subito  vi  ca- 
schino su  le  parole  0  benedetto  stral.  Così,  scoc- 
cando il  secondo,  avvertisca  medesimamente  che 
sia  in  tal  tempo  che  '1  Coro  séguiti  0  glorioso 
arderò.  Il  terzo  strale  potrà  tirare  mentre  si 
canta  Vola,  vola  pungente;  al  qual  colpo,  mo- 
strando il  serpente  d'esser  gravemente  ferito,  si 
fugga  per  una  delle  strade.  Apollo  lo  séguiti,  e 
*1  Coro,  affacciandosi  alla  veduta  di  quella  via, 
e  cantando  Spezza  l'orrido  tergo,  mostri  di  ve- 
derlo morire.  Fornito  il  canto,  ritorni  sul  palco 
al  suo  luogo  a  mezza  luna:  Apollo,  anch'esso, 
tornando  e  passeggiando  il  campo,  canti  altera- 
mente Pur  giacque  estinto  alfine;  e,  partitosi  di 
scena,  il  Coro  canti  la  canzone  in  lode  à! Apollo, 
movendosi  in  séguito  a  destra,  a  sinistra  e  a 
dietro  fuggendo  però  tuttavia  l'affettazione  del 
ballo.  E  questo  sì  fatto  modo  potrà  servire  in 
tutti  i  cori.  Ma,  perchè  bene  spesso  il  cantore 
non  è  atto  a  far  quell'assalto,  ricercandosi  per 


86  l'origine  del  mèlodeamma 

tale  effetto,  destrezza,  salti  e  maneggiar  l'arco 
con  bella  attitudine,  cosa  più  appartenente  a 
uomo  schermitore  e  danzatore  insieme  che  a 
buon  cantore:  e  quando  pur  si  ritrovasse  in  qual- 
cuno attitudine  e  all'uno  e  all'altro,  mal  potrebbe 
dopo  il  combattimento  cantare  per  l'affanno  del 
moto,  vestirannosi  due  da  Apollo,  simili  ;  e  quello 
che  canta  esca  invece  dell'altro  dopo  la  morte 
del  Filone,  pur  con  lo  stesso  arco  in  mano,  o 
altro  simile,   e  canti,    come  s'è  detto  di  sopra. 

Questo  cambio  riesce  così  bene  che  ninno,  per 
assai  volte  eh'  ella  si  sia  recitata,  s' è  mai  ac- 
corto dell'inganno.  Chi  fa  la  parte  del  Filone, 
concertisi  con  Apollo,  perchè  la  battaglia  vada 
a  tempo  del  canto.  Il  serpente  vuole  esser 
grande;  e,  se  il  pittore  che  lo  fa,  saprà,  come 
ho  veduto  io,  far  ch'egli  muova  l'ale,  getti  fuoco, 
farà  più  bella  vista;  sopra  tutto  serpeggi,  po- 
sando il  portatore  di  esso  le  mani  in  terra,  acciò 
vada  su  quattro  piedi. 

Nella  scena  seguente  e  nelle  altre,  osservisi 
eh'  i  personaggi  che  parlano,  non  si  confondano 
con  quel  Coro,  ma  stieno  avanti  quattro  o  cinque 
passi  più  0  meno,  secondo  la  grandezza  del  palco  ; 
mantenga  il  Coro  tuttavia  la  forma  di  mezza 
luna.  Avvertisca  quel  pastore  che  racconta  la  vit- 
toria à' Apollo  a  Dafne,  d'avanzarsi  due  o  tre 
passi  avanti  agli  altri,  ed  imitare  coi  gesti  l'at- 
titudini usate  da  Apollo  nel  combattimento. 

Ma  venendo  quel  pastore  a  portar  la  nuova 
della  trasformazione  di  Dafne,  procurino  coloro 
che  sono  su  le  teste  del  Coro,  di  ritirarsi  tutti 


l'origine  del  melodramma  87 

su  quella  parte  del  palco,  dove  possono  rimirare 
in  viso  il  Nunzio,  facendosi  alquanto  avanti,  e 
sopra  tutto  mostrino  attenzione  e  pietà  nell'ascol- 
tare  la  dolorosa  novella.  La  parte  di  questo 
Nunzio  è  importantissima  ;  ricerca  espressiva  di 
parole  oltre  ogn'altra. 

Qui  vorrei  poter  ritrarre  al  vivo,  come  fu 
cantata  dal  sig.  Antonio  Brandi,  altrimenti  il 
Brandino,  chiamato  pur  da  quella  serenissima 
Altezza  nell'occasione  delle  nozze,  senza  darne 
altri  avvertimenti,  per  ciò  ch'egli  la  cantò  tal- 
mente, ch'io  non  credo  che  si  possa  desiderare 
più;  la  voce  è  di  contralto  esquisitissima,  la 
pronunzia  e  la  grazia  del  cantare  maravigliosa, 
ne  solo  vi  fa  intendere  le  parole,  ma  co'  gesti 
e  co'  movimenti  par  che  v'insinua  nell'animo  un 
non  so  che  davantaggio.  1\  coro  seguente  che, 
ragionando  fra  loro  i  personaggi  piangono  la 
perdita  di  Dafne,  è  assai  agevole  a  intendere 
come  proceda;  quando  cantano  insieme  il  duo 
Sparse  più  non  vedrem  di  quel  fin  oro,  il  riguar- 
darsi in  volto  l'un  l'altro  su  quelle  esclamazioni 
ha  gran  forza  :  così  ancora  quando  cantano  tutti 
Dove,  dove  è  il  bel  viso;  non  poca  grazia  arreca 
il  muoversi  secondo  il  moto  de'  cori  ;  quando  uniti 
insieme  replicano  Piangete,  Ninfe,  e  con  voi  pianga 
Amore.  La  scena  del  pianto  d'Apollo,  che  segue, 
vuol  esser  cantata  co  '1  maggior  affetto  che  sia 
possibile:  con  tutto  ciò,  abbia  riguardo  il  cantore 
d'accrescerlo,  dove  maggiormente  lo  ricercano  le 
parole.  Quando  pronunzia  il  verso  Faran  ghir- 
landa le  tue  fronde  e  i  rami,  avvolgasi  quel  ra- 


88  l'origixe  del  melodeamma 

moscello  d'alloro,  sopra  il  quale  si  sarà  lamen- 
tato, intorno  alla  testa,  incoronandosene  ;  ma 
perchè  qui  è  alquanto  di  difficoltà,  voglio  faci- 
litarvi il  modo  per  far  questa  azione  con  garbo. 
Scelgansi  due  ramoscelli  d'alloro  eguali  (il  regio 
sarà  pili  a  proposito),  non  di  piti  lunghezza  che 
di  mezzo  braccio;  e  congiungendoli  insieme  le- 
ghinsi  le  punte,  e  con  la  mano  tenga  uniti  i 
gambi,  di  maniera  che  appariscano  un  solo  ; 
nell'atto  poi  di  volersene  coronare,  spiegandoli, 
se  ne  cinga  il  capo ,  annodando  i  gambi  in- 
sieme. Ho  voluto  scriver  questa  minuzia,  perchè 
è  pili  importante  ch'altri  non  pensa:  e  benché 
paia  così  agevole,  non  fu  però  cosi  facilmente 
ritrovata  ;  anzi,  più  volte  nel  recitarla  s'era  tra- 
lasciata tale  azione,  come  impossibile  a  farsi 
bene,  ancorché  molti  ci  avessero  pensato,  per- 
ciocché il  vedere  in  mano  d'Apollo  un  ramo  d'al- 
loro grande  fa  brutta  vista,  oltre  che  malamente 
può  farsene  corona  per  non  esser  pieghevole  ;  e 
il  piccolo  non  serve.  Queste  diffìcultà  furono  su- 
perate da  messer  Cosimo  del  Bianco,  uomo  oltre 
al  suo  mestiere  diligentissimo,  e  di  grande  in- 
venzione per  apparati,  abiti  e  simili  cose. 

Non  voglio  anche  tacere  che  dovendo  Apollo, 
nel  canto  dei  terzetti  Non  curi  la  mia  pianta 
0  -fiamma  o  gelo,  recarsi  la  lira  al  petto  (il  che 
debbo  fare  con  bell'attitudine),  è  necessario  far 
apparire  al  teatro  che  dalla  lira  d'Apollo  esca 
melodia  più  che  ordinaria,  però  pongansi  quattro 
sonatori  di  viola  (a  braccio  o  gamba  poco  rilieva) 
in  una  delle  strade   più  vicina,   in  luogo,  dove 


l'origine  del  melodramma  89 

non  veduti  dal  popolo,  veggano  Apollo,  e  secondo 
ch'egli  pone  l'arco  su  la  lira,  suonino  le  tre  note 
scritte,  avvertendo  di  tirare  l'arcate  pari,  acciò 
apparisca  un  arco  solo.  Questo  inganno  non  può 
essere  conosciuto  se  non  per  immaginazione  da 
qualche  intendente,  e  reca  non  poco  diletto. 

Restami  solo  a  dire  (per  non  usurpare  le  lodi 
dovute  ad  altri,  e  arrichirmi  quasi  cornacchia 
dell'altrui  penne)  che  l'aria  dell'ottava  Chi  da! 
lacci  d! Amor  vive  disciolto,  e  quella  che  canta 
Apollo  vittorioso  del  Fifone^  Pur  giacque  estinto 
al  fine,  insieme  con  l'altra  cantata  pur  dal  me- 
desimo nell'ultima  scena  Un  guardo,  un  guardo 
appena,  infine  Non  chiami  mille  volte  il  tuo  hel 
nome,  le  quali  arie  lampeggiano  tra  l'altre  mie 
come  stelle,  sono  composizione  d'uno  de'  nostri 
principali  Accademici,  gran  protettore  della  mu- 
sica e  grande  intenditore  di  essa  (1).  Ricevete, 
cortesi  Lettori,  questo  mio  ragionamento  non 
come  avvertimento  di  maestro  che  pretenda  in- 
segnare altrui  (non  regna  in  me  sì  fatta  presun- 
zione), ma  come  fatica  di  persona  che  abbia 
diligentemente  posto  l'occhio  a  ogni  minuzia  os- 
servata nel  recitamento  di  tal  favola  ;  acciò  pos- 
siate con  minor  fatica,  mercè  di  questo  piccol 
lume,  aprirvi  il  sentiero  e  giugnere  a  quella  intera 
perfezione,  che  si  richiede  nella  rappresentazione 
di  simili  componimenti.  E  vivete  lieti. 


(1)  Probabilmente    il   cardinale    Ferdinando  Gonzaga; 
cfr.  Ademollo,  La  bella  Adriana,  pa^.  58. 


Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  12 


90  l'origine  del  melodramma 


FILIPPO  VITALI.  —  Dedicatoria  e  prefazione 
SiWAretusa  [1620]  (*). 

IlL''"  e  Bevr  Signor  Patron  Colend. 

Udì  V.  S.  111.^^  questo  passato  carnovale,  in 
casa  di  Monsignore  Corsini,  la  Favola  à'Aretusa, 
ma  non  conobbe  me  per  autore  di  quella,  che  per 
la  umile  e  bassa  fortuna  non  ebbi  ardire  parar- 
mele innanzi.  Ma  avendo  io  all'ora  conosciuto 
dalle  sue  cortesi  maniere,  e  compreso  da  beni- 
gnissimi  ragionamenti  da  Lei  con  altri  Principi 
sopra  della  favola  tenuti,  che  Ella  ne  prese  di- 
letto, ho  pensato  esser  buon  mezzo  per  dare  a 
y.  S.  111.°^^  notizia  di  me,  il  metterla  alla  stampa 
sotto  la  sua  magnanima  protezione,  acciò  che  il 
venirglila  a  presentare,  aprisse  a  me  la  strada 
di  baciarle  con  ogni  riverenza  la  veste,  e  a'  suoi 
eccellenti  e  rari  cantori  delle  comodità  di  poter 
nell'ore    meno    impedite,  rinovare  alcuna  volta 


(*)  L'ARETUSA  \  Favola  in  musica  i  di  1  Filippo  Vi- 
tali I  rappresentata  in  Roma  |  in  casa  di  Monsignor  Cor- 
sini I  et  I  Dedicata  all' 111.'"''  et  Rev.*""  |  Sig.  Cardinale 
Borghese  |  [stemma]  ]  IN  ROMA  |  Appresso  Luca  Antonio 
Soldi.  I  MDCXX  I  Con  licenza  de'  Superiori. 


l'origine  del  melodramma  91 

nel  petto  di  V.  S.  111.  parte  di  quel  piacere  che 
all'ora  provò. 

Ne  credo  di  dover  essere  tacciato  di  troppo 
ardire,  essendo  dovuta  quest'  opera  a  Lei  sola, 
sì  perchè  la  sua  maggior  bellezza  consiste  in  esser 
stata  onorata  dalla  presenza  di  Lei,  sì  anche 
perchè  non  ad  altro  fine  si  mosse  Monsignore 
Corsini  a  farla  recitare,  che  per  distrarre,  per 
breve  spazio  di  tempo,  l'animo  di  V.  S.  111.  dalle 
continue  cure  de'  più  importanti  negozii  della  Cri- 
stianità, con  onesta  ricreazione  in  quei  giorni  che 
da  tutti  si  sogliono  in  passatempi  spendere  e 
consumare  ;  onde  spero  che  V.  S.  111.  userà  in  per- 
donarmi l'innata  sua  benignità  e  bontà  e  gradirà 
il  mio  devotissimo  affetto,  mentre  quello  dà  e 
offerisce  che  più  può;  e  mentre  più  vorrebbe 
potere  per  più  offerire  insieme  con  l'osservan- 
tissima mia  servitù.  E  per  fine  profondamente  in- 
chinandola, prego  Dio  benedetto  per  la  conser- 
vazione di  V.  S.  Ill.^\ 

Di  Roma,  adì  30  di  Maggio  1620. 

Di  V.  S.  111.'"^  e  Rev.'"% 

UmilJ^°  divJ^"  e  fid."^"  Servitore 
Filippo  Vitali. 


92  l'origine  del  melodramma 


Al  Benigno  Lettore. 

Eccoti  alla  stampa,  cortese  lettore,  la  favola 
d'Aretusa,  la  quale,  benché  fatta  recitare  in  musica 
da  Mons.  Corsini  in  casa  sua  solamente  per  dare 
all'animo  dell'Ili,  e  Rev."^*'  Signor  Cardinale  Bor- 
ghese ne'  giorni  carnevaleschi  qualche  breve  e 
onesto  alleggerimento  dal  continuo  peso  de'  ne- 
gozi pubblici  di  tutta  la  cristianità,  fu  poi,  per- 
mettendolo S.  S.  111.^*,  fino  a  nove  volte  per 
soddisfazione  della  Corte  rappresentata:  onde 
sono  andato  sovente  meco  medesimo  rivolgendo 
come  esser  potesse  eh'  ella  nonché  venir  a  noia, 
ma  pili  sempre  piacesse  in  tanto  che  ogni  volta 
maggior  popolo  concorresse  per  vederla,  e  molti 
ancora  più  d'una,  e  più  di  due  volte  si  compia- 
cessero di  tornarvi.  Volentieri  crederei  essere 
questo  avvenuto  per  l'esquisitezza  della  poesia, 
s'io  non  sapessi  certo  che  chi  l'ha  composta  mai 
ebbe  familiarità  con  le  Muse  di  Parnaso,  alle 
quali  ne  anco  in  questa  occasione  avrebbe  dato 
molestia,  se  egli  non  fosse  stato  da  me  maggior- 
mente molestato  in  guisa  che  per  togliersi  dagli 
orecchi  cosi  fatta  seccaggine  gli  fosse  forza 
metter  la  mano  in  una  parte  non  mai  prima  da 
lui  maneggiata,  e  con  questo  con  tanta  fretta  per 


l'origine  del  melodramma  93 

la  strettezza  del  tempo,  che  quando  bene  egli  fosse 
stato  perito  ed  esperto  poeta,  e  avesse  per  suo 
diletto  e  per  sua  elezione  questo  pensiero  nella 
mente  conceputo,  non  perciò  avrebbe  potuto  par- 
torire cosa  che  tanto  piacesse,  come  questa  è 
piaciuta.  Vorrei  ancor  poter  con  verità  dire 
essere  questo  proceduto  dall'eccellenza  della  mu- 
sica, ma  se  giro  la  mente  alla  debolezza  del  mio 
ingegno,  conosco  manifesto  non  si  convenire  a 
lui  questo  vanto  massimo  in  Roma,  dove  per 
essere  città  abbondantissima  di  perfettissimi 
maestri  in  questa  professione,  ogni  giorno  si  sen- 
tono opere  di  stupore,  senza  che  anch'  io  sono 
stato  dalla  fretta  troppo  sospinto  e  premuto  ;  il  che 
potrai  agevolmente  comprendere,  lettore,  dal  saper 
che  si  cominciarono  a  metter  insieme  le  parole  a 
26  di  dicembre  1619,  e  fu  poi  per  la  prima  volta 
alla  presenza  di  nove  Cardinali  recitata  l'ottavo 
giorno  di  febbraio  1620  :  di  sorte  che  in  44  giorni 
fu  principata  e  finita  la  favola,  trovata  la  mu- 
sica e  distribuite  e  imparate  le  parti,  esercitati 
e  provati  i  recitanti,  e  finalmente  rappresentata. 
E  si  vuol  quasi  per  forza  conchiudere  non  doversi 
questa  lode  che  al  proporzionato  e  leggiadro 
apparato  della  scena  e  degli  abiti,  alla  decente 
maniera  degli  istrioni,  alla  novità  dello  stile  re- 
citativo in  musica.  Era  nella  scena  figurata 
l'amenità  delle  selve  e  dei  campi  dell'Arcadia, 
la  quale  da  Pompeo  Caccini  con  diligenza  di- 
pinta, e  opportunamente  per  di  dentro  illuminata, 
al  cader  della  tenda  pienamente  soddisfaceva  a 
gli  occhi  degli  spettatori:  la  qual  soddisfazione 


94  l'origine  del  melodramma 

era  mantenuta  dalla  vista  dagli  abiti  pastorali 
molto  rilucenti  per  le  loro  dipinture,  e  per  l'ar- 
gento delle  tocche  delle  quali  erano  fatti  e  rav- 
vivata nel  fine  colla  venuta  di  Diana  dal  cielo 
sopra  una  nugola  molto  artifìziosamente  con- 
dotta. Gl'istrioni  quali  siano  stati,  sarà  facile 
immaginare,  se  considererai  che  in  ninna  parte 
del  mondo  piti  che  in  Roma  è  maggior  como- 
dità di  aver  eminentissimi  cantori.  Essi  davano 
alle  parole  ed  al  concetto  coi  gesti  vivissimi 
spirito:  tutti  i  lor  movimenti  erano  graziosi, 
necessari  e  naturali,  e  avresti  nei  lor  volti  cono- 
sciuto ch'essi  sentivano  veramente  nel  cuore 
quelle  passioni  che  con  la  bocca  spiegavano.  Pom- 
peo Caccini,  di  sopra  nominato,  figliuol  di  quel 
Giulio  Romano,  inventore  (che  ben  lo  posso  dire) 
delle  grazie  del  canto  e  della  vaghezza  delle 
musiche  a  aria,  ancorché  vestisse  la  persona 
d'un  freddo  fiume,  si  mostrò  nondimeno  così  caldo 
dalle  fiamme  di  amore  verso  Aretusa,  che  accese 
in  ciascuno  pietà  dei  suoi  affanni.  Gregorio  Laz- 
zerini,  eunuco  ai  servizi  dell' Ecc."^^  Sig.  Fran- 
cesco Borghese,  generale  di  Santa  Chiesa,  con 
quella  sua  veramente  angelica  voce,  mentre  finto 
Aretusa  rappresentò  il  zelo  della  sua  castità,  e 
mentre  in  forma  di  Diana  dimostrò  la  celeste 
benignità,  ebbe  chiaro  e  notabil  applauso  da 
tutto  il  teatro.  Malagevol  era  in  Francesco  Ro- 
tondi giudicare  se  fusse  in  lui,  mentre  recitava 
la  parte  di  Carino,  maggiore  la  sicurezza  del 
canto,  la  franchezza  del  modo  o  veramente  la 
grazia.  Mario  Savioni,  allievo  del  sig.  Vincenzo 


l'origine  del  melodramma  95 

Ugolini,  maestro  di  Cappella  di  S.  Luigi  de'  Fran- 
cesi, fanciulletto  in  età  di  12  anni  in  persona 
di  Dorino,  fratello  di  Aretusa,  fece  conoscere  con 
l'affettuoso  cantare  e  con  l'attitudine  dei  gesti 
quanto  buon  maestro  egli  avesse  avuto  e  quanti 
fossero  in  lui  gli  anni  dal  senno  avanzati.  Flora 
così  bene  gli  onesti  femminili  costumi  d'una 
ninfa  poneva  con  delicata  e  franca  voce  innanzi 
agli  occhi,  che  avresti  detto  essere  veramente 
donzella,  e  non  già  Guidobaldo  Bonetti,  eunuco 
a  servizio  del  Signor  Marchese  Gio  Batta  Mattei. 
D' Aminta  vorrei  tacere,  perchè  quanto  bene  egli 
raccontasse  il  caso  di  Aretusa  solo  il  può  inten- 
dere chi  lo  sentì:  espresse  Lorenzo  Sanci  de' 
banchetti,  in  quel  personaggio  più  d'una  volta  a 
viva  forza  le  lagrime  degli  spettatori  con  tanto 
garbo  che  largamente  confermò  l'opinione  che 
s'aveva  di  lui,  che  fosse  eccellente  cantore.  Fran- 
cesco Ranani  nella  parte  di  Fileno^  padre  di 
Aretusa,  pianse  nei  suoi  dolori  e  fece  per  com- 
passione piangere  eh'  il  sentiva,  e  nelle  sue  al- 
legrezze negli  spettatori  ancora  trasfondeva  pia- 
cevol  contento,  cosi  bene  reggeva  e  moderava 
la  sua  voce  e  coi  gesti  opportunamente  l'aiutava. 
Gli  altri  pastori  del  coro  non  dèi  credere  che 
fossero  a  questi  inferiori.  Tutti  insieme  adunque, 
accompagnati  secondo  il  bisogno  dall'armonia  di 
due  cimbali,  di  due  tiorbe,  di  due  violini,  di  un 
liuto  e  d'una  viola  da  gamba,  facevano  così  bel 
sentire,  che  a  ninna  altra  cosa  che  a  loro  si  può 
attribuire  il  tanto  diletto  che  ciascuno  da  questa 
favola  ha  pigliato.  Non  ha  dubbio  ancora  che  tutte 


96  l'oetgine  del  melodeamma 

le  cose  nuove  grandemente  piacciono  agi'  animi 
degli  uomini,  i  quali  desiderosi  per  natura  di 
sempre  imparare,  par  loro  in  quella  non  piii  udita 
imitazione  di  conseguirlo.  Questa  maniera  dunque 
di  cantare  con  ragione  si  può  dir  nuova,  poiché 
nacque  in  Firenze,  non  ha  molti  anni,  dal  nobil 
pensiero  del  sig.  Ottavio  Rinuccini,  il  quale,  es- 
sendo dalle  muse  unicamente  amato  e  dotato  di  par- 
ticolar  talento  nell'esprimere  gli  affetti,  avrebbe 
voluto  che  il  canto  più  tosto  accrescesse  forza  alle 
sue  poesie  che  gliela  togliesse:  e  discorrendo  col 
sig.  Jacopo  Corsi  bo.  me.,  Mecenate  di  tutte  le 
virtù  e  intendentissimo  di  musica,  come  fosse  da 
fare,  che  la  musica  non  solamente  non  impedisse 
l'intender  le  parole,  ma  giovasse  ad  esprimere 
maggiormente  e  più  vivamente  il  senso  e  il  con- 
cetto loro,  chiamato  a  se  il  Sig.  Jacopo  Peri  e 
il  Sig.  Giulio  Caccini,  eccellentissimi  maestri  di 
canto  e  di  contrapunto,  tanto  infine  divisarono, 
che  credettero  averne  trovato  il  modo;  ne  s'in- 
gannarono: perchè  recitata  in  questo  nuovo  stile 
la  favola  di  Dafne^  poesia  del  detto  Sig.  Ottavio, 
in  Firenze  in  casa  del  Sig.  Jacopo  Corsi  alla 
presenza  degl'Ili.^  Sig.  Cardinal  Dal  Monte  e  Mon- 
taldo  e  dei  Serenissimi  Granduca  e  Granduchessa 
di  Toscana,  piacque  per  si  fatto  modo  a  tutti 
che  gli  lasciò  attoniti  di  stupore.  Questo  parto 
crebbe  notabilmente  in  bellezza  uqW  Euridice, 
opera  degli  stessi  artefici  e  noW Arianna  del 
Sig.  Claudio  Monteverde,  oggi  maestro  di  Cap- 
pella di  S.  Marco  in  Venezia,  il  quale  ricevendol, 
anch'egli  concorse  ad  abbellirlo  ed  adornarlo  dei 


l'origine  del  melodramma  97 

suoi  ricchissimi  e  peregrini  pensieri.  Ed  ora  che 
egli  è  pervenuto  in  questa  città,  che  ha  prodotto 
i  Soriani,  i  Griovannelli,  i  Teofi,  padri,  si  può  dire, 
del  contrappunto  e  della  musica,  e  infiniti  altri 
mirabili  ingegni  e  compositori  è  da  sperare  che 
sarà  da  loro  a  sublime  perfezione  condotto. 
Dovendosi  dunque,  come  ho  detto,  tutta  la  lode 
alla  novità  dello  stile,  all'apparato  della  scena 
e  all'eccellenza  dei  cantori,  e  non  ad  altro,  mal- 
volentieri mi  sono  lasciato  consigliare  di  darla 
alla  luce,  ma  m'è  convenuto  in  fine  soggiacere 
alle  domande  di  chi  non  l'ha  potuto  vedere,  e 
dei  recitanti  istessi,  dei  quali  come  soggetto  dove 
hanno  esercitato  la  loro  virtù,  desiderava  cia- 
scuno di  averla.  So  certo,  lettore,  che  se  io  po- 
tessi stampare  la  grazia  che  i  sopradetti  autori 
le  davano,  non  occorrerebbe  ch'io  preoccupassi 
con  iscuse  le  tue  orecchie,  ma  poi  che  questo 
non  è  permesso,  riguarda  piti  all'intenzion  mia 
che  alla  eccellenza  dell'opera,  che  tu  rimarrai 
appagato  ed  io  con  obbligo  alla  tua  discrezione. 
Dio  ti  guardi. 

Filippo  Vitali. 


Solerti,  U angine  del  3Ielodrarama.  13 


98  l'origine  del  melodramma 


GIUSTINIANI  VINCENZO.   —   Discorso   sopra 
la  musica  de'  suoi  tempi  [1628]  (*). 


Avvertenza. 

Nella  libreria  aggiunta  all'Archivio  di  Stato 
lucchese  è  un  codice  miscellaneo  del  seicento 
dove  si  contiene  come  un  seguito  di  trattatelli, 
diretti  ad  istruire  un  gentiluomo  sulle  istituzioni, 
l'arti  e  le  costumanze  del  tempo  suo  (1).  Sono 
otto  di  numero,  scritti  in  prosa  volgare,  con 
varietà  di  titoli;  e  fra  essi  è  sesto  per  ordine 
il  Discorso  sopra  la  Musica^  che  oggi  viene  per 
opera  nostra  alla  luce  (2).  Non  portano  espressa 


(*)  Questo  importante  Discorso  fu  edito  la  prima  volta 
da  Salvatore  Bongi,  in  un  opuscolo  per  nozze  Banchi- 
Brini,  stampato  a  Lucca,  Tipografìa  Giusti,  1878,  in  150 
esemplari,  oggi  divenuti  assai  rari. 

Stimo  pertanto  utile  riprodurre  anche  l'erudita  avver- 
tenza che  il  Bongi  vi  premise. 

(1)  È  intitolato  esternamente  lf«sceZ/a«e«  di  cose  diverse, 
per  la  Curia  Romana  etc.  Varj  discorsi,  instruzioni  ec, 
e  porta  la  segnatura  0.  49,  della  raccolta  Orsucci.  Appar- 
tenne a  Nicolao  Orsucci  che  vi  scrisse  il  suo  nome,  a 
modo  di  possessore,  l'anno  1640. 

(2)  Eccone  i  titoli:  1°  Dialogo  tra  Renzo  (romano)  e 
Aniello  napoletano  sopra  gli  usi  di  Roma  e  di  Napoli. 
2°  Avveì'timenti  per   uno  Scalco.  3°  Istruzione   necessaria 


l'okigine  del  melodeamma  99 

l'indicazione  dell'autore;  salvo  che  il  secondo  ap- 
parisce indirizzato  a  modo  di  lettera  da  Bassa- 
nese  Passatempo,  nome  evidentemente  fìnto  e 
scherzevole,  a  un  Francesco  de  Domo.  Ma  chi  li 
compose  non  ebbe  nessuna  intenzione  di  nascon- 
dersi, perchè  in  più  luoghi,  mentovando  il  padre, 
un  fratello  con  altri  congiunti  e  le  sue  posses- 
sioni, ed  accennando  a  più  casi  della  vita  sua, 
dette  modo  d'essere  con  sicurezza  riconosciuto. 
Fu  egli  Vincenzo  della  nobilissima  famiglia  Giu- 
stiniani di  Genova,  de'  signori  di  Scio,  molti  dei 
quali  venuti  in  Roma,  dopo  la  caduta  dell'isola 
in  mano  de'  turchi,  vi  ebbero  uffici,  dignità  e 
ricchezze  in  buon  numero.  Gli  autori  delle  prime 
giunte  fatte  al  Ciacconio  discorrendo  de'  tanti 
favori  che  il  Cardinale  Benedetto  Giustiniani 
avea  conseguiti  da  Clemente  Vili,  soggiungono 
che  quel  pontefice  amò  anche  grandemente  Giu- 
seppe e  Vincenzo,  padre  il  primo  e  fratello  il 
secondo  di  lui;  e  che  specialmente  l'ultimo  ne 
aveva  ottenuti  insigni  privilegi,  ampliati  poi  da 
Paolo  V  e  da  Gregorio  XV  (1).  Fra  questi  fu 
l'essere  decorato  del  titolo  di  Marchese  di  Bas- 
sano,  terra  prossima  a  Roma  dalla  parte  di  Vi- 
terbo, dove  ebbe  vasti  possessi,  e  costrusse  pa- 
lazzi e  giardini,  come  altri  ne  fabbricò  in  Roma, 
adornandoli  di  statue,  di  pitture,  e  d'opere  d'arte 
d'ogni  maniera  (2).  Delle  quali  poi  fece  cavare 
i  disegni,  che  incisi  dal  Bloemaert  e  da  altri, 
formano  i  due  volumi  intitolati  Galleria  Giusti- 


per  Fabbricare.  4°  Istruzione  per  far  Viaggi.  5"  Discorso 
sopra  la  Pittura.  Q°  Id.  sopra  la  Musica.  1°  Id.  sopra  la 
Caccia.  8"  Istruzione  per  un  Maestro  di  Casa. 

(1)  Ciacconius,  Vitae   et   res   gestae   Pontif.    et    Cardin. 
Edit.  Rom.  1630,  col.  1802. 

(2)  Bassano  fu  eretto  in  Marchesato  per  un  diploma  di 
Paolo  V  del  P  dicembre  1605. 


100  l'origine  del  melodramma 

niana,  dove  il  suo  ritratto,  colla  data  del  1631, 
lo  mostra  maturo  d'anni,  ma  sempre  valido  e  di 
bella  e  dignitosa  presenza  (1). 

Basterebbe  quest'insigne  monumento  per  atte- 
stare della  splendidezza  e  dell'amore    alle    arti 


(1)  Il  Giustiniani  moriva  il  28  dicembre  1637,  lasciando 
espresso  nel  testamento  il  rimorso  de'  troppi  denari  spesi 
per  impulso  di  vanità  in  quell'accolta  d'opere  d'arte,  e 
nei  disegni  che  ne  aveva  fatti  ricavare;  denari  che  dove- 
vano, secondo  lui,  mettersi  in  opere  più  cristiane.  Talché 
per  emendare  in  qualche  modo  al  mal  fatto,  volle  che 
gii  eredi  si  valessero  di  que'  rami  per  tirare  di  mano  in 
mano  alcune  copie  "della  Galleria,  a  fine  di  venderle  a 
beneficio  dei  piìi  poveri  delle  famiglie  Giustiniano  regi- 
strate sui  libri  della  Repubblica  di  Genova.  Di  ciò  si  ha 
documenti  nel  primo  volume  delle  Lettere  Memoràbili  rac- 
colte dall'ab.  Michele  Giustiniani,  stampato  in  Roma  nel 
1669.  Dall'Archivio  posseduto  dall'attuale  Marchese  Giu- 
stiniani ultimo  del  ramo  romano,  si  è  avuto,  per  cortese 
mediazione  del  Marchese  Gaetano  Ferraioli,  la  notizia 
d'un  documento  intitolato  "  Poliza  et  obligo  di  Gian  Gia- 
"  corno  De'  Rossi  stampatore  sopra  il  modo  e  maniera 
**  di  stampare  il  primo  e  secondo  libro  della  Cancelleria 
"  (leggasi  Galleria)  Giiistiniana,  a  favore  del  sig.  Principe 
"  Andrea  Giustiniani,  in  conformità  del  testamento  del 
"  Marchese  Vincenzo  Giustiniani,  fatta  l'il  agosto  1665  ,. 
Forse  fu  questa,  non  la  prima  tiratura  dell'opera,  ma 
una  delle  riproduzioni  fatte  di  tempo  in  tempo  secondo 
la  disposizione  del  testamento.  I  bibliografi  preferiscono 
naturalmente  le  prove  più  antiche,  e  sono  specialmente 
screditate  le  ultime  tirate  dopo  il  1750.  Andrea  Giusti- 
niani ora  mentovato,  fu  lontano  parente  ed  universale 
erede  di  Vincenzo  ed  ebbe  titolo  di  Principe  di  Bassano 
e  la  sua  carica  di  Castellano  di  S.  Angelo  di  Roma  da 
Innocenzo  X,  di  cui  aveva  sposata  la  nipote  Maria  Pan- 
fili nel  1640. 


l'okigine  del  melodramma  101 

di  esso  Vincenzo.  Onde  meritamente  i  soliti  po- 
stillatori al  Ciacconio  lo  chiamarono  doctus  et 
perhwnanus  vir:  ed  assai  libri  parlarono  di  lui 
come  di  signore  magnifico  e  culto.  Che  fosse 
poi  generalmente  informato  di  tutte  le  arti  libe- 
rali, pratico  della  vita  civile  e  delle  costumanze 
degli  uomini,  per  apprendere  le  quali  aveva  anche 
viaggiato  in  gran  parte  d'Europa  (1),  lo  dimo- 
strano poi  chiaramente  questi  suoi  discorsi,  de' 
quali  non  sappiamo  che  si  pubblicasse  fuorché 
il  brevissimo  sopra  la  Pittura,  che  si  vede  nel 
terzo  volume  delle  Lettere  Memorabili  raccolte  da 
Michele  Giustiniani,  edito  in  Roma  nel*  1675. 
Tale  scritto  appare  nella  stampa  diretto  da  Vin- 
cenzo all'avv.  Teodoro  Amideni  (2)  ;  segno  certo 
che  l'editore  ebbe  in  mano  una  trascrizione  di- 
versa dalla  nostra,  dove  il  nome  dell'Amideni 
non  si  legge  ne  qui  ne  altrove. 

Da  più  luoghi  di  queste  scritture  apparisce 
chiaro  che  furono  composte  nei  primi  anni  del 
pontificato  di  Urbano  Vili.  Ma  il  Discorso  sopra 
la  Musica  può  assegnarsi  ad  un  tempo  anche  più 
preciso,  cioè  all'anno  1628  ;  perchè,  essendovi 
ricordato  Vincenzo  Ugolino  Maestro  di  Cappella 
in  S.  Pietro  di  Roma,  è  detto  come  allora  fosse 


(1)  De'  suoi  viaggi  sono  sparse  assai  notizie  nelle  due 
Istruzioni  sui  modi  di  fabbricare  e  di  viaggiare.  Michele 
Giustiniani  negli  SciHttori  Liguri,  I,  58,  cita  il  Diario  ma- 
noscritto del  viaggio  fatto  da  esso  nel  1605  in  Germania, 
Fiandra,  Inghilterra  e  Francia,  scritto  da  Andrea  suo 
erede. 

(2)  Su  questo  Teodoro  Amideni  o  a  Meyden,  di  origine 
brabantino,  che  visse  in  Roma  nella  prima  metà  del  sei- 
cento, e  fu  scrittore  di  più  generi  di  libri,  gazzettante, 
agente  politico  ec,  si  vegga  il  volume  Giacinto  Gigli  ed 
i  suoi  Diarii  nel  secolo  XVII,  per  Alessandro  Ademollo, 
Firenze,  Tipografìa  della  "  Gazzetta  d'Italia  -,  1877. 


102  l'origine  del  melodramma 

a  Parma  chiamato  nell'occasione  delle  nozze  fra 
quel  Duca  e  Margherita  dei  Medici.  Lo  scritto 
del  Giustiniani  abbraccia  dunque  quel  tratto  di 
storia  musicale,  che  fu  illustrata  anche  da  Grio. 
Battista  Doni  nei  suoi  Trattati,  e  più  precisa- 
mente da  Pietro  della  Valle  nel  Discorso  notis- 
simo; per  dir  solo  di  due,  che,  come  lui,  scris- 
sero in  volgare  a  modo  accademico,  e  stando  in 
Roma  all'ombra  de'  Barberini.  Ma  essi  invero 
condussero  i  loro  lavori  con  assai  maggiore  ap- 
parato di  erudizione  e  con  lingua  e  stile  incom- 
parabilmente migliori  del  nostro.  Il  quale  però 
avendo  ingenuamente  dichiarato  di  non  essere 
studioso  di  musica,  ma  solo  d'averne  .  attinta 
alcuna  pratica,  allorché  ebbe  a  tenere  in  casa 
propria  conversazioni  dove  se  ne  faceva  eser- 
cizio, e  di  scriverne  solo  in  conformità  di  quella 
pratica,  non  può  accusarsi  di  presunzione.  E 
forse  può  anche  essere  scusato  della  forma  poco 
elegante  del  suo  dettato,  perchè  non  ebbe  pro- 
babilmente intenzione  che  questi  scritti  dovessero 
comparire  in  istampa. 

Ma  lasciando  i  confronti  che  non  sarebbero 
certo  a  suo  vantaggio,  e  non  intendendo  di  giu- 
dicare del  merito  assoluto  dell'operetta  del  Giu- 
stiniani, a  noi  è  parso  di  farne  la  pubblicazione 
come  documento  di  storia,  colla  speranza  che 
fra  le  assai  notizie  che  contiene  gli  studiosi  pos- 
sano ricavarne  alcuna  che  negli  altri  libri  si  de- 
sideri. Altri  vedranno  poi  se  fra  gli  scritti  che 
restano  inediti  nello  stesso  codice,  e  che  trattano 
di  altri  soggetti,  ve  ne  sia  che  meriti  un'eguale 
fortuna.  Certamente  sarebbero  a  studiarsi  con 
molto  profitto  da  chi  volesse  illustrare  la  vita 
dell'autore  che  per  più  rispetti  crediamo  degna 
di  essere  maffsjiormente  conosciuta. 


l'origine  del  melodramma  103 


Discorso  sopra  la  musica. 


Averà  di  già  V.  S.  veduto  quanto  mi  sov- 
venne di  scriverle  in  risposta  della  richiesta  che 
mi  fece  circa  il  modo  e  regola  che  si  deve  tenere 
nelle  conversazioni,  acciò  riescano  durabili  e 
degne  di  lode.  Ora  essendomi  sovvenuto  che 
l'esercizio  della  musica  possa  esser  mezzo  molto 
appropriato  all'intento  di  Y.  S.,  mi  pare  anche 
conveniente  che  io  aggiunga  questi  pochi  fogli 
agli  altri,  con  esprimere  le  considerazioni  che  a 
questo  proposito  mi  sono  occorse,  per  maggior- 
mente sodisfare  a  V.  S.  Senza  voler  però  entrare 
a  discorrere  della  teorica  della  musica,  inse- 
gnataci da  molti  antichi  e  moderni  insieme  con 
le  altre  parti  delle  scienze  Ossian  arti  mate- 
matiche, et  anche  in  particolare  da  alcuni  au- 
tori et  in  specie  Santo  Angustino  e  Boezio;  ne 
meno  delle  varie  parti  della  musica  distinte  in 
canto  fermo,  figurato,  crommatico  e  enarmonico, 
tra  quali  le  tre  prime  sono  oggidì  in  uso,  et 
n'hanno  trattato  diversi  autori,  e  dell'ultima  non 
se  ne  ha  cognizione.  Ne  tampoco  pretendo  di 
volere  scrivere  l'origine  ne  gl'inventori  della  mu- 


104 


sica,  ne  quelli  che  l'hanno  perfezionata  riducen- 
dola in  regola  certa  e  misura  giusta  di  voci  e 
di  suono  tra  se  proporzionati  e  corrispondenti 
alle  vere  regole,  perchè  io  non  arrivo  a  cogni- 
tione  tale  di  musica,  che  possa  discorrerne  con 
sicurezza  e  senza  risico  d'incorrere  in  qualche 
massima  o  concetto  degno  di  riprensione,  e  di 
esser  tacciato  di  volere  con  soverchia  preten- 
zione  entrare  in  messem  alienam.  Ma  solo  con 
l'intenzione  che  ho  di  dar  gusto  e  sodisfazione 
a  V.  S.  nella  richiesta  che  mi  fece,  metterò  in 
carta  familiarmente  alcuni  pensieri  che  mi  oc- 
corrono a  questo  proposito,  fondandoli  sopra  al- 
cuna poca  esperienza  da  me  acquistata  mentre 
ho  tenuto  conversazione  in  casa  senza  l'esercizio 
del  gioco,  ma  con  altre  virtuose  occupazioni,  e 
particolarmente  con  questa  della  musica,  eser- 
citata senza  concorso  di  persone  mercenarie, 
tra  gentiluomini  diversi,  che  se  ne  prendevano 
diletto  e  gusto  per  inclinazione  naturale.  E  per 
maggior  facilità  distenderò  questo  breve  discorso 
quasi  come  una  narrazione  in  guisa  d'istoria, 
compartita  da  alcuni  tempi  distinti,  ne'  quali 
per  il  corso  della  mia  età  sono  stati  inventati 
vari  modi  et  invenzioni  di  cantare  e  suonare,  con 
occasione  di  varie  e  distinte  cagioni  et  occor- 
renze; et  in  esso,  secondo  che  verrà  a  propo- 
sito, saranno  inserti  alcuni  pensieri,  che  per  esser 
appropriati  al  suo  intento,  non  li  deveranno  esser 
discari. 

E  per  dar  principio   le   dirò,  che  l'arte  della 
musica  è  riputata  tra  le  liberali  nel  primo  luogo. 


l'origine  del  melodramma  105 

come  quella  che  per  arrivare  alla  sua  vera  per- 
fezione, conviene  che  s'accosti,  anzi  che  parte- 
cipi del  grado  nel  quale  si  considerano  le  scienze. 
Perchè,  acciò  un'azione  musicale  riesca  di  stima 
sarà  necessario  che  sia  composta  con  le  proprie 
e  vere  regole  di  questa  professione,  anzi  di  più 
con  nuove  osservazioni  e  difficili,  che  non  siano 
a  notizia  di  tutti  li  musici  in  generale;  e  non 
solo  li  Madrigali  e  composizioni  da  cantarsi  a 
più  voci,  ma  anche  le  altre  di  contraponto  e  li 
Canoni,  e,  quel  che  pare  più  di  meraviglia,  ristesse 
arie  da  cantarsi  con  facilità  ad  una  voce  sola. 
E  per  arrivare  a  questo  segno  non  basterà  l'in- 
clinazione data  a  molti  dalla  natura,  ma  vi  si 
ricerca  anche  uno  studio  et  applicazion  d'animo 
e  di  persona,  che  possedendo  le  regole  e  le  giu- 
ste proporzioni  de'  numeri,  unite  con  quelle  della 
voce  0  sia  del  suono,  et  la  pratica  de  gli  effetti 
che  da  queste  derivano  negli  animi  de  gl'uomini, 
non  solo  generalmente  ma  particolarmente  corri- 
spondenti all'inclinationi  individuali  di  ciascuno, 
et  a  i  gusti  che  in  generale  prevagliono  per  di- 
stinti tempi  di  tanto  in  tanto,  sappia  applicare 
l'artifìcio  et  esperienza  ai  tempi,  alle  inclinazioni 
in  generale  et  alli  gusti  particolari  di  ciascuno. 
E  per  arrivare  a  questo  segno  si  ricerca  molta 
applicazione  dell'intelletto  e  molto  discorso,  per 
venire  alla  conclusione  compita  dell'opera,  con 
aver  fatti  molti  sillogismi  et  entimemi  per  avanti, 
senza  aver  studiato  la  Dialettica  d'Aristotele, 
e  senza  aver  imparati  quei  versi  Barbara  cela- 
rent,  etc.  ;  ma  con  unire  tutte  le  condizioni  e  cir- 

SoLERTi,  L'origine  del  Melodramma.  14 


106  l'origine  del  melodramma 

costanze  suddette.  E  per  confirmazione  di  tutte 
queste  cose  dirò  primieramente  : 

1.  Che  nella  mia  fanciullezza  mio  padre  b.  m. 
mi  mandò  alla  scola  di  musica,  et  osservai 
ch'erano  in  uso  le  composizioni  dell' Archadelt,  di 
Orlando  Lassus,  dello  Strigio,  Cipriano  de  Rores 
e  di  Filippo  di  Monte,  stimate  per  le  migliori  di 
quei  tempi,  come  in  effetto  erano  ;  e  per  cantare 
con  una  voce  sola  sopra  alcuno  stromento  pre^ 
valesse  il  gusto  delle  Villanelle  Napoletane,  ad 
imitazione  delle  quali  se  ne  componevano  anche 
in  Roma,  e  particolarmente  da  un  tal  Pitie  mu- 
sico bravo  e  buffone  nobile. 

2.  In  poco  progresso  di  tempo  s'alterò  il 
gusto  della  musica  e  comparver  le  composizioni 
di  Luca  Marenzio  e  di  Ruggero  Giovannelli,  con 
invenzione  di  nuovo  diletto,  tanto  quelle  da  can- 
tarsi a  più  voci,  quanto  ad  una  sola  sopra  al- 
cuno stromento,  l'eccellenza  delle  quali  consi- 
steva in  una  nuova  aria  et  grata  all'orecchie, 
con  alcune  fughe  facili  e  senza  straordinario 
artificio.  E  nell'istesso  tempo  il  Pellestrina,  il 
Soriano  e  Gio.  Maria  Nanino  composero  cose  da 
cantarsi  in  chiesa  con  facilità  di  buon  contra- 
ponto e  sodo,  con  buon'aria  e  con  decoro  con- 
decente; a  segno  che  anche  oggidì  s'antepon- 
gono le  loro  composizioni  a  quelle  de  gl'altri 
moderni,  li  quali  tutti  ebbero  da  quelli  la  di- 
sciplina, la  quale  hanno  procurato  di  variare  più 
con  ornamenti  vaghi,  che  con  artifìcio  fondato  e 
di  sostanza. 

3.  L'anno  santo  del  1575    o    poco   dopo  si 


l'okigine  del  melodramma  107 

cominciò  un  modo  di  cantare  molto  diverso  da 
quello  di  prima,  e  così  per  alcuni  anni  seguenti, 
massime  nel  modo  di  cantare  con  una  voce  sola 
sopra  un  istrumento,  con  l'esempio  d'un  Gio. 
Andrea  napoletano,  e  del  sig.  Giulio  Cesare  Bran- 
cacci  e  d'Alessandro  Merlo  romano,  che  canta- 
vano un  basso  nella  larghezza  dello  spazio  di  22 
voci,  con  varietà  di  passaggi  nuovi  e  grati  al- 
l'orecchie di  tutti.  I  quali  svegliarono  i  compo- 
sitori a  far  opere  tanto  da  cantare  a  più  voci 
come  ad  una  sola  sopra  un  istrumento,  ad  imi- 
tazione delli  soddetti  e  d'una  tal  femina  chia- 
mata Femia,  ma  con  procurare  maggiore  inven- 
zione et  artifìcio,  e  ne  vennero  a  risultare  alcune 
Villanelle  miste  tra  Madrigali  di  canto  figurato 
e  di  Villanelle,  delle  quali  se  ne  vedono  oggi 
dì  molti  libri  de  gl'autori  suddetti  e  di  Orazio 
Vecchi  et  altri.  Ma  sì  come  le  Villanelle  acqui- 
starono maggior  perfezione  per  lo  più  artificioso 
componimento,  così  anche  ciascun  autore,  a  fin 
che  le  sue  composizioni  riuscissero  di  gusto  in 
generale,  procurò  d'avanzarsi  nel  modo  di  com- 
ponere  a  più  voci,  e  particolarmente  Giachet 
Wert  in  Mantova,  il  Luzzasco  in  Ferrara.  Quali 
erano  sopraintendenti  di  tutte  le  musiche  di  quei 
Duchi,  che  se  ne  dilettavano  sommamente,  mas- 
sime in  fare  che  molte  dame  et  signore  princi- 
pali apparassero  di  sonare  e  cantare  per  eccel- 
lenza; a  segno  tale  che  dimoravano  talvolta  i 
giorni  intieri  in  alcuni  camerini  nobilmente  or- 
nati di  quadri  e  fabricati  a  questo  solo  effetto, 
et  era  gran  competenza  fra  quelle  dame  di  Man- 


108  l'origine  del  melodeamma 

tova  et  di  Ferrara,  che  facevano  a  gara,  non 
solo  quanto  al  metallo  et  alla  disposizione  delle 
voci;  ma  nell'ornamento  di  esquisiti  passaggi  ti- 
rati in  opportuna  congiuntura  e  non  soverchi, 
(nel  che  soleva  peccare  Gio.  Luca  falsetto  di 
Roma,  che  servi  anche  in  Ferrara),  e  di  più  col 
moderare  e  crescere  la  voce  forte  o  piano,  as- 
sottigliandola 0  ingrossandola,  che  secondo  che 
veniva  a'  tagli,  ora  con  strascinarla,  ora  smez- 
zarla, con  l'accompagnamento  d'un  soave  inter- 
rotto sospiro,  ora  tirando  passaggi  lunghi,  se- 
guiti bene,  spiccati,  ora  gruppi,  ora  a  salti, 
ora  con  trilli  lunghi,  ora  con  brevi,  et  or  con 
passaggi  soavi  e  cantati  piano,  dalli  quali  tal 
volta  all'improvviso  si  sentiva  echi  rispondere, 
e  principalmente  con  azione  del  viso,  e  dei 
sguardi  e  de'  gesti  che  accompagnavano  appro- 
priatamente la  musica  e  li  concetti,  e  sopra  tutto 
senza  moto  della  persona  e  della  bocca  e  delle 
mani  sconcioso,  che  non  fusse  indirizzato  al  fine 
per  il  quale  si  cantava,  e  con  far  spiccar  bene 
le  parole  in  guisa  tale  che  si  sentisse  anche 
l'ultima  sillaba  di  ciascuna  parola,  la  quale  dalli 
passaggi  et  altri  ornamenti  non  fusse  interrotta 
0  soppressa,  e  con  molti  altri  particolari  artificj 
et  osservazioni  che  saranno  a  notizia  di  persone 
pili  esperimentate  di  me.  E  con  queste  sì  nobili 
congiunture  i  suddetti  musici  eccellenti  facevano 
ogni  sforzo  d'acquistar  fama  et  la  grazia  de'  Pren- 
cipi  loro  padroni,  dalla  quale  derivava  anche  il 
loro  utile. 

4.  Coll'esempio  di  queste  Corti  e  delli  due 


l'oeigine  del  melodeamma  109 

napolitani  che  cantavano  di  basso  nel  modo  sud- 
detto, si  cominciò  in  Roma  a  variar  modo  di 
componere  a  più  voci  sopra  il  libro  e  canto  fi- 
gurato, et  anche  ad  una  o  due  al  piìi  voci  sopra 
alcuno  stromento,  e  cominciò  il  Prencipe  Ge- 
sualdo di  Venosa,  che  sonava  anche  per  eccel- 
lenza di  Lento  e  di  Chitarra  napoletana,  a  com- 
ponere Madrigali  pieni  di  molto  artifìcio  e  di 
contraponto  esquisito,  con  fughe  diffìcili  e  vaghe 
in  ciascuna  parte,  intrecciate  fra  loro,  prese 
in  tale  proporzioni  che  non  vi  fussero  note  su- 
perflue e  fuori  della  fuga  ^ncominciata,  la  quale 
sempre  anche  restava  poi  messa  alla  rovescia 
della  prima.  E  perchè  questa  esquisitezza  di  re- 
gola soleva  talvolta  render  la  composizione  dura 
e  scabrosa,  procurava  con  ogni  sforzo  et  indu- 
stria fare  elezione  di  fughe,  che,  se  ben  rende- 
vano diffìcoltà  nel  componerle,  fossero  ariose  o 
riuscissero  dolci  e  correnti  a  segno,  che  pares- 
sero nell'atto  del  cantare  facili  da  comporsi  da 
ciascuno,  ma  alla  prova  poi  si  trovassero  diffi- 
cili e  non  da  ogni  compositore.  Et  in  questa 
guisa  compose  lo  Stella,  il  Nonna  e  Scipione  de 
Ritici  napoletani,  che  seguivano  il  suddetto  modo 
del  Prencipe  di  Venosa  e  del  Conte  Alfonso  Fon- 
tanella. 

5.  Nell'istesso  tempo  il  Cardinale  Ferdinando 
de'  Medici,  che  fu  poi  Gran  Duca  di  Toscana^ 
stimolato  e  dal  proprio  gusto  e  dall'esempio  degli 
altri  suddetti  Prencipi,  ha  premuto  in  aver  mu- 
sici eccellenti,  e  specialmente  la  famosa  Vit- 
toria, dalla  quale  ha  quasi  avuto  origine  il  vero 


110  l'origine  del  melodramma 

modo  di  cantare  nelle  donne,  perciocché  ella  fu 
moglie  d'Antonio  di  Santa  Fiore,  cosi  cognomi- 
nato perchè  era  stato  fino  da  fanciullo  musico 
per  eccellenza  del  Cardinal  di  Santa  Fiore.  E  con 
questo  esempio  molt'altri  s'esercitarono  in  questo 
modo  di  cantare  in  Roma,  in  guisa  tale  che  pre- 
valsero a  tutti  gli  altri  musici  dei  luoghi  e  Pren- 
cipi  suddetti,  e  vennero  in  luce  Giulio  Romano, 
Giuseppino,  Gio.  Domenico  et  il  Rasi,  che  ap- 
parò in  Firenze  da  Giulio  Romano  ;  e  tutti  can- 
tavano di  basso  e  tenore  con  larghezza  di  molto 
numero  di  voci,  e  con  modi  e  passaggi  esquisiti 
e  con  affetto  straordinario  e  talento  particolare 
di  far  sentir  bene  le  parole.  Et  oltre  a  questi 
molti  altri  soprani,  come  Gio.  Luca,  Ottavio 
Durante,  Simoncino,  Ludovico,  che  cantavano  in 
voce  da  falsetto,  e  molti  altri  eunuchi  di  Cap- 
pella, et  altri  come  un  Onofrio  pistoiese,  un  Ma- 
thias  spagnuolo,  Gio.  Gironimo  perugino  e  molti 
altri  che  per  brevità  tralascio.  Successe  poi  al 
Cardinal  Ferdinando  de'  Medici  il  Cardinal  Mon- 
talto,  che  niente  meno  di  lui  si  dilettò  della  mu- 
sica, perchè  di  pili  sonava  il  Cimbalo  egli  per 
eccellenza,  e  cantava  con  maniera  soave  et  af- 
fettuosa e  teneva  in  sua  casa  molti  della  pro- 
fessione che  eccedevano  la  mediocrità,  e  tra  gli 
altri  il  Cavaliere  del  Lento  e  Scipione  Dentici 
de!l  Cimbalo,  sonatori  e  compositori  eccellenti, 
e  poi  Orazio  sonatore  raro  d'Arpa  doppia,  e  per 
cantare  aveva  Onofrio  Gualfreducci  eunuco,  Ip- 
polita napoletana,  Melchior  Basso,  e  molt'altri 
a'  quali  dava  grosse  provigioni.  E  con  l'esempio 


l'origine  del  melodramma  111 

di  questi  e  di  tutti  gl'altri  suddetti  si  ravvivò 
l'esercizio  della  musica,  a  segno  che  se  ne  sono 
dilettati  poi  molti  Nipoti  di  Papi,  et  altri  Cardi- 
nali e  Prencipi;  anzi  tutti  i  Maestri  di  Cappella 
hanno  intrapreso  di  ammaestrare  diversi  eunuchi, 
et  altri  putti  a  cantare  con  passaggi  e  con  modi 
affettuosi  e  nuovi;  tra  quali  Gio.  Berardino  Na- 
nino  Maestro  di  Cappella  in  San  Luigi,  e  Ruggero 
Giovannelli  hanno  fatto  allievi  di  gran  riuscita, 
che  per  esser  vivi  et  in  gran  numero  tralascio 
di  nominare  per  ora.  ^-^ 

6.  Per  r  avanti  a  questo  tempo  sono  stati 
molti  li  compositori,  come  Claudio  Monte  Verde, 
Gio.  Berardino  Nanino,  Felice  Anerio  et  altri; 
li  quali,  senza  uscire  dal  modo  di  comporre  del 
Prencipe  di  Venosa  Gesualdo,  hanno  atteso  a  rad- 
dolcire et  affacilitare  lo  stile  ^  modo  di  compo- 
nere,  e  particolarmente  hanno  fatto  molt' opere 
da  cantarsi  nelle  chiese,  con  diverse  maniere  e 
varie  invenzioni  a  più  cori,  anche  fino  al  nu- 
mero di  12;  et  in  questo  stile  si  usa  continua- 
mente di  cantare  al  giorno  d'oggi  e  di  componere 
con  molto  numero  di  buoni  cantori  et  cantatrici. 
Anzi  dirò  che  ne  i  tempi  nostri  la  musica  viene 
nobilitata  et  illustrata  piìi  che  mai,  mentre  il 
Re  Filippo  IV  di  Spagna  et  ambidue  li  suoi  fra- 
telli se  ne  dilettano,  e  sogliono  spesso  cantare  al 
libro,  e  sonar  di  Viole  concertate  insieme,  con 
alcuni  pochi  altri  musici  per  supplire  al  numero 
competente,  tra'  quali  con  Filippo  Piccinino  Bolo- 
gnese, sonatore  di  Liuto  e  di  Pandòra  eccellentis- 
simo. Anai  di  più  lo  stesso  Re  et  i  fratelli  fanno 


112  l'okigine  del  melodramma 

le  composizioni,  non  solo  per  loro  diletto  ma  anche 
perchè  si  cantino  nella  Cappella  Regia  e  nell'altre 
chiese  mentre  si  celebrano  li  divini  offizii  ;  e  que- 
st'inclinazione e  gusto  di  S.  Maestà  sarà  cagione 
che  molti  signori  se  ne  diletteranno  ancora,  e 
molti  altri  s'applicaranno  alla  musica,  come  dice 
quel  verso:  Regis  ad  exemplum  totus  componihir 
orbis. 

7.  E  da  tutte  queste  cose  si  viene  chiara- 
mente a  conoscere  quel  che  dissi  di  sopra;  cioè, 
^e  il  modo  e  maniera  di  cantare  si  va  di  tanto 
in  tanto  variando  dalli  varij  gusti  de'  Signori  e 
Prencipi  grandi  che  se  ne  dilettano,  appunto 
come  segue  nel  modo  di  vestire,  che  si  vanno 
sempre  rinnovando  le  foggio,  secondo  che  ven- 
gono introdotte  nelle  Corti  de'  grandi  ;  come  per 
esempio  in  Europa  il  vestire  a  modo  di  Francia 
e  di  Spagna. 

8.  Oltre  le  suddette  variazioni  del  modo  di 
cantare  si  vede  per  esperienza  che  ogni  nazione, 
ogni  provincia,  anzi  ogni  città,  ha  un  modo  di 
cantare  differentissimo  ciascuno  dall'altro,  e  di 
qui  viene  quel  dettato  volgare,  Galli  cantaìit, 
Hispani  ululant,  Germani  hoant,  Itali  piovani. 
Anzi  di  più,  nell'istessa  Italia,  da  un  luogo  al- 
l'altro, si  conosce  vario  il  modo  e  l'aria,  come 
per  esempio  l'aria  Romanesca  è  singolare  e  ripu- 
tata bellissima  e  per  tutto  si  canta  con  molto 
diletto,  come  esquisita  et  atta  a  ricevere  ogni 
sorte  di  ornamento  et  accompagnata  con  ogni 
tuono  e  con  gran  facilità  ;  e  così  l'aria  detta  Fan- 
tinella.  In  Sicilia  sono  arie  particolari  e  diverse 


l'oeigine  del  melodeamma  113 

secondo  i  diversi  luoghi,  perchè  in  Palermo  sarà 
un'aria,  in  Messina  un'altra,  un'altra  in  Catania 
et  un'altra  in  Siracusa.  Il  simile  nelle  altre  città 
e  luoghi  di  quel  Regno  ;  e  così  negl'altri  luoghi 
d'Italia,  come  in  Genova,  Milano,  Firenze,  Ber- 
gamo, Urbino,  Ancona,  Foligno  e  Norcia  ;  et  ho 
voluto  specificare  questi  luoghi  come  per  esempio, 
tralasciatone  molti  altri  per  andar  restringendo 
il  discorso. 

Per  opinione  generale  de'  musici,  acciò  che  una 
composizione  di  qualsivoglia  stile  o  maniera  riesca 
degna  di  lode  e  di  gusto  a  chi  la  sente  poi  nel- 
l'atto di  metterla  in  pratica  come  ho  accennato 
di  sopra,  conviene  che  primieramente,  sia  fatta 
con  buon  contraponto  fondato  nelle  vere  regole, 
con  fughe  nuove  e  difficili  da  intrecciarsi  insieme 
in  tutte  le  parti,  senza  impitura  di  note  superflue, 
tanto  pigliandole  per  la  diritta  regola  ordinaria, 
quanto  per  la  rovescia. 

Secondariamente,  che  la  composizione  tutta  e 
le  fughe  particolari  siano  facili  e  correnti  in  ma- 
niera che  l'artificio  non  le  renda  scabrose,  anzi 
che  non  sia  conosciuto  se  non  da  persone  esperte 
nel  mestiere  e  che  vi  facciano  riflessione  parti- 
colare. 

E  per  terzo  che  siano  ariose  e  con  grazia  sin- 
golare; perchè  per  esperienza  ho  conosciuto  che 
molte  composizioni  d'autori  insigni  con  le  due 
suddette  conditioni,  perchè  non  avevano  questa 
terza  che  io  dico,  non  sono  state  aggradite,  e  re- 
stano in  un  fondo  di  cassa  o  almeno  sopra  una 
scanzia  coperta  di  polvere;  ne  potrei  addurre  molte. 

Solerti,  L'origine  del  Melodrarnvia.  15 


114  l'origine  del  melodramma 

ma  essendo  pur  assai  note  per  breyità  le  tacerò. 
E  questa  terza  condizione  è  anco  necessaria  nel- 
l'altre composizioni  che  si  dicono  arie  da  cantarsi 
ad  una  o  poco  piìi  voci  sopra  stromenti,  anzi 
senza  questa  restaranno  fredde  e  sciapite,  con 
tutto  che  siano  artificiose  e  con  difficile  contra- 
ponto ignoto  a  gl'altri. 

Dalla  maggior  parte  delle  cose  suddette  forse 
in  V.  S.  risulta  un  desiderio  e  curiosità  di  sa- 
pere che  cosa  sia  l'aria  e  la  grazia  nella  musica 
e  nelle  composizioni,  che  si  fanno  a  fine  che  di- 
lettino e  piacciano  a  chi  le  sente  quando  si  can- 
tano o  suonano,  et  io  prevenendo  la  richiesta 
che  me  ne  possa  fare,  per  il  desiderio  che  ho 
di  darle  gusto,  dirò  che  il  rispondere  precisa- 
mente sarà  cosa  difficile  anco  a  persone  piti  esperte 
di  me.  Con  tutto  ciò  senza  risolvermi  ad  altro 
tempo  come  fanno  alcuni  che  professano  di  sapere 
qualche  cosa  dalla  quale  sono  molto  lontani,  le 
dirò  quello  che  mi  occorre. 

In  tutte  le  professioni  nelle  quali  si  ricerca 
l'industria  o  sagacità  dell'uomo,  la  natura  na- 
turante 0  naturata,  che  vogliamo  dire,  si  è  ri- 
serbata per  se  una  parte,  per  levare  all'uomo 
l'occasione  d'insuperbirsi  con  riconoscersi  inetto 
et  inutile  per  se  stesso  senza  l'aiuto  o  favore 
divino,  provando  per  esperienza,  che  con  tutta 
l'industria  et  invenzione  ch'averà  in  qual  si  vo- 
glia professione,  resterà  oscuro  e  privo  di  gloria 
e  di  fama,  se  non  vi  sarà  annessa  la  grazia  ch'è 
dono  d'Iddio  benedetto,  non  solo  nelle  cose  et 
azioni  umane,  ma  in  tutte  le  cose  create.  Come 


115 


per  esempio  si  vederà  una  donna  bellissima  et 
ornatissima  e  non  averà  grazia,  et  un'altra  sarà 
brutta  e  sarà  graziosa;  tal  cavagliere  saprà  le 
regole  del  torneare  e  del  cavalcare  per  eccel- 
lenza et  non  vi  averà  grazia  come  un  altro, 
che  non  ne  sa  tanto  di  gran  lunga.  Si  dirà  un 
tale  predica  per  eccellenza,  ma  non  ha  grazia. 
Si  suol  anche  dire,  un  tal  gentil  uomo  discorre 
benissimo  e  scientificamente,  ma  non  ha  grazia  ; 
et  un  altro  sa  poco,  ma  è  grazioso  nel  discor- 
rere. Si  dirà  un'aura  soave  e  graziosa,  un  ca- 
vallo grazioso  e  cammina  con  grazia.  Un  pittore 
sarà  rozzo,  un  altro  grazioso  nelle  figure  et  uno 
scultore  nelle  statue  ;  e  così  potrei  seguitare  per 
un  pezzo  in  tutte  le  cose  create,  massime  nelle 
sublunari.  Ma  perchè  è  cosa  a  ciascuno  nota, 
mi  basterà  aver  addotto  questi  esempi,  et  a 
questa  similitudine  concludere,  che  nella  musica, 
tanto  delle  voci  quanto  del  suono,  si  potrà  ad- 
durre ristessa  cagione  della  grazia  e  dell'aria; 
con  dire  per  diffinizione  che  il  cantare  con  grazia 
non  è  altro  se  non  una  lunga  osservazione  delli 
modi  e  regole  di  cantare,  che  sogliono  arrecare 
particolar  gusto  e  diletto  alle  orecchie  delle 
persone  di  giudizio  per  l'ordinario,  e  di  quelle 
servirsi  con  voce  che  non  sia  ingrata  e  sconcia, 
0  nel  sonare  con  buono  stromento.  E  così  si  potrà 
ben  dire,  il  tale  non  ha  troppo  buona  voce,  ma 
canta  con  grazia,  come  per  esempio  addurrò  di 
nuovo  il  signor  Cardinal  Mont'Alto,  che  sonava 
e  cantava  con  molta  gratia  ed  affetto,  se  bene 
aveva  un  aspetto  più    tosto  martiale  che  apol- 


116  l'origine  del  melodramma 

lineo,  et  una  voce  da  scrivere,  come  si  suole 
dire  ;  e  cosi  anche  Giulio  Romano,  che  come  ho 
detto  fu  quasi  inventore  d'una  nuova  maniera  di 
cantare. 

E  che  sia  il  vero  che  la  grazia  del  cantare 
sia  parte  proveniente  dalla  natura  e  non  dal- 
l'arte, salvo  solo  nell'osservazione,  come  ho  detto, 
delli  modi  che  piacciono,  si  conosce  talvolta 
perchè  tal  cantante  ad  uno  parrà  grazioso  et  ad 
un  altro  nojoso,  e  per  il  contrario  un  cantante 
sciocco  piace  a  chi  non  dovrebbe  piacere  ;  e 
ristesso  effetto  si  vede  nell'altre  cose  ancora  e 
specialmente  nelle  putterie  di  Spagna  e  d'Africa, 
nelle  quali  non  è  donna  che  non  trovi  recapito 
per  brutta  che  sii.  E  così  si  dice  anco  che  negli 
macelli  non  resta  carne  che  non  si  spacci,  et  i] 
simile  si  potrebbe  dire  dell'altre  cose  che  tacerò 
per  brevità. 

Non  però  mi  pare  di  tralasciare  un  effetto  mi- 
rabile, che  dalla  musica  e  dal  suono  procede  e 
si  è  continuamente  osservato  da  molto  tempo  in 
qua  nella  Puglia  e  nel  Regno  di  Napoli  nelle 
persone  che  sono  morsicate  dalla  tarantola,  o 
sia  soffritto,  come  in  que'  luoghi  si  suol  dire,  li 
quali  ricevono  nel  male  che  patiscono  nelle  vi- 
scere, con  necessità  di  stare  in  moto  e  quasi  bal- 
lando, gran  refrigerio  e  molte  volte  la  totale  libe- 
razione, dalla  musica  o  dal  suono;  e,  quel  ch'è 
più  di  maraviglia,  da  una  musica  e  da  un  suono 
particolare  tra  molte  altre  arie  e  musiche  e  suoni, 
che  si  fanno  sentire  a  gl'infermi,  li  quali  sen- 
tono giovamento  solamente  da  un  suono    o    da 


l'origine   del   MELODRAMIVIA  117 

una  musica  tra  le  molte  altre,  come  ho  detto. 
E  perchè  quando  questi  tali  non  restano  liberati, 
in  ciascun  anno  nella  stagione  nella  quale  furono 
oifesi,  vengono  riassaliti  dal  tormento,  così  con 
i  suoni  e  canti  diversi  si  procura  darli  occasione, 
se  non  di  rimedio,  almeno  di  refrigerio,  che  ri- 
cevono molto  maggiore  che  da  gl'altri  rimedi  di 
medici. 

Potrei  a  questo  proposito  addurre  li  molti  e 
varij  effetti  che  gl'autori  antichi  scrivono  della 
musica  usata  da  gl'Arcadi,   et  altre  favolette, 
come  delle  Sirene,  d'Anfione,  di  Marsia,  d'Arione, 
d'Apollo,  delie  Muse  e  d'Orfeo,  e  dell'altre  nar- 
rate per  vere,  atte  a  muovere  gl'animi  degl'ascol- 
tatori a  diverse  e  contrarie  azioni,  con  la  diver- 
sità della  maniera  e  del  modo,  e  particolarmente 
con  la  musica  enarmonica,  che,  come  ho  detto, 
non  è  a  notizia  del  secolo  presente,  con  la  quale 
inducevano    al    pianto,  al  riso,   al  furore    et    a 
prender  l'armi,  non  solo    contro    gl'inimici,  ma 
nelle  guerre  civili,  e,  quel  eh' è  più,  ad  obedire 
alli  magistrati    et    alli  superiori  in  congiuntura 
di  popolare  contumace  tumulto  e  ribellione.  Ma 
passerò  avanti  senza  estendermi  in  questo  par- 
ticolare   come    superfluo ,    poiché    anco    si    può 
vedere   quello   che   gl'antichi    autori    ne  hanno 
scritto,  come  Pitagora    e    Platone.   I  quali  con 
altri  hanno  anche  creduto  che  sia  una  continua 
armonia  ne'  cieli,  procedente  dal  moto  loro  in- 
fallibilmente ordinato,  a  similitudine  della  quale 
sieno  tutte  l'armonie  terrene,  anzi    di    più    con 
ristesse  proporzioni,  poscia  che  non  si  sa  dare 


118  l'oKIGINE   del   MELODEAlttMA 

altra  ragione  della  cagione  delle  consonanze  e 
dissonanze  che  ci  appaghi,  se  non  l'esperienza, 
non  ostante  che  gl'antichi  e  moderni  si  sforzino 
di  attribuirle  alle  proporzioni  de  i  numeri  e  dei 
moti  de'  cieli.  Il  che  neanche  pare  che  possa  sodi- 
sfare a  pieno  l'intelletto,  e  che  però  sia  forza 
ricorrere  alla  sola  esperienza  e  prattica  fondata 
nel  senso,  non  trovandosi  altra  ragione  per  la 
quale  la  3^,  la  5%  la  6^,  e  l'S^  siano  consonanze, 
e  la  2^,  la  4*,  e  la  7*  siano  dissonanze;  oltre 
a  molte  altre  regole  di  proporzioni,  nelle  quali 
il  contraponto  è  fondato,  tanto  nella  durata  delle 
note,  quanto  delle  diverse  proporzioni  delle  bat- 
tute, e  della  diversità  de'  tuoni,  e  molte  altre 
cose  che  non  tocca  a  me  l'esplicarle. 

Si  potrebbe  anche  andar  investigando  quale 
sia  la  cagione  che  la  musica  sia  instromento  sì 
atto  et  incentivo  a  muover  gl'animi  all'amore  e 
particolarmente  nelle  donne,  alle  quale  si  sogliono 
però  fare  le  serenate.  Ma  questa  sarà  più  tosto 
impresa  d'astrologo  o  di  filosofo,  che  mia,  e  però 
la  lasciarò  a  quelli  per  ora;  e  così  a  i  teologi 
l'esplicare  la  cagione  della  commotione  che  fa  ne 
gl'animi  de  gl'uomini  la  musica  alla  devozione 
e  fervore  nel  celebrare  i  divini  offìzij,  e  nella 
unione  di  molte  anime  di  persone  con  l'occasione 
del  canto,  come  giornalmente  si  vede  per  espe- 
rienza nelle  confraternite  et  altri  ridotti  e  pro- 
cessioni per  le  strade  delle  città.  Et  a  questo 
proposito  dirò  che  uno  da  me  ben  conosciuto 
fece  elezione  di  frequentare  una  congregazione, 
anteponendola  a  molte  altre,  forse  migliori,  per 


l'origine  del  melodramma  119 

l'occasione  che  il  capo  e  Rettore  di  quella  aveva 
bella  voce  nel  fare  i  sermoni  e  cantava  bene  le 
litanie,  con  grazia  e  voce  sonora  e  grata. 

Resteria  d'investigare  la  cagione  perchè  nella 
pesca  del  pesce  spada,  che  si  può  dire  più  presto 
caccia,  sia  riputato  il  canto  necessario,  e  quel 
ch'è  pili,  con  esprimere  parole  greche.  Cosi  anche 
la  cagione  perchè  il  suono  o  canto  addormenti 
gl'uomini,  e  particolarmente  i  fanciulli  e  gl'altri 
animali;  et  anche  perchè  il  canto  alleggerisca 
la  fatica  e  noia  del  caldo  ne  i  lavoranti  e  meti- 
tori  nell'estate,  tanto  più  che  col  canto  gli  s'ac- 
cresce la  sete;  e  ancora  da  che  procede  il  bene- 
fizio che  volgarmente  si  crede  che  apporti  il  canto 
et  il  suono  a  i  vermi  della  seta^  che  si  dicono 
cavalieri  in  Lombardia,  e  così  perchè  il  canto 
scemi  la  paura  ne  i  putti  mentre  caminano  di 
notte;  ma  ne  lasciaremo  il  pensiero  ai  medici  et 
a  i  filosofi  che  ne  sanno  più  di  noi. 

Il  canto  et  il  suono  appropriati  hanno  forza 
d'incitare  gli  animi  delle  persone,  come  ho  ac- 
cennato, a  varie  e  diverse  azioni,  et  in  specie 
alla  guerra;  che  però  s'usa  e  la  tromba  et  il 
tamburo  e  l'acclamare  con  le  voci  unitamente  a 
tempo.  Anzi  incita  anche  i  cavalli  e  gl'infervo- 
risce  nell'atto  del  combattere,  come  disse  Virgilio; 
Aere  ciere  viros,  Martemque  accendere  cantu;  et 
è  grand'incentivo  al  bevere  soverchio,  come  s'usa 
in  Germania  et  anche  in  Italia,  ove  spesso  si 
canta  il  berlinghino  a  questo  fine.  Mi  son  trovato 
anche  in  Firenze  in  compagnia  di  più  di  cento 
persone,  che  nel  ritorno  dalla  caccia,  per  iscemar 


120  l'origine  del  melodramma 

il  tedio  del  viaggio,  da  tutti  unitamente  si  can- 
tavano molte  pazze   canzoni.  Vediamo   tra  fac- 
chini e  marinari,  nell'operare,  per  scemar  la  fa- 
tica, l'accompagnano,  con  unire  le  forze  col  canto  ; 
e  così  anche  quelli  che  nel  Ponte  di  Rialto  pe- 
stano  le    droghe    e    speciarìe.  Si  sentono  molti 
predicatori,  che  per  muovere  la  gente  bassa  et 
idiota,  si  servono  più  del  canto  che  de    i    con- 
cetti; massime  nelle  prediche  del  Venerdì  Santo. 
In  modo  che  si  può  dir  veramente,  che  ne  gl'ef- 
fetti che  procedono  dalla  musica,   la    natura  vi 
abbia  gran  parte,  accompagnata    anche  dall'ar- 
tificio, come  ha  ne  gl'animali  irrazionali  ancora 
e  particolarmente  ne  gl'uccelli,  a'  quali  ha  con- 
cesso varie  sorti  di  voci   e   di   canto;  che  pare" 
quasi  che  tra  loro  faccino  a  gara  d'arrivare  alla 
maggior  perfezione,  e  d'insegnare   agli  figli  tal 
esercizio,  come  per  più  conti  necessario  al  man- 
tenimento et  esser  loro;  come  si  vede  per  con- 
tinua esperienza  principalmente  ne  i  rosignoli  e 
pappagalli  ;  onde  si  vede  che  la  musica  fa  grande 
effetto,  non  solo  ne  gl'huomini,  come  ho  detto, 
ma  anco  ne  gl'animali    irrazionali.   E   se  pure 
alcuna  persona  non  ne  ha  compiacimento,  come 
io  n'ho  conosciuto  taluno,   e  particolarmente  il 
Cardinal  Francesco  Sforza  ultimo,   ciò    avviene 
0  per  la  grande  applicazione  dell'animo  loro  ad 
altri   affetti   che  hanno   veementi,  o  da  troppo 
vivacità  loro  ;  che  non  avendo  pazienza  in  una 
sola  azione  volentieri  mutano  l'applicazione  se- 
condo la  varietà  de  gl'oggetti  che  s'offeriscono, 
e  quasi  si  può  dire  che  nesciunt  stare  loco. 


l'origine  del  melodramma  121 

Nel  presente  corso  dell'età  nostra,  la  musica 
non  è  molto  in  uso,  in  Roma  non  essendo  eser- 
citata da  gentil  uomini,  ne  si  suole  cantare  a 
più  voci  al  libro,  come  per  gl'anni  a  dietro,  non 
ostante  che  sia  grandissime  occasioni  d'unire  e 
di  trasmettere  le  conversazioni.  E  ben  la  musica 
ridotta  in  un'insolita  e  quasi  nuova  perfezione, 
venendo  esercitata  da  gran  numero  de'  buoni  mu- 
sici, che  disciplinati  dalli  suddetti  buoni  maestri 
porgono  col  canto  loro  artificioso  e  soave  molto 
diletto  a  chi  li  sente.  Perchè  avendo  lasciato 
lo  stile  passato,  che  era  assai  rozzo,  et  anche 
li  soverchi  passaggi  con  li  quali  si  ornava,  at- 
tendono ora  per  lo  piìi  ad  uno  stile  recitativo 
ornato  di  grazia  et  ornamenti  appropriati  al  con- 
cetto, con  qualche  passaggio  di  tanto  in  tanto 
tirato  con  giudizio  e  spiccato,  e  con  appropriate 
e  variate  consonanze,  dando  segno  del  fine  di 
ciascun  periodo,  nel  che  li  compositori  d'oggi 
di  con  le  soverchie  et  frequentate  cadenze  so- 
gliono arrecar  noia;  e  sopra  tutto  con  far  bene 
intendere  le  parole,  applicando  ad  ogni  sillaba 
una  nota  or  piano,  or  forte,  or  adagio,  or  presto, 
mostrando  nel  viso  e  nei  gesti  segno  del  con- 
cetto che  si  canta,  ma  con  moderazione  e  non 
soverchi.  E  si  canta  ad  una  o  al  più  3  voci  con- 
certate con  istrumenti  proprii  di  Tiorba  o  Chi- 
tarra 0  Cimbalo  o  con  Organo,  secondo  le  con- 
giunture; e  di  più  in  questo  stile  si  è  introdotto 
a  cantare  o  alla  spagnola  o  all'italiana,  a  quella 
simile  ma  con  maggior  artificio  e  ornamento, 
tanto  in  Roma,  come  in  Napoli  e  Genova,  con 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  16 


122  l'origine  del  melodramma 

invenzioni  nuove  dell'arie  e  de  gli  ornamenti; 
nel  che  premono  i  compositori,  come  in  Roma 
il  Tedesco  della  Tiorba  nominato  Gio.  Geronimo. 
In  Napoli  cominciò  il  Gutierrez,  e  poi  hanno  se- 
guitato Pietro  suo  figlio  e  Gallo  et  altri;  et  in 
Genova  un  tal  Cicco  per  eccellenza  compone  e 
canta,  porgendo  gran  diletto  a  quelle  signore 
nelle  conversazioni  e  nelle  veglie,  ch'ivi  più  che 
altrove  si  costumano. 

Questo  stile  recitativo  già  era  solito  nelle  rap- 
presentazioni cantate  dalle  donne  in  Roma,  come 
ora  anche  è  in  uso;  ma  riesce  tanto  rozzo  e 
senza  varietà  di  consonanze  ne  d'ornamenti,  che 
se  non  venisse  moderata  la  noia  che  si  sente  dalla 
presenza  di  quelle  recitanti,  l'auditorio  lascie- 
rebbe  li  banchi  e  la  stanza  vuoti  affatto. 

Giulio  Romano  e  Giuseppino  furono  quelli, 
come  ho  di  sopra  accennato,  che  quasi  furono 
gl'inventori,  o  almeno  che  li  diedero  la  buona 
forma,  e  poi  di  mano  in  mano  s'è  andato  per- 
fezionando a  segno,  che  poco  più  oltre  pare  che 
per  l'avvenire  possa  aggiungere,  essendosi  anche 
introdotto  a  cantare  versi  latini  in  inni  et  ode 
anche  piene  di  santità  e  devozione,  con  soavità 
e  gran  decoro,  e  con  far  sentir  bene  e  spiccati 
li  concetti  e  le  parole. 

Oggi  dì  nelle  composizioni  da  cantarsi  in  chiesa 
non  si  preme  tanto  come  per  avanti  nella  sodezza 
et  artificio  del  contraponto,  ma  nella  loro  grande 
varietà  e  nella  diversità  de  gli  ornamenti  et  a 
più  cori  nelle  feste  solenni,  con  accompagna- 
mento di  sinfonie  di  varj  istromenti,  con  intro- 


l'origine  del.  melodramma-  123 


mettervi  anche  lo  stile  recitativo,  il  qual  modo 
ricerca  gran  prattica  più  tosto  e  vivacità  d'in- 
gegno e  fatica  di  scrivere,  che  gran  maturità  e 
scienza  di  contraponto  esquisita.  E  per  tal  segno 
si  vede  che  li  Maestri  di  Cappella  delle  chiese 
principali  sono  giovenotti;  et  il  più  vecchio  fra 
essi  è  Vincenzo  Ugolino  d'età  di  anni  40  in  circa, 
che  fu  Maestro  di  Cappella  in  S.  Pietro  per  alcuni 
anni,  et  ora  si  trova  in  Parma  chiamato  con 
l'occasione  delle  nozze  di  quel  Duca  Serenissimo 
con  la  Serenissima  Margarita  de'  Medici  sorella 
del  Gran  Duca  di  Toscana. 

Nella  prima  e  seconda  parte  s'è  discorso  della 
musica  applicata  alle  voci  umane  e  da  cantarsi, 
resta  ora  che  si  dica  alcuna  cosa  di  quella  dei 
suoni  varij  con  diversità  d'istromenti.  Ma  perchè 
mi  pare  che  V.  S.  mi  possa  ricercare  che  diffe- 
renza sia  tra  la  voce  e  '1  suono,  io,  lasciando  da 
parte  che  molti  ne  hanno  scritto,  dirò  solo  che 
il  suono  a  mio  parere  sarà  proprio  delle  cose 
inanimate,  che  procede  dall'aere  percosso  o  com- 
presso 0  ristretto,  che  poi  essala  e  si  diffonde 
con  la  varia  proporzione  di  tempo  e  del  grado 
della  violenza,  come  per  essempio  si  dirà  suono 
quello  dell'incudine  e  della  campana  e  dell'or- 
gano, e  di  tutti  gli  stromenti  da  fiato  e  delle 
Viole.  E  voce  sarà  propria  di  tutti  gli  ammali, 
ma  principalmente  dell'uomo.  GÌ'  istromenti  so- 
gliono esser  gli  Organi,  il  Liuto  o  Pandòra,  l'Arpa, 
il  Cimbalo,  la  Tiorba,  Chitarra  e  Lira  ;  tutti  stro- 
menti sopra  quali  si  può  cantare  ad  una  o  più 
voci.  Sono  poi  li  Flauti,   li   Pìferi,   le  Viole  di 


124  l'origine  del  melodeamma 


conserto  e  la  Viola  Doppia  o  sia  Bastarda,  il 
Violino,  il  Cornetto,  il  Pìfero  tedesco,  la  Sor- 
dellina,  la  Piva,  il  Culascione  e  la  Sanfornia, 
et  altri  che  da  questi  narrati  derivano  con 
qualche  invenzione.  Come  per  esempio  dirò  che 
Alessandro  Piccinino  bolognese  è  stato  inventore 
della  Pandòra,  cioè  d'un  Liuto  tiorbato  con  ag- 
giunta di  molte  corde  ne  i  bassi  e  molte  negli 
alti,  e  tra  queste  alcune  di  ottone  e  d'argento, 
con  tal  disposizione  che  con  la  larghezza  delle 
note  e  la  quantità  delle  corde,  s'ha  campo  di 
sonare  ogni  perfetta  composizione  esquisitamente, 
con  vantaggio  de  gl'altri  stromenti  nel  trillo  e 
nel  piano  e  forte.  E  di  questi  stromenti  hanno 
per  eccellenza  sonato  Geronimo  suo  fratello,  che 
morì  in  Fiandra,  ed  ora  ne  suona  Filippo,  terzo 
fratello  che  serve  il  Re  catolico,  come  ho  detto 
di  sopra. 

L'Arpa  Doppia  quasi  s'è  trovata  a'  tempi 
nostri  in  Napoli,  et  in  Roma  ebbe  principio 
da  un  Grio'.  Battista  del  Violino,  così  detto  per- 
chè lo  suonava  ancora  per  eccellenza.  Et  ora 
Oratio  Mihi  suona  di  questa  Arpa  Doppia  quasi 
miracolosamente,  non  solo  nell'artificio,  ma  in 
un  modo  particolare  di  smorzare  il  suono  delle 
corde,  il  quale  se  continuasse  cagionarebbe  dis- 
sonanza e  cacofonia,  e  di  più  in  un  trillo  diffi- 
cile a  qual  si  voglia  altro.  D'Organo  e  di  Cimbalo 
Geronimo  Frescobaldi  ferrarese  porta  fra  tutti  il 
vanto,  e  nell'artificio  e  nell'agilità  delle  mani. 
Di  Tiorba  il  suddetto  Gio.  Gironimo  tedesco,  il 
quale  anche  è  compositore  e  serve  in  Palazzo 
nelle  private  musiche  e  concerti.  Questa  è  stata 


l'origine  del  melodramma  125 

trovata  a'  tempi  nostri,  et  esso  Gio.  Geronimo 
l'ha  molto  migliorata  nel  modo  di  sonare.  Sono 
poi  molti  sonatori  d'altri  stromenti,  che  non 
starò  a  nominare,  salvo  il  Cavaliere  Luigi  del 
Cornetto  anconitano,  che  lo  sonava  miracolosa- 
mente, et  tra  l'altre  molte  volte  lo  sonò  in  un 
mio  camerino  sopra  il  Cimbalo,  ch'era  ben  ser- 
rato et  appena  si  sentiva  ;  e  suonava  egli  il  Cor- 
netto con  tanta  moderazione  e  giustezza^  che  fece 
stupire  molti  gentil  uomini  che  si  dilettavano 
di  musica,  che  erano  presenti,  puoichè  il  Cor- 
netto non  superava  il  suono  del  Cimbalo.  Di 
Viola  Bastarda  ho  sentito  un  Orazio  della  Viola, 
che  serviva  il  Duca  di  Parma;  et  ultimamente 
in  Roma  un  englese  che  sonava  senza  pari.  Per 
i  tempi  passati  era  molto  in  uso  il  trattenersi 
con  un  conserto  di  Viole  o  di  Flauti,  ma  alfine 
si  è  dismesso  per  la  difficoltà  di  tener  continua- 
mente gl'istromenti  accordati,  che  non  suonan- 
dosi spesso  riescono  quasi  inutili,  e  di  unire  le 
tante  persone  al  componimento  del  conserto;  e 
poi  anche  l'esperienza  ha  fatto  conoscere  che 
tale  trattenimento,  con  l'uniformità  del  suono 
e  delle  consonanze,  veniva  assai  spesso  a  noia, 
e  più  tosto  incitava  a  dormire  che  a  passare  il 
tempo  et  il  caldo  pomeridiano.  Era  anche  per 
il  passato  molto  in  uso  il  suonare  di  Liuto;  ma 
questo  stromento  resta  quasi  abbandonato  af- 
fatto, doppoichè  s'introdusse  l'uso  della  Tiorba, 
la  quale  essendo  piìi  atta  al  cantare  anche  me- 
diocremente e  con  cattiva  voce,  è  stata  accet- 
tata   volentieri    generalmente,   per    schivare    la 


126  l'origine  del  melodramma 

gran  difficoltà,  che  ricerca  il  saper  sonar  bene 
di  Liuto.  Tanto  più  che  nell'istesso  tempo  s'in- 
trodusse la  Chitarra  alla  spagnola  per  tutta 
Italia,  massime  in  Napoli,  che  unita  con  la  Tiorba, 
pare  che  abbiano  congiurato  di  sbandire  affatto 
il  Liuto;  et  è  quasi  riuscito  a  punto,  come  il 
modo  di  vestire  alla  spagnola  in  Italia  prevale 
a  tutte  le  altre  foggio.  Alessandro  Piccinino  sud- 
detto ha  inventato  ultimamente  un  istromento 
simile  al  Plettro  d'Apollo,  misto  tra  Tiorba,  Liuto, 
Citara,  Arpa  e  Chitarra,  che  rende  maraviglia  ;  ma 
non  sarà  molto  usato  per  la  difficoltà  che  si  tro- 
varà  di  metterlo  in  pratica  con  la  facilità  con  la 
quale  egli  lo  suona. 

Il  suonare  di  Chitarra  napolitana  resta  affatto 
dismesso  in  Roma,  e  quasi  anche  in  Napoli,  con 
la  quale  già  suonavano  in  eccellenza  Don  Et- 
tore Gesualdo  e  Fabritio  Fillomarino  in  conserto 
col  Prencipe  suddetto  di  Venosa.  La  Sordellina 
fu  inventata  anche  in  Napoli  et  introdotta  in 
Roma,  ove  non  ha  poi  continuato,  per  essere 
str omento  imperfetto,  e  che  solo  gusta  alquanto 
la  prima  volta  che  si  sente,  e  poi;  non  avendo 
molta  varietà  nelle  consonanze  ne  servendo  al 
cantare,  viene  facilmente  a  noia.  Il  suono  delle 
Trombe  è  proprio  per  la  guerra,  e  per  incitare 
e  per  avvertire  la  cavalleria  nelle  particolari 
azioni,  però  non  s'usa  da  persone  nobili  ma  da 
mercenarie;  et  in  Fiandra,  con  l'occasione  della 
guerra,  sono  molti  che  suonano  con  modo  più 
che  ordinario,  e  così  in  Inghilterra.  L'istesso  si 
può  dire  del  Tamburo   e   del  fischio  dei  Comiti 


l'origine  del  melodramma  127 

di  Galere  e  de  i  tedeschi  e  svizzeri.  Li  Pìferi 
sono  in  uso  nell'armate  e  vascelli  di  mare^  et 
in  quelli  che  navigano  nell'Oceano  si  suonano 
più  esquisitamente.  Si  usano  anche  in  terra, 
massime  in  Spagna  e  li  chiamano  Geremias,  et 
in  Italia  si  usano  nelli  luoghi  e  terre  picciolo 
nelle  feste,  e  cosi  anche  li  conserti  de'  Violini, 
e  nelle  città  grandi  nelle  feste  della  gente  bassa. 
Il  suonare  con  Pìfero  o  sia  Traversa  all'usanza 
tedesca,  ma  con  termini  di  contraponto  musi- 
cale, e  con  grazia  e  giustezza,  non  è  a  notizia 
di  molti  in  Italia;  et  in  Roma  lo  soleva  suonare 
il  sig.  Giulio  Cesare  d'Orvieto,  et  al  presente  lo 
suona  anche  un  signor  principale,  che  tra  le  molte 
virtù  et  eserciti]  onorati  che  possiede  in  eccel- 
lenza, suona  anche  di  questo  stromento  con  stu- 
pore di  chi  lo  sente. 

Il  sonare  di  Sanfornia,  che  in  Roma  si  nomina 
con  nome  di  mal  odore  et  in  Lombardia  Viabò, 
non  meritarla  d'esser  messo  in  campo,  vedendosi 
per  l'ordinario  nelle  bocche  di  gentaglia;  ma 
essendo  stata  nobilitata  dal  sig.  Ottaviano  Ve- 
strij,  il  quale  la  suonava  con  termini  musicali  e 
con  giustezza  nell'intonar  delle  note,  non  la  tra- 
lascio; et  io  più  volte  l'ho  sentito  suonare  tra 
gli  altri  Madrigali  quello  di  Luca  Marenzio  che 
comincia  Vestiva  i  colli  ecc.,  e  l'istesso  Madrigale 
ho  sentito  in  Anversa  suonare  nel  campanile 
della  chiesa  principale  con  le  campane,  e  quello 
che  suonava  aveva  il  libro  davanti,  e  toccava 
li  tasti,  come  s'usa  ne  gli  organi,  e  l'istesso  mi 
dissero  che  s'usava  in  Bolduch  et  in  altri  luoghi 


128  l'origine  del  melodramma 

del  Brabante  e  di  Fiandra.  Un  tal  Francesco  Ti- 
nella  orefice  in  Bologna,  uomo  ben  visto  gene- 
ralmente, ha  inventato  una  palla  d'ottone  ben 
serrata  con  alcuni  ordegni  dentro,  che  con  pochis- 
simo moto  rendeva  un'armonia  inaspettata,  con 
diletto  e  maraviglia  di  chi  la  sentiva. 

A  y.  S.  parrà  questa  mia  narrazione  lunga  e 
noiosa,  massime  con  i  nomi  di  tante  persone. 
Ma  s'avrà  considerazione  al  mio  intendimento 
di  darle  compita  sodisfazione,  et  alla  qualità 
della  materia  della  quale  si  tratta,  conoscerà 
benissimo  che  malamente  io  averei  potuto  scri- 
verne in  altra  maniera  coli'  intenzione  d'esplicare 
le  varie  qualità  della  musica,  le  diverse  muta- 
zioni che  per  intervalli  distinti  de'  tempi  si  sono 
sperimentate  secondo  la  varietà  dell'occorrenze. 
Le  quali  hanno  svegliato  molti  belli  ingegni  a 
trovar  nuove  invenzioni  per  porgere  occasione 
d'universale  diletto  e  per  profittarsene  ;  come  si 
vedono  al  presente  molti  che  con  l'esercizio  della 
musica  sono  arrivati  ad  avere  più  di  scudi  mille 
d'entrata,  li  quali  non  si  poteva  a  meno  di  no- 
minare. Tanto  più  che  questo  discorso  non  è 
teorico  politico,  composto  o  per  dir  meglio  rub- 
bato  da'  buoni  autori  antichi  e  moderni,  come 
oggi  dì  si  usa  da  molti,  ma  è  una  vera  narra- 
zione a  similitudine  di  relazione  e  d'istoria,  fon- 
data sopra  una  poca  prattica  da  me  acquistata, 
come  ho  detto,  con  l'occasione  d'una  conversa- 
zione che  ho  tenuto  in  casa  mia  di  molti  signori 
e  gentil  uomini,  nella  quale,  tra  gli  altri  esercizij 
onorati,  era  in  uso  la  musica. 


L  ORIGINE   DEL   MELODEAMMA  129 


SEVERO  BONINL  —  Estratto  dalla  Prima  parte 
de'  Discorsi  e  Regole  sovra  la  musica  (*). 

Dai  Discorsi  e  Regole  sopra  la  musica. 

FiLAEETo  —  ....  chi  è  stato  l'inventore  di 
questo  nuovo  e  moderno  stile  recitativo,  chi  sono 
stati  li  famosi  cantori  di  quello,  chi  li  sonatori. 


(*)  Dalla  Prima  parte  de'  Discorsi  e  Regole  sovra  la  Mu- 
sica di  Don  Severo  Bonini,  monaco  Vallomhrosano  di 
Firenze,  manoscritto  col  n"  2218  della  R.  Biblioteca  Ric- 
cardiana  di  Firenze,  di  ce.  102,  in  4**,  estraggo  la  piccola 
parte  cke  riguarda  l'origine  del  melodramma  (ce.  80-88). 

La  parte  delle  origini  leggendarie  della  musica  è  assai 
estesa,  e  così  la  parte  morale  e  religiosa;  vi  si  fa  pure 
la  storia  di  molti  strumenti,  e  vi  sono  toccate  molte  que- 
stioni teoriche  e  pratiche. 

Dopo  la  parte  da  me  recata,  il  Bonini  continua  ad 
enumerare  alcuni  celebri  suonatori;  quindi  discorre  dei 
madrigalisti  e  ne  distingue  vari  generi;  parla  poi  del 
Palestrina  e  finalmente  (e.  100  v.)  invece  di  finire  col 
parlare  dei  poeti  dei  melodrammi,  come  aveva  promesso, 
conclude:  "  I  poeti  famosi  adunque  furono  Dante,  ecc., 
Petrarca,  Della  Casa,  Bembo,  Ariosto,  Tasso,  ecc.,  Gua- 
rini,  Marini,  Chiabrera,  Rinuccini,  Preti,  Rinaldi,  Grillo  „. 

La  trattazione  è  in  forma  di  dialogo  tra  il  Bonini  e 
un  Filareto;  l'epoca  del  dialogo  è  indeterminata,  ma  cer- 
tamente si  può  ritenere  composto  nel  primo  trentennio 
del  secolo. 

Solerti,  L'origine  del  3Ielodramma.  17 


130  l'okigine  del  melodramma 


Severo.  —  Veramente  varii  varia  dictmt,  se- 
condo le  lor  passioni  ;  ed  io,  lontano  da  quelle, 
dirovvi  l'opinion  mia;   e   prima  dicon   clie  l'in- 
ventor  primo  sia  stato  Giulio  Caccini,  detto  Ro- 
mano, poiché  questo  è  stato  il  primo  che  abbia 
cantato  a  voce  sola  sopra  li  strumenti  musicali 
in  questo  nuovo  stile  :  e  principiò  in  San  Spirito 
di  Firenze    entro  ad  una    nugola   all'  arrivo  di 
Madama  Serenissima  per  nome  Cristina  di   Lo- 
rena, moglie  del  gran  Ferdinando  Primo,  Gran- 
duca  di   Toscana,    cantando   alcune   parole  che 
principiavano    0  benedetto  giorno;   onde  poi  per 
molto  tempo,  per  il  gran  diletto  ch'egli  dette  al 
popolo  innumerabile  che  vi  si  ritrovava,  fu  nomato 
Benedetto   giorno   per   sopranome.  Sì  che,   preso 
ardire,  questo  gran  musico  compose  molte  arie 
in  diversi  tempi,  le  quali  furono  continuamente 
esercitate  da  piìi  eccellenti  cantori  e  cantatrici 
d'Italia,  e  da  altri  nobili  della  città  amatori  di 
questa  professione.   Ma   veduto  egli  poi  andare 
attorno  molte  di  quelle  lacere  e  guaste,   e  ma- 
lamente adoperare  quei  lunghi  giri  di  voci  sem- 
plici e  doppi,  cioè  raddoppiate,  intrecciate  l'una 
nell'altre,    ritrovate   da  lui  per  isfuggire  quel- 
l'antica maniera  di  passaggi,  che  per  avanti  si 
costumava,  piti  propria  per  gii  strumenti  di  fiato 
e  di  corde  che  per  le  voci,  et  altresì  usarsi  in- 
differentemente il  crescere  e  scemare  della  voce, 
l'esclamazioni,  trilli,   gruppi  et   altri  ornamenti 
alla  buona   maniera  di  cantare,   fu  necessitato, 
mosso  anco  dagli  amici,   di  far   stampare  dette 
Musiche  con  un  discorso  a'  Lettori,    mostrando 


l'oeigine  del  melodramma  131 

le  cagioni  che  l'indussero  a  simil  modo  di  canto 
per  una  voce  sola,  affine  che  non  essendosi  nei 
moderni  tempi  passati  costumate,  per  quanto 
egli  sapeva,  musiche  di  quella  intera  grazia  che 
sentiva  nell'animo  suo  risonare,  egli  ne  potesse 
lasciare  alcun  vestigio,  e  che  altri  potessero 
giungere  alla  perfezione  (1). 

Fioriva  in  quei  tempi  di  Firenze  la  virtuosis- 
sima camerata  deirill.°^°  Sig.  Giovanni  de'  Bardi 
de'  Conti  di  Vernio,  ove  concorreva  gran  parte 
non  sglo  della  nobiltà,  ma  ancora  i  primi  musici 
ed  ingegnosi  uomini,  poeti  e  filosofi,  della  città  : 
dove  confessava  anch'esso  aver  appreso  più  da'  ra- 
gionamenti dotti,  ch'ivi  si  facevano,  che  in  più 
di  trent'anni  non  avea  fatto  nel  contrappunto; 
imperocché  questi  intendentissimi  uomini  sempre 
lo  stimolavano  et  esortavano  a  non  provare 
quella  sorte  di  musica  la  quale,  non  lasciando 
bene  intendere  le  parole,  guasta  il  concetto  e  il 
verso,  or  allungando,  ora  scorciando  le  sillabe 
per  accomodare  il  contrappunto,  lacerando  la 
poesia  ;  ma  ad  attenersi  a  quella  maniera  tanto 
lodata  da  Platone  et  altri  filosofi,  che  affermano 
la  musica  altro  non  essere  che  la  favella  e  il 
ritmo  et  il  suono  per  ultimo.  Sì  che  conosciuto 
che  per  il  troppo  contrappunto  delle  più  voci 
cantando  insieme,  e  la  superflua  moltitudine 
de'  passaggi,   tanto   delle  sillabe  brevi,    quanto 


(1)  Il  Bonini  riferisce  dalla  prefazione  del  Caccini  qui 
addietro  riprodotta  a  pag.  55  sgg. 


132  l'origine  del  melodramma 


delle  lunghe,  usata  da'  cantori  nel  cantar  sopra 
qualunque  strumento  di  corde,  senza  intendersi 
parola,  allettati  dal  volgo  ignorante  che  tal  canto 
gradiva,  le  venne  in  pensiero  d'introdurre  una 
sorte  di  musica,  per  cui  altri  potesse  quasi  che 
in  armonia  favellare,  usando  in  essa  una  certa 
nobile  sprezzatura  di  canto,  trapassando  talora 
per  alcune  false  corde,  tenendo  quelle  del  basso 
ferme,  eccetto  che  quando  egli  se  ne  voleva 
servire  all'uso  comune  con  le  parti  di  mezzo 
tocche  dallo  strumento  per  esprimere  qualche 
affetto.  Laonde  dato  principio  a  questi  canti  per 
una  voce  sola,  parendole  ch'avesser  più  forza 
per  dilettare  e  muovere  che  le  voci  più  insieme 
composte,  compose  allora  li  madrigali  Perfidis- 
simo volto,  Vedrò  H  mio  sol,  Dovrò  dunque  morire 
e  l'aria  sopra  Tecloga  del  Sanazzaro  Itene  al- 
l'ombra, in  quello  stile  proprio  che  poi  se  ne 
servì  per  le  favole  ch'in  Firenze  si  sono  rappre- 
sentate, fra  l'altre  la  Euridice,  parole  del  sig.  Ot- 
tavio Rinuccini.  I  quali  madrigali  et  aria  uditi 
in  essa  camerata  con  amorevole  applauso  et 
esortazioni  ad  eseguire  il  suo  presupposto  fine 
per  tal  cammino,  lo  mossero  a  trasferirsi  a  Roma 
per  dar  saggio  ancor  quivi  :  ove  fatti  udire  detti 
madrigali  et  aria  in  casa  del  signor  Nero  Neri 
a  molti  gentiluomini  che  quivi  s'adunarono,  e 
particolarmente  al  sig.  Leone  Strozzi,  tutti  po- 
tevano render  buona  testimonianza  quanto  l'esor- 
tarono a  continuare  l'incominciata  impresa,  di- 
cendo che  sino  a  quei  tempi  non  avevano  mai 
udito  armonia  d'una  voce   sola  sopra  uno  stru- 


l'origine  del  melodramma  133 

mento  semplice  di  corde  che  avesse  avuto  tanta 
forza  di  muover  l'affetto  dell'animo  quanto  quei 
madrigali:  sì  per  lo  nuovo  stile  di  essi,  come 
perchè,  costumandosi  ancora  per  quei  tempi  per 
una  voce  sola  i  madrigali  stampati  a  più  voci, 
non  pareva  loro  che  per  l'artifizio  delle  parti 
corrispondenti  fra  loro,  la  parte  sola  del  soprano, 
da  per  se  sola  cantata,  avesse  in  se  affetto  al- 
cuno. Onde,  ritornato  a  Firenze,  e  considerato 
che  si  usavano  per  i  musici  alcune  canzonette 
per  lo  pili  di  parole  vili,  le  quali  parevale  che 
non  si  convenissero  e  che  tra  li  intelligenti  non 
si  stimassero,  gli  venne  anco  in  pensiero,  per 
sollevamento  talvolta  degl'  amici  oppressi,  com- 
porre qualche  canzonetta  a  uso  d'arie  per  poter 
usare  in  conserto  di  più  strumenti  di  corde;  e 
comunicato  questo  suo  pensiero  a  molti  gentil- 
uomini della  città,  fu  compiaciuto  cortesemente 
da  essi  di  molte  canzonette  di  misure  varie  di 
versi,  siccome  anco,  appresso,  dal  sig.  Gabriello 
Chiabrera,  ch'in  molta  copia  et  assai  diversifi- 
cata da  tutte  l'altre,  ne  fu  favorito,  prestandoli 
egli  grande  occasione  d'andar  variando.  Le  quali 
tutte  da  quello  poste  in  musica  in  diverse  arie, 
di  tempo  in  tempo,  state  non  furono  poi  disgrate 
eziandio  a  tutta  l'Italia,  servendosi,  allora  et 
oggi,  di  esso  stile  ciascuno  che  ha  voluto  o  vuol 
comporre  per  una  voce  sola;  e  particolarmente 
qui  in  Firenze  :  dove,  essendo  egli  stato  trenta- 
sett'anni  alli  stipendi  di  questi  Ser."^^  Principi, 
qualunque  avrà  voluto,  avrà  potuto  vedere  et 
udire  a  suo  piacere  tutto  quello  che  di  continovo 


134  l'origine  del  melodramma 

operò  intorno  a  sì  fatti  studi;  ne'  quali,  così 
ne'  madrigali  come  nell'arie,  ha  sempre  procurata 
l'imitazione  de'  concetti  delle  parole,  ricercando 
quelle  corde  più  o  meno  affettuose  secondo  i 
sentimenti  di  esse,  e  che  particolarmente  aves- 
sero grazia  in  quella  maniera  che  osservò  nella 
sopradetta  armonia. 

Ci  sono  stati  alcuni  che  propriamente  per  in- 
vidia e  passione  mossi,  hanno  cercato  di  adom- 
brar la  gloria  di  questo  uomo  veramente  mi- 
rabile, a  cui  si  conviene  render  grazia  da  tutta 
la  caterva  de'  musici  del  mondo,  poiché  con 
questo  nuovo  stile  recitativo  si  è  dato  occasione 
a'  sublimi  ingegni  della  professione,  non  solo  di 
arrichirlo,  ma  d'imbastardirlo  con  la  musica  di 
madrigali  e  sonetti  a  più  voci,  e  con  i  mot- 
tetti a  voce  sola  et  a  più  concertati.  Che  siano 
appassionati  ce  lo  dimostra  il  tempo  che  co- 
minciò a  gustarsi  la  sua  dolce  maniera  del  canto, 
come  sopra  udiste,  nell'arrivo  di  Madama  Ser.°^* 
di  Loreno,  sposa  del  Ser.^«  Granduca  Ferdinando 
il  primo,  con  quelle  parole  0  benedetto  giorno. 
Altri  che  l'hanno  imitato,  et  anco  migliorato 
detto  stile,  cupidi  di  gloria  d'esser  tenuti  primi 
inventori,  hanno  cercato  con  alcuni  altri  loro 
seguaci  et  aderenti  d'impedirle  tanta  fama,  con 
inventar  molte  bugie,  contradicendosi  gli  uni  e 
gli  altri  ;  ovvero,  se  non  per  esser  tenuti  inven- 
tori, almeno  come  invidiosi  e  disturbatori  del- 
l'altrui gloria.  E  benché  tali  avessero  arricchito 
il  moderno  e  nuovo  stile  in  ogni  modo,  perchè 
facile  est  inventis   adclere,   gratiae   habendae  sunt 


l'origine  del  melodramma  135 


primis  inventoriòus  :  oltreché  la  maniera  del  detto 
signore  ha  del  naturale  e  più  s'avvicinava  al- 
l'antica, non  avendo  dello  stentato  e  stiracchiato 
come  dir  si  suole. 

FiLAKETO.  —  Ho  bene  appreso  il  tutto,  e  starò 
aspettando  che  mi  dichiariate  quali  siano  stati 
nella  nostra  età.  li  cantori,  sonatori  sublimi  e 
compositori  di  cantilene  più.  singolari  in  stile 
moderno,  tanto  a  voce  sola  quanto  a  più,  con- 
certatamente, e  quali  li  poeti. 

Severo.  —  Il  signor  Giulio  Caccini  inventor 
del  nuovo  stile  è  stato  così  eccellente  nel  cantar 
solo  nella  sua  gioventù  che  non  si  trovò  chi  lo 
superasse.  I  concerti  a  più  voci  che  in  casa 
sua  faceva  erano  invero  mirabili  essendo  tutti 
adorni  di  peregrine  grazie;  del  che  [fede]  face- 
vano le  moltitudini  spesse  de'  principi  e  signori 
grandi  forestieri  e  della  nostra  città  di  Firenze 
ch'andavano,  quasi  che  per  favore,  a  sentirli.  E 
fu  tale  il  grido  e  la  fama,  ch'arrivata  sino  alle 
Maestadi  Cristianissime  di  Francia  Enrico  e 
Maria  Medici  sua  sposa,  convenne  al  detto  signor 
Giulio  con  tutta  la  sua  virtuosissima  famiglia 
far  passaggio  et  andare  per  ordine  loro  a  fare 
udire  la  nuova  maniera  di  cantare:  dove  arri- 
vata, non  potria  lingua  umana  esprimere  quanto 
fossero  stati  accarezzati  e  quante  lodi  et  onori 
ebbero  da  quelle,  non  solo  Maiestadi,  quanto  da 
tutti  i  principali  duchi  e  baroni  di  Francia,  che 
qui  si  ritrovarono. 

Fiorì  nel  medesimo  tempo  la  signora  Fran- 
cesca sua  figliuola,  cantatrice  delle  prime,  artifì- 


136  l'origine  del  melodeamma 

dosa  nelle  sue  cantilene,  come  fede  ne  fanno 
l'opere  sue  musicali  date  alle  stampe. 

Questo  ricco  oceano  di  virtù  generò  indi  a 
poco  una  Margherita,  la  quale  nutricata  nel  suo 
amoroso  seno  e  gustati  i  suoi  dolcissimi  latti, 
cresciuta  in  età  divenne  cosi  lucida  e  splendente 
in  questa  professione  del  canto,  che  ciascuno 
ammirando  la  sua  voce  suavissima,  quasi  in 
canna  d'argento  risuonante,  colma  di  trilli  e 
gruppi  spiccanti  accompagnati  con  mirabili  et 
affettuosi  accenti,  faceva  a  gara  per  andare  a 
udirla.  Oggi,  avendo  consacrato  il  suo  purissimo 
cuore  a  Dio,  lasciata  ogni  pompa  terrena  e  frale, 
si  gode  con  l'altre  verginelle  di  menar  vita  an- 
gelica ne'  puri  chiostri  del  monistero  di  San  Gi- 
rolamo su  la  costa  a  S.  Giorgio,  dell'ordine  di 
S.  Francesco  minori  osservanti  ;  dove  per  udirla 
cantare  le  divine  lodi  a  voce  sola,  e  talora  in 
concerto  con  altre  virtuose  verginelle  sue  com- 
pagne, in  alcune  feste  dell'anno  concorre  gran 
numero  di  persone  nobile  virtuose,  benché  il 
luogo  della  chiesa  sia  alquanto  scomodo,  me- 
diante una  ripida  salita. 

Fece  risonar  di  se  una  immortai  fama  la  si- 
gnora Settimia  Caccini,  sorella  della  signora 
Francesca  e  secondogenita  del  sig.  Giulio,  nella 
sua  più  fresca  età  consumata  maestra  nella 
bella  maniera  e  grazia  indicibile  del  canto,  et 
affinata  tra  li  primi  soggetti  d'Italia  di  questa 
professione  nell'Accademia  dell'Altezza  di  Man- 
tova Ferdinando  Gonzaga,  da  quello  stipendiata  ; 
la  qual  virtuosa  oggi,  ritornata  al  proprio  nido, 


l'origine  del  melodramma  137 

dove  origine  ebbe  nella  città  di  Firenze,  lieta 
de'  suoi  trionfi  su  gloriosi  arringhi  di  sublimi 
donne  cantatrici  acquistati,  se  'n  vive  e  posa, 
oramai  d'anni  carca  e  gravosa. 

In  questo  nuovo  stile  cantò  con  affetto  singo- 
lare, suo  principal  talento,  stimato  da  ciascun 
professore  dell'arte,  la  signora  Vittoria  Archilei, 
per  nazione  romana,  stipendiata  da  queste  Altezze 
di  Firenze,  Ferdinando  primo  e  Madama  Cri- 
stina di  Loreno  ;  la  quale,  dopo  avere  sparso  di 
se  celeste  gloria,  oramai  d'età  matura,  rese  lo 
spirito  a  Dio  con  questa  eterna  fama. 

Cantore  e  compositore  eruditissimo  è  stato  il 
sig.  Jacopo  Peri,  detto  il  Zazzerino,  d'ottimi  co- 
stumi e  ben  nato  nella  nostra  città  di  Firenze; 
il  quale  cantando  le  sue  opere  composte  con 
sommo  artifizio,  essendo  di  concetto  lagrime- 
vole,  proprio  suo  talento,  avrebbe  mosso  e  dis- 
posto al  pianto  ogni  impietrito  cuore.  E  già  che 
tutta  l'Italia  ha  ammirato  la  sua  dolce  et  affet- 
tuosa maniera,  le  sue  opere  a  voce  sola  composte, 
come  suggetto  unico  e  raro  per  tanta  esquisi- 
tezza, pongo  silenzio  alla  mia  bocca,  deponendo  la 
penna,  temendo  confondermi  nell'oceano  de'  suoi 
meriti.  Questo  ben  solo  dirò,  che  se  fu  suavis- 
simo  nel  canto  e  perito  nell'arte  del  comporre 
in  questo  nuovo  stile,  fu  ancora  nell'arte  del 
sonare  di  tasti  leggiadro  e  artifìzioso  e,  nell'ac- 
compagnare  il  canto  con  le  parti  di  mezzo,  unico  e 
singolare.  [Questo  ancora  fu  un  grandissimo  emu- 
latore e  competitor  del  S.  Giulio  Caccini...]  (1). 

(1)  Sospeso  e  cassato  nel  ms. 
Solerti,  L'oriqine  del  Melodramma.  18 


138  l'okigine  del  melodkamma 

Il  sig.  Francesco  Rasi,  nobile  aretino  e  gen- 
tilomo  dell'Altezze  di  Mantova,  cantò  leggiadra- 
mente con  grandissimo  affetto  e  spirito.  Era 
uomo  di  bell'aspetto,  gioviale,  di  voce  gradita 
e  suave,  faceva  apparire  con  l'allegrezza  del 
volto  e  maestà  il  suo  canto  angelico  e  divino: 
fu  scolare  del  sig.  Giulio  detto.  Questo,  oltre  al 
cantare  e  sonar  la  tiorba  et  il  suono  de'  tasti, 
fu  dotato  da  Dio  dell'arte  della  poesia;  compose 
arie  a  voci  sole  di  canzonette,  parole  sue  molto 
leggiadre,  et  altre  musiche  variate,  come  testi- 
monio ne  rendono  i  dui  libri   dati  alle  stampe. 

Composero  in  questi  moderni  tempi  in  stile 
recitativo  messer  Marco  da  Gagliano,  maestro 
di  cappella  della  Cattedrale  di  Firenze,  che  testi- 
monio della  sua  arte  et  elegante  maniera  di 
comporre  ne  rendono  la  sua  Dafne,  poesia  del 
sig.  Ottavio  Rinuccini,  la  quale  fu  recitata  in 
Mantova  ad  istanza  di  quelle  Altezze,  con  gran- 
dissimo applauso  di  quei  popoli.  Ha  composti 
ancora  con  leggiadrissimo  stile  madrigali  assai 
a  cinque  voci,  similmente  mottetti  a  cinque  voci 
e  sei,  con  alcune  messe.  Le  stampe  e  il  grido 
suo  fanno  ampia  fede  del  suo  valore  ;  ora  prendon 
riposo  le  sue  ossa  nella  chiesa  ducale  di  quella 
canonica. 

Messer  Filippo  Vitali,  fiorentino,  maestro  di 
musica  della  Camera  dello  eminentissimo  Signor 
Card.  Antonio  Barberini,  oggi  abitante  in  Fi- 
renze,   sua    patria,    compose    in  stile  recitativo 

VAretusa,  opera  di  mons (sic)   Corsini, 

felice  memoria,    chierico  di  Camera  del  Sommo 


l'okigine  del  melodeaioia  139 

Pontefice  ;  la  quale  fu  recitata  in  Roma,  con  tanto 
gusto  degli  uditori,  che  in  Bologna  la  volsero 
recitare  ancora,  e  riuscì  con  sommo  onore  e 
gloria  del  compositore  dell'opera  e  sua.  Questo 
elevato  suggetto,  non  solo  lia  fatto  risonare  di 
aè  la  fama  per  questo  stile  recitativo,  ma  ancora 
per  le  molte  opere  di  madrigali  a  cinque  voci, 
canzoni  a  quattro,  e  mottetti  a  sei  et  altre  stu- 
diose opere  date  alle  stampe. 

Questi  sono  stati  i  cantori,  cantatrici  e  com- 
positori recitativi  di  Firenze,  e  quivi  ammae- 
strati, mentre  fioriva  lo  detto  stile  [oggi  sparso 
in  ogni  loco,  abbracciato  in  Roma  et  in  Venezia, 
si  sentono  composizioni  recitative  mirabili]  (1). 

Tra'  forestieri  prima  fu  il  sig.  Claudio  Mon- 
teverdi,  il  quale  arricchì  questo  stile  di  peregrini 
vezzi  e  nuovi  pensieri  nella  favola  intitolata 
Arianna^  opera  del  sig.  Ottavio  Rinuccini,  gen- 
tiluomo di  Firenze;  fu  tanto  gradita  che  non  è 
stata  casa,  la  quale,  avendo  cembali  o  tiorbe  in 
casa,  non  avesse  il  lamento  di  quella. 

In  Roma  fiorì  quel  gran  musico  chiamato  il 
Mazzocchi,  il  quale  compose  in  stile  recitativo 
eccellente  la  Catena  d! Adone. 

Sono  da  quei  tempi  sino  ad  ora  sempre  sco- 
pertisi novelli  cigni,  come  in  Roma  il  sig.  Luigi 
Rossi,  in  Venezia  il  Cavallo:  e  questo  basti  circa 
l'invenzione  dello  stile  recitativo  et  origine  e 
de'  compositori  e  cantori  di  quello.  Ci  resta  di 
nominare,   per   soddisfarvi,   quali   siano    stati  li 


(1)  Cassato  nel  ms. 


140  l'origine  del  melodramma 

sonatori,  compositori  di  variate  musiche  e  poeti; 
e  cominciando  da'  sonatori,  nominerò  alcuni  più 
famosi,  non  essendo  mio  intento  voler  compilare 
tutti,  per  essere  di  numero  infinito. 


A  complemento  delle  notizie  su  questi  musici  fiorentini 
stimo  opportuno  riferire  anche  il  passo  che  si  legge  in 
un  rarissimo  libretto,  di  cui  un  esemplare  si  conserva 
nella  Misceli.  86.  10  della  Biblioteca  Riccardiana.  Il  li- 
bretto, attribuito  a  Lorenzo  Parigi,  medico,  s'intitola  : 

All'  Blustrissimo  Sig.  \  Il  Sig.  \  Cardinal  Montalto.  \  Il 
Parigi  |  Dialogo  terzo  \  Ove  d' alcune  cose  di  \  Medicina  si 
discorre.  \  [Stemma]  |  In  Firenze  |  Nella  Stamperia  di 
Zanobi  Pignoni.  1618.  |  Con  licenzia  de'  Superiori;  4°. 

Interlocutori  sono  :  Leonida  Ganucci;  Giulio  dei  Conti 
di  San  Secondo;  Roberto  Falconieri;  Ottavio  Archilei  e 
il  Parigi  fisico. 

Dopo  aver  discorso  di  medicina,  a  pag.  18,  l'Archilei 
invita  gli  altri  ad  entrare  in  casa  propria  per  stare  piìi 
al  fresco  e  perchè  "  ci  sarà  anche  quel  che  piace  tanto 
a  messer  Lorenzo  „.  Così  s'introduce  il  discorso  che  segue: 

Par.  Musica  forse? 

Arch.  Signor  sì 

Par.  0  come  a  me  par  mill'anni  che  sia  domane  per  sen- 
tire il  conserto  e  la  sinfonia  (tanto  sono  invaghito  della 
musica)  che  ci  promette  il  signor  Ottavio  !  Signori  io  me 
ne  rallegro  tanto,  che  ben  posso  dire  esser  tale  la  mia 

Letizia,  che  trascende  ogni  dolzore! 

0  che  armonia,  o  che  consonanza  di  voce    e    di   stru- 
menti musicali  fu  quella  di  queste  sere  al  Casino. 


l'origine  del  melodramma  141 

Arch.  Fu  bella  e  maravigliosa  e  dell'Autor  suo  degnis- 
sima, che  fu  il  signor  Muzio  Effrem  mio  amicissimo, 
da  me  per  una  chiara  lampa  de'  musici  tenuto. 

Par.  Io  l'ho  sentito  molto  celebrare  e  perchè  voi  non 
pensiate  che  anch'io  non  sappia  allegare  autori,  fino 
il  mio  garzoncello  Benedetto,  che  ha  l'orecchio  seco, 
lasciò  star  la  cena  per  sentirla,  né  poteva  poi  chiuder 
bocca  in  lodandola. 

Arch.  Egl'è  anche  uom  di  grande  integrità  d'animo. 

Par.  Per  tal  lo  tengo,  e  confesso  essergli  tenuto  del- 
l'onor  fatto  tal  volta  alla  Caterina  e  all'Angela  in  sen- 
tirle cantare  alcune  canzonette  (oltre  a  quelle  del  lor 
maestro  Benedetti)  dal  signor  Giulio  Romano,  fenice 
certo  de'  nostri  tempi,  che  sormonta  ogni  cielo,  e  prima 
rinata  che  morta. 

C.  G;  Queir  d'Arabia  muor  ben  ella  prima  che  rinasca. 

Par.  è  rinato  il  signor  Giulio  ancor  vivendo,  nella  si- 
gnora Francesca  sua  figliuola,  la  qual  novella  canta- 
trice  ogni  uno  afferma  che  sia 

Ricca  d'aurate  e  di  purpuree  penne. 

Ed  io  che  non  fui  mai  amico  lusinghiere  ad  alcuno, 
ogni  volta  che  la  sento,  le  dico  quel  verso  del  nostro 
poeta: 

Questa  sola  fra  noi  del  ciel  sirena. 

Così  di  quella  canzonetta  che  incomincia  Povero  pelle- 
grino che  dal  sepolcro  viene  messa  in  musica  dal  Semideo 
de'  musici,  dal  nostro  signor  Jacopo  Peri,  cioè,  e  di 
quella  Bel  pastor,  dal  cui  bel  sguardo  e  deìV  Eco  so- 
Unga  e  delle  selve  amica,  ambe  del  signor  Marco  da 
Gagliano,  maestro  di  cappella  di  Sua  Alt.,  musico  an- 
ch'egli  così  gentil  come  dotto,  ne  fu  il  detto  sig.  Muzio 
(dico)  assai  buon  gustatore. 

Arch.  E  gran  lodatore  ancora  di  chi  le  cantò,  e  furon 
veraci  le  lodi,  non  già  da  soprabbondanza  d'affetto  o 
finte,  come  vi  pensaste,  pronunziate. 

Par.  è  proprio  del  forestiere  fin  gl'immeritevoli  lodare. 

Ganu.  Perchè  tralasciate  voi  la  madre  del  sig.  Ottavio? 


142  l'origine  del  melodramma 

Par.  Perchè  meglio  le  sue  parti  lodevoli  che  ìion  han 
fine  con  lo  'ntelletto  discorrere,  che  con  balbuzzante 
lingua  esprimerle.  Quest'è  una  donna,  Signori,  che  tra- 
scende la  natura  umana,  ed  ha  già  col  canto  dirizzato 
il  suo  volo  al  cielo  e  fatto  con  l'angelica  sua  voce 
risonarle  stelle:  onde  all'altre  una  santa  invidia  recando, 
s'ha  l'immortalità  acquistato,  e  corrisposto  di  dentro 
e  di  fuori  al  felice  suo  nome  di  Vittoria. 

Falò.  Però  non  fu  gran  fatto  che  il  Seren.  Gran  Duca 
Ferdinando,  che  sia  in  cielo,  del  suo  canto  s'invaghisse. 

Par.  A'  gran  principi  gusta  sol  l'ambrosia  e  il  nettare. 

Arch.  Deh  fermate,  messer  Lorenzo,  le  lodi  di  mia  madre 
e  ritorniam  più  tosto  a  quelle  del  signor  Muzio  verso 
la  Caterina  e  l'Angela  (quantunque  di  sonare  e  di  can- 
tare elle  non  professino  e  felice  quel  monistero  che 
l'avrà)  ed  io  me  ne  son  rallegrato  assai  piìi  fiate  con 
voi,  ma  vie  piti  che  '1  grido  di  loro  virtìi  e  bontà  sia 
salito  altissimo  e  che  queste  Sereniss.  Altezze  le  por- 
tino  particolare    affetto 


l'origine  del  melodramma  143 


PIETRO  DE'  BARDI  CONTE  DI  VERNIO.  — 
Lettera  a  G.  B.  Doni  sull'origine  del  melo- 
dramma [1634]  (*). 

Molto  Illustre  e  Reverit,  Signore  Padron  mio, 

Osservandissimo  Giovanbattista  Doni. 

Avendo  il  signor  Giovanni  mio  padre  gran  di- 
letto alla  musica,  nella  quale,  in  que'  tempi,  egli 
era  compositore  di  qualche  stima,  aveva  sempre 
d'intorno  i  più  celebri  uomini  della  città,  eruditi 


(*)  Questa  lettera  fu  edita  col  n'»  LXXI,  alle  col.  117-20 
dell'opera  : 

Ang.  Mar.  Bandini  |  Commentar  io  rvm  \  De  vita  et  scriptis\ 
Joannis  Bapt.  Donj  \  Patricii  Fiorentini  \  Olim  Sacri 
Cardinal.  Collegii  a  secretis  |  Libri  qvinqve  \  Adnotatio- 
nibvs  illvstrati  \  Ad  Silvim  Valenti  |  S.  R.  E.  Preshyt.  Card. 
Ampliss.  I  Accedit  Eivsdem  Donj  Literarivm  commercivm] 
nvnc  primvs  in  Ivcem  editvm.  \  [impressa]  |  FLORENTIAE 
Typis  Caesareis  |  CIO.D.CC.LV  |  Svperiorvm  adprobatione; 
in-fol.  —  L'epistolario  del  Doni  ha  poi  un  frontispizio  a  se. 

Fu  edita  anche  da  Riccardo  Gandolfi  nell'art.  Sunto 
Storico  precedente  le  illustrazioni  di  alcuni  cimelii  concer- 
nenti l'arte  musicale  in  Firenze,  discorso  letto  il  8  luglio  1892 
e  edito  negli  Atti  dell'Accademia  del  E.  Istituto  Musicale 
diiFirenze,  anno  XXX,  Firenze,  1892.  Fu  ripubblicata  dal- 
l'Ademollo  A,,  I  teatri  di  Roma  nel  secolo  decimosettimo, 
Roma,  Pasqualucci,  1888,  p.  211-13. 


144  l'origine  del  melodea:soia 

in  tal  professione,  e  invitandoli  a  casa  sua,  for- 
mava quasi  una  dilettevole  e  continua  acca- 
demia, dalla  quale  stando  lontano  il  vizio,  e  in 
particolare  ogni  sorta  di  giuoco,  la  nobile  gio- 
ventù fiorentina  veniva  allettata  con  molto  suo 
guadagno,  trattenendosi  non  solo  nella  musica, 
ma  ancora  in  discorsi  e  insegnamenti  di  poesia, 
d'astrologia,  e  d'altre  scienze,  che  portavano  utile 
vicendevole  a  sì  bella  conversazione. 

Era  in  quel  tempo  in  qualche  credito  Vin- 
cenzio Galilei,  padre  del  presente  famoso  filosofo 
e  matematico,  il  quale  s'invaghì  in  modo  di  sì 
insigne  adunanza,  che  aggiungendo  alla  musica 
pratica,  nella  quale  valeva  molto,  lo  studio 
ancora  della  teorica,  con  l'aiuto  di  que'  Virtuosi, 
e  ancora  delle  sue  molte  vigilie,  cercò  egli  di 
cavar  il  sugo  de'  Greci  scrittori,  de'  Latini,  e 
de'  più  moderni:  onde  il  Galilei  divenne  un  buon 
maestro  di  teorica  d'ogni  sorta  di  musica. 

Vedeva  questo  grande  ingegno  che  uno  dei 
principali  scopi  di  questa  accademia  era,  col  ri- 
trovare l'antica  musica,  quanto  però  fosse  pos- 
sibile in  materia  sì  oscura,  di  migliorare  la  mu- 
sica moderna,  e  levarla  in  qualche  parte  dal 
misero  stato,  nel  quale  l'avevano  messa  princi- 
palmente i  Goti,  dopo  la  perdita  di  essa,  e  delle 
altre  scienze  e  arti  più  nobili.  Perciò  fu  egli 
il  primo  a  far  sentire  il  canto  in  istile  rappre- 
sentativo: preso  animo  e  aiutato  per  istrada  sì 
aspra,  e  stimata  quasi  cosa  ridicolosa,  da  mio 
padre  principalmente,  il  quale  le  notti  intere,  e 
con  molta  sua  spesa  si   affaticò    per    sì    nobile 


l'origine  del  melodramma  145 

acquisto;  siccome  detto  Vincenzio  grato  a  mio 
padre  ne  mostrò  segno  nel  dotto  suo  libro  della 
musica  antica  e  moderna.  Egli  dunque  sopra  un 
corpo  di  viole  esattamente  suonate,  cantando  un 
tenore  di  buona  voce,  e  intelligibile,  fece  sentire 
il  lamento  del  Conte  Ugolino  di  Dante.  Tal 
novità,  siccome  generò  invidia  in  gran  parte 
ne'  professori  di  musica,  così  piacque  a  coloro 
ch'erano  veri  amatori  di  essa.  Il  Galileo  se- 
guitando sì  bella  impresa  compose  parte  delle 
Lamentazioni,  e  responsi  della  Settimana  santa, 
cantate,  nella  stessa  materia,  in  devota  compa- 
gnia. Era  allora  nella  camerata  di  mio  padre 
Griulio  Caccini,  d'età  molto  giovane,  ma  tenuto 
raro  cantore,  e  di  buon  gusto,  il  quale  senten- 
dosi inclinato  a  questa  nuova  musica,  sotto  la 
intera  disciplina  di  mio  padre,  cominciò  a  cantare 
sopra  un  solo  strumento  varie  ariette,  sonetti  e 
altre  poesie,  atte  ad  essere  intese,  con  meravi- 
glia di  chi  lo  sentiva.  Era  ancora  in  Firenze 
allora  Jacopo  Peri,  il  quale,  come  primo  scolaro 
di  Cristofano  Malvezzi,  e  nell'organo  e  stromenti 
di  tasto  e  nel  contrappunto  sonava  e  compo- 
neva con  molta  sua  lode,  e  tra  i  cantori  di 
questa  città  era  senza  fallo  tenuto  a  nessuno 
inferiore.  Costui  a  competenza  di  Giulio  scoperse 
l'impresa  dello  stile  rappresentativo,  e  sfuggendo 
una  certa  rozzezza  e  troppa  antichità,  che  si 
sentiva  nelle  musiche  del  Galileo,  addolcì  insieme 
con  Giulio  questo  stile,  e  lo  resero  atto  a  muo- 
vere raramente  gli  affetti,  come  in  progresso  di 
tempo  venne  fatto  all'uno  e  all'altro. 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  19 


146  l'origine  del  melodramma 


Per  la  qual  cosa  essi  acquistarono  il  titolo  di 
primi  cantori,  e  d'inventori  di  questo  modo  di 
comporre  e  di  cantare. 

Il  Peri  aveva  più  scienza,  e  trovato  modo  con 
ricercar  poche  corde,  e  con  altra  esatta  dili- 
genza, d'imitare  il  parlar  familiare,  acquistò 
gran  fama.  Giulio  ebbe  piìi  leggiadria  nelle  sue 
invenzioni. 

La  prima  poesia,  che  in  isti! e  rappresentativo 
fosse  cantata  in  palco,  fu  la  Favola  di  Dafne 
del  signor  Ottavio  Rinuccini,  messa  in  musica 
dal  Peri  con  poco  numero  di  suoni  con  brevità 
di  scene,  e  in  piccola  stanza  recitata,  e  priva- 
tamente cantata,  e  io  restai  stupido  per  la  me- 
raviglia. 

Fu  cantata  sopra  un  corpo  di  strumenti,  il 
quale  ordine  fu  di  poi  seguitato  nell'altre  com- 
medie. Grand' obbligo  ebbe  il  Caccini  e  il  Peri 
al  signor  Ottavio;  ma  più  al  signor  Jacopo  Corsi, 
che  infiammatosi,  e  non  contento,  se  non  del- 
l'eccellente in  questa  arte,  instruiva  que'  com- 
positori, con  pensieri  eccellenti  e  dottrine  mira- 
bili, come  conveniva  a  cosa  sì  nobile.  Sì  fatti 
insegnamenti  furono  eseguiti  dal  Peri  e  dal  Cac- 
cini in  tutte  le  composizioni  di  questa  sorta  ed 
in  varie  guise  furono  da  loro  composte.  Dopo  la 
Dafne,  molte  favole  furono  rappresentate  del 
proprio  signor  Ottavio,  il  quale,  come  buon 
poeta  e  maestro  insieme,  con  l'amicissimo  Corsi, 
che  largheggiava  con  la  mano  della  liberalità; 
furono  sentite  con  grande  applauso,  siccome  fu- 
rono le  più  celebri  V Euridice  e  Y  Arianna,  oltre 


l'origine  del  melodramma  147 

molte  Tavolette  composte  da  detti  Giulio  Caccini 
e  Jacopo  Peri.  A  loro  imitazione  non  mancarono 
molti  altri,  che  in  Firenze,  prima  sede  di  questa 
sorta  di  musica,  e  in  altre  città  d'Italia,  ma  più 
in  Roma,  si  sono  resi,  e  si  rendono  mirabili 
nella  scena  rappresentativa  ;  fra  i  primi  de'  quali 
pare  da  porre  il  Monteverdi. 

Sono  sicuro  d'aver  male  eseguito  il  comanda- 
mento di  V.  S.  Reverendissima,  non  solo  per  la 
tardanza  occorsa  in  servirla,  come  dell'aver  poco 
sodisfatto  a  me  medesimo,  perchè  pochi  oggi  vi- 
vono che  si  ricordino  della  musica  di  que'  tempi. 
Tuttavia  credo,  che  siccome  io  la  servo  con 
affetto  di  cuore,  così  avverrà  della  verità  di  quel 
poco  che  ho  scelto  fra  molte  cose  che  possono 
dirsi  di  questo  stile  di  musica  rappresentativa, 
eh' è  tanto  in  pregio. 

Ma  in  qualunque  modo  spero  che  sarò  scusato 
dalla  gentilezza  di  V.  S.  Reverendissima,  alla 
quale,  mentre  le  vo  augurando  felicissimi  questi 
giorni  del  prossimo  Natale,  prego  dal  medesimo 
Dio,  Padre  di  tutti  i  beni,  intera  felicità. 

Di  Firenze,  li  16  dicembre  1634. 

Di  V.  S.  M.  Illus.  e  Reverend.  Serv.  Umilis. 
Pietro  Bardi  Conte  di  Vernio. 


148  l'origine  del  melodramma 


PIETRO  DELLA  VALLE.  —  Della  musica  del- 
l'età nostra  che  non  è  punto  inferiore,  anzi  è 
migliore  di  quella  dell'età  passata  [1640]  (*). 

Al  sig.  Lelio  Guidiccioni. 
Discorso  di  Pietro  Della  Valle. 

L'altra  sera  disse  V.  S.  che  la  musica  da  cin- 
quanta anni  in  qua  aveva  perduto  assai,  e  che 
oggidì  non  c'erano  valentuomini  di  questa  pro- 
fessione simili  a  quelli  dell'età  passata.  Io,  che 
in  gran  parte  son  di  contrario  parere,  aveva 
molte  cose  da  dire  a  V.  S.  sopra  di  questo; 
ma  perchè  passammo  in  altri  ragionamenti  e 
venne  poi  l'ora  di  separarci,  non  ebbi  agio  di 
rappresentare  a  V.  S.  le  mie  ragioni,   le  quali 


(*)  Il  presente  Discorso  di  Pietro  della  Valle  fu  edito 
da  Anton  Francesco  Gori  a  p.  249  segg.  dei  Trattati  di 
musica  di  Gio.  Battista  Doni,  Patrizio  fiorentino.  Tomo 
secondo,  ecc.  In  Firenze,  l'anno  MDCCLXIII. 

Aggiungo  in  appendice  il  testo  poetico  del  Carro  di 
Fedeltà  d'Amore  dello  stesso  Della  Valle  di  cui  parla  nel 
Discorso,  del  quale  opuscolo  non  si  conoscono  che  due 
soli  esemplari,  l'uno  nella  Biblioteca  di  S.  Cecilia  di  Roma 
e  l'altro  al  British  Museum  di  Londra. 


l'okigine  del  melodramma  149 

perciò  mi  son  risoluto  di  mandarle  qui  scritte, 
acciocché  mi  favorisca  di  sentirle  e  possa  insieme 
considerarle  meglio. 

Dico  adunque  che  in  prima  dobbiamo  distin- 
guere le  cose  per  non  parlar  confusamente; 
perchè  altro  è  contrappunto,  altro  suono,  altro 
canto,  tutte  parti  della  musica;  e  altro  final- 
mente musica  detta  assolutamente.  La  musica  è 
un  nome  generale  che  comprende  tutte  le  cose 
dette  di  sopra  che  son  parti  di  essa,  e  altre 
ancora  di  più;  ma  basterà  che  solo  delle  no- 
minate parliamo,  alle  quali  tutte  le  altre  facil- 
mente si  riducono:  e  che  parlando  così  assolu- 
tamente della  musica  non  si  verifichi  affatto  la 
proposizione  di  V.  S.  (perdonimi  di  grazia  il 
parlar  libero,  che  nelle  controversie  dell'opinioni 
si  concede,  e  non  si  può  schivare),  da  quello  che 
sono  per  dire  delle  parti  di  essa  spero  che  ap- 
presso di  V.  S.  resterà  provato  a  pieno. 

Il  contrappunto,  parte  della  musica  necessa- 
rissima per  potere  ogn'altra  parte  di  essa  bene 
adoperare,  ha  per  fine  non  solo  i  fondamenti 
della  musica,  ma  forse  anche  più  l'artifizio  e  le 
più  fine  sottigliezze  di  quest'arte,  quali  sono  le 
fughe  a  diritto  e  a  rovescio,  semplici  o  raddop- 
piate, le  imitazioni,  i  canoni,  le  perfidie  ed  altre 
galanterie  cosi  fatte;  le  quali,  benché  usate  a 
tempo  e  luogo,  adornano  maravigliosamente  la 
musica,  non  sono  tuttavia  da  usarsi  di  continuo, 
ne  sempre  tutte,  né  sempre  le  stesse;  ma  solo 
quelle  che  sono  a  proposito,  quando  viene  a  pro- 
posito ;  e  ora  queste,  ora  quelle,  e  bene  spesso, 


150  l'origine  del  melodramma 

quando  non  fanno  al  caso,  nessuna.  E  la  spe- 
rienza  c'insegna  che  l'uso  frequente  di  questi 
artifìci  di  musica  è  assai  più  convenevole  per  lo 
suono  che  per  lo  canto,  e  massimamente  per 
quando  un  instrumento  si  suona  solo  ;  onde  con- 
cedo a  V.  S.  che  gli  organi  toccati  con  tanta 
maestrìa  da  quei  valentuomini,  che  ella  mi  no- 
minò, senza  dubbio  dovevano  rapir  le  genti.  Ma 
nella  musica  vocale  queste  esquisitezze  di  arti- 
fizio, sebbene  adoperate  parcamente  in  qualche 
luogo  conveniente  fanno  assai  bene,  come  si  vede 
in  molti  madrigali  de'  maestri  vecchi,  e  parti- 
colarmente nel  famoso  Vestiva  i  colli  del  Pale- 
strina,  per  lo  più  nondimeno  non  sogliono  riu- 
scire; sì  perchè  nel  cantar  solo,  che  oggi  giorno 
si  usa  assai,  e  a  molti  è  quello  che  più  piace, 
poco  luogo  possono  avere;  sì  anco,  perchè  nel 
cantare  in  compagnia  vengono  a  fare  alcuni  ma- 
lissimi  effetti,  a  i  quali  i  compositori  di  già,  con 
buona  grazia  di  V.  S.,  non  hanno  mai  avuto 
molto  riguardo,  ma  quelli  d'oggi  con  più  accu- 
ratezza hanno  saputo  provvedere. 

1  mali  effetti,  che  io  dico  che  produce  nella 
musica  il  cantare  troppo  d'artifizio,  sono  in  prima 
che  con  le  fughe  si  confondono  malamente  le 
parole;  perchè  cantandosi  a  più  voci,  dovunque 
sarà  fuga,  mentre  una  parte  canterà  una  parola, 
necessariamente  un'altra  parte  ne  canterà  un'altra 
diversa;  con  che  si  vengono  a  confondere  tal- 
mente le  parole  insieme,  che  non  si  sente  mai 
quello  che  si  dica,  che  è  l'anima  del  canto,  e 
quello  che  più  d'ogn'altra  cosa  importa,  e  nella 


l'origine  del  melodramma  151 

musica  ha  da  muovere  con  diletto,  in  die  con- 
siste il  suo  fine. 

Secondariamente,  a  questa  confusione  di  parole 
si  aggiunge  la  mischia  della  fuga  ;  la  quale  non 
potendo  avere  riguardo  nel  tempo  delle  sue  note 
a  quel  che  ricercherebbe  ogni  parola  conforme 
a  i  suoi  propri  accenti,  ed  alla  lunghezza  o  bre- 
vità delle  sue  proprie  sillabe,  perchè  ha  necessità 
la  fuga  di  seguitare  nelle  sue  note  l'ordine  suo 
proprio;  non  si  può  dire  quanto  malamente 
perciò  faccia  pronunziare  la  maggior  parte  delle 
parole,  oltre  del  profferirle  così  mescolate  in- 
sieme e  confuse;  e  quanto  più  è  artificiosa  la 
fuga,  tanto  peggio  fa  in  questa  parte;  onde 
spesso  ne  nasce  nel  canto  quello  strano  mor- 
morio di  voci  non  intese,  che  ben  con  ragione 
suol  dirsi  per  beffa  la  braccheria  ;  e  de'  piti  sen- 
sati pochi  vi  sono  che  nella  musica  la  possano 
sentire.  Vi  è  di  più,  per  terzo  disordine,  che  le 
musiche  troppo  artifiziose,  con  tante  sottigliezze 
di  contrappunti,  vengono  a  fare  melodie  di  tal 
sorte,  che  bene  spesso  si  sente  in  esse  l'allegro, 
dove  averebbe  da  stare  il  malinconico  ;  lo  spi- 
ritoso e  bizzarro,  dove  più  tosto  anderebbe  il 
pietoso;  il  leggiero  o  vezzoso,  dove  meglio  sa- 
rebbe il  grave  ;  e  cosi  per  lo  contrario  :  de'  quali 
difetti  le  composizioni  de'  maestri  passati  sono 
piene  ;  onde  è  che  i  buoni  musici  non  le  possono 
ora  cantare  con  gusto  ;  perchè  in  effetto  son  belle 
musiche,  ma  musiche  solo  per  note,  non  per 
parole  ;  che  è  quanto  a  dire  belli  corpi,  ma  corpi 
senza  anima,  che,  se  non  saranno  cadaveri  puz- 


152  l'origine  del  melodramma 

zolenti,  saranno  almeno  corpi  di  figure  dipinte, 
ma  non  di  uomini  vivi. 

I  maestri  dell'età  passata  hanno  saputo  be- 
nissimo l'arte  della  musica,  ma  pochi  hanno 
saputo  con  giudizio  adoperarla;  le  composizioni 
loro  son  piene  di  sottilissimi  artifizi,  come  si 
vede  del  Soriano,  d'uno  de'  Nanini,  e  di  molti 
altri  che  potrei  nominare;  ma  però  con  queste 
imperfezioni  che  io  dico,  alle  quali  essi  non 
avevano  punto  di  mira;  anzi  badavano  tanto 
poco  che  le  loro  note  accompagnassero  bene  le 
parole,  che  di  alcuni  di  loro,  e  de'  migliori,  si 
conta  che  bene  spesso  facevano  composizioni  di 
semplici  note,  alle  quali,  quando  erano  finite, 
adattavano  poi  quelle  parole  che  meglio  veni- 
vano loro  alla  mano. 

I  maestri  dell'età  nostra  non  fanno  così,  ma 
con  pili  giudizio,  non  si  curando  di  ostentare  in 
ogni  luogo  gli  artifizi  che  pure  sanno,  quando 
si  canta  a  più  voci,  più  tosto  che  le  odiose  brac- 
cherie,  usano  certi  dolcissimi  concertini,  che  così 
li  chiamano;  le  fughe  le  usano  parcamente  in 
pochi  luoghi,  ma  che  siano  molto  a  proposito  e 
per  lo  più  assai  brevi  ;  ne  fanno  caso  che  paiano 
troppo  facili,  purché  non  confondano  le  parole, 
ne  il  loro  senso:  le  interrompono  bene  spesso 
con  pause,  acciocché  le  parti  si  diano  tempo 
l'una  all'  altra,  e  ciascuna  di  esse  spicchi  bene 
le  sue  parole;  più  delle  fughe  usano  le  imita- 
zioni, con  le  quali  forse  si  può  scherzare  con 
più  leggiadria,  essendovi  maggior  campo  da 
metterle  in  opera  sopra  ogni  nota:  più  che  negli 


l'origine  del  melodramma  153 

artifizi  sottili  premono  negli  affetti,  nelle  grazie 
e  nella  viva  espressione  de'  sensi  di  quello  che 
si  canta;  che  è  quello  che  veramente  rapisce  e 
fa  da  dovere  andare  in  estasi.  Hanno  imparato 
a  valersi  fino  delle  false  per  far  buonissimi  ef- 
fetti, e  delle  stesse  dissonanze  si  sanno  servire 
a  fare  dolcissimi  concenti,  secondo  il  detto  di 
quel  gran  dotto  e  giudizioso  di  Quintiliano,  che 
le  regole  dell'arte  bisogna  ben  saperle  per  far 
bene,  e  che  è  molto  ignorante  chi  non  le  sa  ;  ma 
che  sa  poco  assai  chi  non  sa  o  non  ardisce  tal- 
volta a  luogo  e  tempo  in  buon  modo  trasgre- 
dirle per  far  meglio.  Nelle  composizioni  vecchie, 
S.  V.  poco  di  questa  farina  troverà,  se  non  ri- 
corriamo alle  antichissime  de'  Greci  che  ne  con- 
tano le  istorie,  nelle  moderne. 

Le  prime  composizioni  buone  che  si  siano 
sentite  in  questa  forma,  sono  state  la  Dafne, 
V Arianna,  l'Euridice  e  le  altre  cose  di  Firenze 
e  di  Mantova.  I  primi  che  in  Italia  abbiano  se- 
guitato lodevolmente  questa  strada,  come  dissi 
a  y.  S.,  sono  stati  il  Principe  di  Venosa,  che 
diede  forse  luce  a  tutti  gli  altri  nel  cantare 
affettuoso;  Claudio  Monteverde  e  Jacopo  Peri 
nelle  opere  sopranominate;  ma  però  indirizzati 
dal  Rinuccini,  autore  di  poesie,  dal  Bardi,  in- 
tendentissimo  delle  antichità  musicali,  dal  Corsi, 
peritissimo  nella  pratica  e  gran  mecenate  e  be- 
nefattore de'  professori  di  essa;  e  da  quelli  altri 
gentiluomini  eruditi  di  Toscana  che  assistevano 
con  sopraintendenza  alle  loro  composizioni,  e 
bene  spesso  li  facevano  fare  a  modo  loro  ;  onde 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  20 


154  l'origine  del  melodramma 

si  vede  quanto  l'istesso  Monteverde  ne  miglio- 
rasse nelle  ultime  sue  cose,  che  sono  state  assai 
differenti  dalle  prime  ;  Giulio  Caccini  egli  ancora, 
detto  Giulio  Romano,  ma  dopo  che  si  fu  eser- 
citato nelle  musiche  di  Firenze,  perchè  nelle 
altre  innanzi,  con  buona  pace  di  lui,  non  ci  trovo 
tanto  di  buono.  E  in  Roma  il  primo  che  mise 
in  uso  questo  cantare  sensato  e  con  grazia,  fu 
l'ultimo  mio  maestro  di  cembalo,  Paolo  Quagliati, 
imitato  poi  subito  e  felicemente  dal  Tarditi  e 
da  altri  che  oggi  ancora  fioriscono,  e  che  alle 
grazie  messe  in  uso  da  lui,  con  diverse  e  re- 
plicate sperienze,  raffinato  il  giudizio,  hanno 
saputo  aggiungere  grazie  e  bellezze  maggiori.  E 
se  degli  artifizi  nelle  loro  composizioni  sono  pili 
scarsi,  non  è  questo  in  loro  ignoranza  o  manca- 
mento di  arte,  ma  perfezione  di  giudizio,  vo- 
lendo usarli  solo  quanto  e  quando  vanno  a  pro- 
posito; in  che  senza  dubbio  di  gran  lunga 
avanzano  i  componitori  che  hanno  scritto  innanzi 
a  loro. 

Ne  mi  dica  V.  S.  come  pure  mi  accennò,  che 
questa  eccellenza  de'  moderni  è  solo  nelle  mo- 
nodie e  nello  stile  recitativo;  perchè  io  le  ri- 
spondo, che  le  stesse  opere  recitative  da  me  di 
sopra  lodate,  oltra  delle  monodie,  o  cose  cantate 
da  una  voce  sola,  sono  state  piene  di  concertini 
a  due,  a  tre,  a  quattro,  e  bene  spesso  anche  di 
cori  a  piti  voci,  e  fin  di  turbe  numerose  di  piii 
cori:  e  il  Quagliati  in  Roma,  questo  buon  co- 
stume che  io  dico,  nella  musica  l'introdusse 
principalmente  nelle  chiese,    dove    bene   spesso 


l'origine  del  melodramma  155 

faceva  cantar  le  messe  e  vespri  a  più  cori,  non 
che  da  piti  voci  insieme,  come  ne  abbiamo  buon 
saggio  in  molti 'suoi  mottetti  stampati  che  vanno 
in  volta. 

E  nella  musica  del  mio  Carro,  composta  dal 
medesimo  Quagliati  in  camera  mia  la  maggior 
parte,  secondo  che  vedeva  a  me  dar  gusto,  con 
la  qual  uscii  in  maschera  il  carnevale  del- 
l'anno 1606,  e  fu  una  delle  prime  azioni  (per 
dir  così)  rappresentate  in  musica  che  in  Roma 
si  siano  sentite;  benché  non  v'intervenissero 
più  che  cinque  voci  e  cinque  instrumenti,  quanti 
a  punto  in  un  carro  camminante  potevano  aver 
luogo,  non  già  per  questo  si  cantò  sempre  ad 
una  voce  sola,  ma  cantavano  i  personaggi,  ora 
soli  a  vicenda,  ora  a  due,  ora  a  tre,  e  poi  nel 
fine  a  cinque,  che  fece  buonissimo  effetto  ;  e  la 
musica  di  quel  canto,  come  si  può  vedere  ne'  vo- 
lumi che  ne  vanno  attorno  stampati,  ancorché 
fosse  la  maggior  parte  in  modo  di  rappresentare, 
non  era  tuttavia  di  quello  stile  recitativo  sem- 
plice e  troppo  triviale  che  usano  alcuni,  e  che 
suol  presto  venire  in  fastidio  agli  uditori;  ma 
ornata  e  piena  di  leggiadrie  con  vaghezza,  non- 
dimeno che  da  sollevato  e  manieroso  modo  di 
rappresentare  punto  non  si  allontanava:  onde 
piacque  estremamente,  e  bene  si  vide,  per  lo 
concorso  di  quasi  tutta  la  città,  che  si  tirava 
dietro;  e  non  solo  non  infastidì  giammai  gli 
ascoltanti,  ma  gran  parte  di  loro  vollero  sen- 
tirla quattro  o  sei  volte;  e  tali  ve  ne  furono 
che    la    seguitarono    sempre    in   tutti   i  dieci  o 


156  l'origine  del  melodramma 

dodici  luoghi,  dove  si  cantò,  dalle  ventidue  ore 
in  sin  passata  la  mezza  notte,  che  si  andò  in 
volta  (1).  Ma  troppo  mi  dilungo  ormai,  discor- 
rendo del  canto  a  proposito  del  solo  contrap- 
punto, sopra  del  quale  mi  sono  steso  tanto, 
perchè  in  esso,  come  V.  S.  vede  e  sa,  si  rac- 
chiude quasi  ogni  cosa:  non  voglio  nondimeno 
lasciar  di  dire  delle  altre  parti  della  musica, 
delle  quali  in  principio  promisi  di  parlare. 

Il  suono  si  dee  considerare  diversamente,  se- 
condo che  in  diversi  modi  si  suole  adoperare; 
perchè  altro  è  sonar  solo,  altro  sonare  in  com- 
pagnia d'altri  strumenti,  o  di  voci,  o  di  voci  e 
di  strumenti  insieme,  ed  altro  sonare  per  reggere 
un  coro. 

Nel  sonar  solo  più  che  in  altre  guise  fanno 
bene  tutti  i  maggiori  artifìci  del  contrappunto; 
ma  ricordo  a  Y.  S.  che  il  sonare  solo  per  ec- 
cellentemente che  si  faccia,  a  lungo  andare  suol 
venire  a  noia;  onde  spesso  è  avvenuto  a  diversi 
organisti  e  de'  migliori,  che  quando  invaghiti 
soverchio  de'  loro  contrappunti  hanno  fatte  certe 
ricercate  troppo  lunghe,  si  è  dato  loro  del  cam- 
panello per  farli  tacere  ;  il  che  non  suole  acca- 
dere a  quei  che  cantano,  i  quali  alle  genti  dis- 
piace quando  finiscono,  e  vorrebbero  sempre  che 
durassero  più  che  non  durano. 

In  questa  parte  del  sonare  solo  anche  io  ri- 
conosco per  grandissimi  valentuomini   quei  che 


(1)  Vedi  in  appendice  la  riproduzione  del  testo  di  que- 
st'opuscolo rarissimo. 


l'origine  del  melodramma  157 

V.  S.  mi  nominava,  Claudio  da  Correggio  in 
Parma,  Lucciasco  in  Ferrara,  Annibale  Padovano, 
Andrea  e  Giovanni  Gabrielli  in  Venezia,  Giovanni 
Macque  in  Napoli,  il  Cavalier  del  Lento  in  Roma, 
e  altri  tali,  benché  da  me  conosciuti  solo  per 
fama;  mi  maraviglio  nondimeno  di  quel  che 
V.  S.  mi  disse  del  Lucciasco,  che  non  sapeva 
fare  un  trillo  e  che  sonasse  così  rusticamente 
solo  di  arte  le  più  fine  sottigliezze  de'  suoi  con- 
trappunti, senza  alcuno  accompagnamento  di  leg- 
giadria. Chiamo  io  questo  un  sonare  sciapito; 
perchè  è  appunto  come  una  vivanda  di  cibo  de- 
licato, condita  con  ottimi  ingredienti,  ma  senza  . 
sale  ;  o  come  le  statue,  che  sono  abbozzate  di 
buonissimo  disegno,  ma  non  finite  ne  lisce,  o 
pure  come  quell'altre  di  metallo,  che  pur  con 
buon  disegno,  sono  solo  rozzamente  fondute,  ma 
non  ritoccate  ne  pulite.  Quasi  di  questo  andare, 
cioè  tutto  d'arte  di  contrappunto,  senza  orna- 
mento di  vaghezza,  ma  però  in  buon  modo  o 
non  rozzo,  solea  sonare  anche  al  mio  tempo 
Quintio  Solini,  che  per  morte  di  Stefano  Tavo- 
laccio, succeduto  nell'organo  della  Madonna  del 
Popolo,  fu  anche  a  me  il  secondo  maestro  del 
cembalo,  e  il  primo  de'  principi  del  contrappunto, 
del  sonare  sul  basso,  e  anche  di  qualche  pizzi- 
cata nella  tiorba,  che  pur  volli  assaggiare;  ma 
trovatala  di  soverchia  applicazione,  per  non  dis- 
tormi dal  cembalo,  in  che  io  era  più  innanzi,  la 
lasciai.  E  Quintio  dell'arte  mi  averebbe  insegnato 
assai,  perchè  egli  assai  ne  sapeva,  e  m'incam- 
minava per  buonissima  strada,  se  io  avessi  se- 


158  l'origine  del  melodramma 

guitato  con  lui  a  lungo  lo  studio  ;  ma  interrottolo 
per  non  so  che  nostra  separazione,  dopo  qualche 
tempo  non  lo  ripresi  più  con  lui,  ma  sì  bene  col 
Quagliati  ;  le  opere  e  le  maniere  del  quale,  come 
quelle  che  abbondavano  più  di  grazie  che  d'ar- 
tifìci, allora  che  io  era  molto  giovane,  oltre  modo 
mi  dilettavano.  Ma  se  l'età  passata  ebbe  quei 
valentuomini  che  Y.  S.  dice  in  questa  parte,  pur 
l'età  nostra  ne  ha  avuti.  Non  ci  è  stato  di  gran 
fama  un  Ercole  in  S.  Pietro  ?  un  Frescobaldi,  che 
oggi  vive,  il  quale  V.  S.  pure  confessa  che  già 
lo  faceva  stupire  e  bene  spesso  commuovere?  E 
se  oggi  usa  un'altra  maniera,  con  più  galanterie 
alla  moderna,  che  a  V.  S.  non  piace  tanto,  lo 
dee  fare,  perchè  con  la  sperienza  a  vera  imparato 
che  per  dar  gusto  all'universale  delle  genti, 
questo  modo  è  più  galante,  benché  meno  scien- 
tifico ;  e  mentre  ottenga  di  dare  veramente  di- 
letto, il  suono  e  '1  sonatore  non  ha  più  che  pre- 
tendere. Nel  medesimo  modo  sonano  ed  hanno 
sonato  gli  organi  assai  bene  nell'età  nostra  molti 
e  molti  altri  che  per  brevità  io  non  nomino,  o 
che  forse  non  conosco.  E  di  altri  strumenti, 
V.  S.  non  si  ricorda  di  Gregorio  del  Violino, 
valentuomo  di  contrappunti,  che  pur  sonò  nel 
mio  Can'o?  di  un  altro  che  vi  sonò  una  spinet- 
tina  da  vero  mirabilmente?  di  Gio.  Francesco 
del  Lento  che  pur  vi  era?  e  pochi  anni  dopo 
del  cornetto  e  del  violino  di  monsignor  Cornaro, 
vescovo  di  Padova,  amendue  sonatori  eccellenti? 
l'ultimo  de'  quali  a  me  ancora  una  volta  diede 
di  violino    alcune    lezioni   di  buonissimo  garbo, 


l'origine  del  melodramma  159 


quando  anche  dalle  viole  da  gamba,  che  allora 
in  casa  mia  sonavamo  spesso,  mi  aveva  insegnato 
più  mesi  Marco  Fraticelli,  maestro  di  cappella 
in  Roma  della  Madonna  di  Loreto. 

Però  alcuni  de'  più  eccellenti  moderni  che  alle 
sottigliezze  de'  contrappunti  hanno  saputo  ag- 
giunger ne'  loro  suoni  mille  grazie  di  trilli,  di 
strascichi,  di  sincope,  di  tremoli,  di  finte  di 
piano  e  di  forte  e  di  simili  altre  galanterie  da 
quelli  dell'  età  passate  poco  praticate,  come 
hanno  fatto  nella  presente  il  Kansperger  nella 
tiorba,  Orazio  nell'arpa,  Michel' Angelo  nel  vio- 
lino, ed  altri  se  ve  ne  sono  di  pari  grido,  V.  S. 
non  mi  potrà  negare  che  non  solo  non  abbiano 
agguagliato,  ma  anche  superato  in  queste  parti 
tutti  i  sonatori  de'  tempi  passati. 

Il  sonare  in  compagnia  d'altri  strumenti  non 
ricerca  tanto  gli  artifìci  del  contrappunto,  quanto 
le  grazie  dell'arte  ;  perchè,  se  il  sonatore  è  buono, 
non  ha  da  premere  tanto  in  fare  ostentazione 
egli  solo  dell'arte  sua,  quanto  in  accomodarsi 
con  tutti  gli  altri.  Il  medesimo  si  può  dire 
de'  cantori  :  perchè  non  stimo  io  per  buon  can- 
tante quello,  per  esempio,  che  avendo  un'ottima 
disposizione  di  voce,  vuol  far  sempre  egli  solo 
tutti  i  passaggi,  senza  dar  tempo  agli  altri  che 
ne  facciano:  o  se  pure  gli  altri  ne  fanno,  gli 
confonde  co'  i  suoi  soverchi.  Quei  che  cantano  e 
sonano  bene,  in  compagnia  si  hanno  da  dar  tempo 
l'uno  alFaltro,  e  piuttosto  che  con  artifizi  troppo 
sottili  di  contrappunti,  hanno  da  scherzar  con 
leggiadria  d'imitazioni.  Mostreranno  l'arte  loro 


160  l'okigine  del  melodramma 

in  saper  rifar  bene  e  prontamente  quel  che  un 
altro  ha  fatto  innanzi  ;  in  dar  poi  luogo  agli  altri 
e  opportuna  occasione  che  rifaccian  quello  che 
essi  hanno  fatto;  e  così  con  diversa  e  non  meno 
artifìziosa  maniera,  benché  non  tanto  difficile,  ne 
di  tanto  profondo  sapere,  faranno  conoscere  fra 
gli  altri  il  valor  loro.  Questo,  oggidì,  non  solo 
i  piti  eccellenti,  ma  anche  gli  ordinari  sonatori 
lo  fanno,  e  sanno  far  tanto  bene,  che  io  non  so 
come  meglio  potessero  farlo  quei  del  tempo 
passato  che  io  non  ho  sentiti.  Quando  si  suona 
in  compagnia  di  voci,  ristesse,  che  ho  detto  con 
gli  strumenti,  dee  aver  luogo,  e  molto  piìi; 
perchè  gli  strumenti,  servendo  alle  voci,  come 
a  principali  nella  musica,  non  hanno  da  avere 
altro  fine  che  di  bene  accompagnarle;  il  che 
da'  sonatori  di  oggidì  vedo  far  con  estremo  giu- 
dizio, che  non  so  che  più  si  potesse  mai  fare  in 
questa  parte  in  altri  tempi. 

Il  sonare  per  reggere  un  coro  ha  da  essere 
il  più  semplice  di  tutti,  con  nessuno  artifìcio  di 
contrappunto;  solo  con  buone  consonanze  e  con 
graziosi  accompagnamenti,  che  secondino  le  voci 
con  garbo.  Credo  che  in  ogni  tempo  da'  valen- 
tuomini si  sia  saputo  far  bene,  però  in  questo 
nostro  presente,  per  tacer  degli  altri,  il  sig.  Pietro 
Eredia,  con  tutto  che  la  musica  non  sia  la  sua 
professione,  lo  fa  tanto  bene,  come  più  volte 
abbiamo  sentito  nella  Chiesa  del  Gesù,  dove  per 
sua  divozione  va  bene  spesso  a  sonare;  che  io 
non  posso  credere  che  alcuno  dell'età  passata  lo 
abbia  fatto  meglio  di  lui. 


l'origine  del  melodramma  161 


Nel  canto  poi,  di  cui  solo  rimane  a  parlare, 
si   hanno   pur   da   considerar   più   cose;    perchè 
oltre  della  diversità  del  cantar  solo,  o  in  com- 
pagnia, si  può  considerar  ancora  e  la  bontà  delle 
voci,  e  l'arte  di  chi  canta,  e  finalmente  la  bel- 
lezza delle  composizioni  che  si  pigliano  a  cantare. 
Il  cantar  solo  ricerca  o  dolcezza  di  voce  o  esqui- 
sitezza di  arte  :  ma  l'uno  e  l'altro  adoperato  con 
giudizio,    perchè    altrimenti    non    si    sa    nulla. 
V.  S.  mi  lodò  de' tempi  addietro  Lodovico,  fal- 
setto, da  me  pur  conosciuto,   benché  nella   mia 
età  puerile,  dicendo  che  una  nota  lunga  ben  can- 
tata da  lui,  come  quasi  sempre  egli  soleva  fare, 
gli  piaceva  assai  più  che  tutti  i  passaggi  de'  mo- 
derni; io  le  risposi   che   Lodovico   cantava  con 
giudizio  :  perchè,  avendo  egli  dolcissima  voce  di 
falsetto,    ma  non  sapendo  molto  dell'arte,  non 
usava  quasi  mai  né  passaggi,  ne  altre  grazie  nel 
cantare,  che  solo  un  bel  mettere  di   voce  e  un 
finir  con  grazia  con  quelle  sue  note  lunghe,  che 
per  la  dolcezza  della  sua  voce  piacevano  assai. 
Però  nell'istesso  tempo,  o  poco  dopo,  fiorì  anche 
Giuseppino  tenore,  il  quale  per  la  medesima  ra- 
gione  di   conoscere   il   suo   talento  e  valersene, 
faceva  tutto  il  contrario.  La  voce  di  Giuseppino 
non  era  buona,  ma  aveva  egli  grandissima  dis- 
posizione e  dell'arte  non  sapeva  tanto  che  finisse 
il  mondo:    ma  i    passaggi    gli    erano    naturali. 
Cantava  egli   perciò   con   giudizio   quanto   a  se 
stesso,  perchè  si  valeva  del  proprio  talento  :  non 
si  sentiva  da  lui  quasi  mai  una  nota  lunga,  se 
non  era  con  trillo  tremolante;  tutto  il  suo  can- 

SoLERTi,  L'origine  del  Melodramma.  21 


162  l'origine  del  melodramma 


tare  erano  passaggi;  ma  quanto  agli  altri  non 
cantava  con  giudizio;  perchè  più  delle  volte 
metteva  i  passaggi,  dove  non  andavano  :  non  si 
sapeva  mai  se  il  suo  cantare  era  allegro  o  ma- 
linconico, perchè  era  sempre  di  una  sorte,  o,  per 
dir  meglio,  in  ogni  cosa,  o  a  proposito  o  a  spro- 
posito che  fosse,  era  sempre  allegro  per  la  ve- 
locità delle  note,  che  egli  di  continovo  profferiva  ; 
senza  sapere,  credo  io,  egli  stesso  quali  note 
fossero.  Mi  ricordo  anche  a  quei  tempi,  ma  con 
miglior  garbo,  di  Melchior  basso,  che  aveva  la 
mia  grazia,  e  che  oltre  l'eccellente  disposizione, 
aveva  anche  modi  che  dopo  di  lui  sono  restati 
a  i  bassi  per  regole  del  cantar  grazioso.  Mi  ri- 
cordo di  Gio.  Luca  falsetto,  gran  cantore  di  gorge 
e  di  passaggi,  che  andava  alto  alle  stelle;  di 
Orazietto,  buonissimo  cantante  o  di  falsetto  o 
di  tenore;  di  Ottaviuccio  e  del  Verovio,  tenori 
famosi,  e  tutti  tre  questi  ultimi  cantarono  nel 
mio  Carro.  Però  tutti  costoro,  da'  trilli  e  pas- 
saggi in  poi  e  da  un  buon  mettere  di  voce,  non 
avevano  quasi  nel  cantare  altra  arte  del  piano 
e  del  forte,  del  crescere  la  voce  a  poco  a  poco, 
dello  smorzarla  con  grazia,  dell'espressione  degli 
affetti,  del  secondar  con  giudizio  le  parole  e  i 
loro  sensi;  del  rallegrar  la  voce  o  immalinco- 
nirla ;  del  farla  pietosa  o  ardita  quando  bisogni, 
e  di  simili  altre  galanterie,  che  oggidì  dai  cantori 
si  fanno  in  eccellenza  bene;  in  quei  tempi  non 
se  ne  ragionava,  né  in  Roma  almeno  se  ne  seppe 
mai  novella,  infìnchè  dalla  buona  scuola  di  Fi- 
renze   non    ce  la  portò   ne'  suoi   ultimi  anni  il 


l'origine  del  melodramma  163 

sig.  Emilio  de'  Cavalieri  che,  prima  di  tutti,  ne 
diede  in  Roma  buon  saggio  in  una  Rappresen- 
tazioncella  nell'Oratorio  della  Chiesa  Nuova,  alla 
quale  io,  assai  giovanetto,  mi  trovai  presente. 
Dal  qual  tempo  in  qua  introdotta  poi  anche  fra 
di  noi  la  buona  maniera,  in  altro  più  gentil 
modo,  che  non  facevano  quei  passati,  sentiamo 
ora  cantare  i  Nicolini,  i  Bianchi,  i  Giovannini, 
i  Lorenzini,  i  Marii  e  tanti  altri,  che  agguagliano 
quei  di  già,  e  senza  dubbio  li  superano,  se  non 
in  altro,  almeno  in  questo  di  saper  cantare  con 
più  giudizio,  tanto  in  compagnia  quanto  soli; 
essendoci  ai  dì  nostri  questo  particolare  di  più 
di  tutti  importante,  di  adoperare  il  giudizio  nel- 
l'arte, tanto  perfezionato  quanto  ho  detto. 

Ma  lasciando  delle  altre  voci,  per  dire  un  poco 
de'  soprani,  che  sono  il  maggiore  ornamento 
della  musica,  V.  S.  vuol  paragonare  i  falsetti  di 
quei  tempi  co'  i  soprani  naturali  de'  castrati 
che  ora  abbiamo  in  tanta  abbondanza.  Chi  cantò 
mai  in  quei  tempi  come  un  Guidobaldo,  un  ca- 
valier  Loreto,  un  Gregorio,  un  Angeluccio,  un 
Marc' Antonio  e  tanti  altri  che  potrei  nominare  ? 
Il  più  che  si  poteva  fare  allora  era  avere  un 
buon  fanciullo  ;  ma  quelli,  quando  cominciavano 
a  sapere  qualche  cosa,  perdevano  la  voce;  e 
mentre  pur  l'avevano,  come  persone  che  per 
l'età  non  avevano  giudizio,  anche  cantavano 
senza  gusto  e  senza  grazia,  come  cose  appunto 
imparate  a  mente,  che  alle  volte  a  sentirli  mi 
davano  certe  strappate  di  corda  insopportabili. 
I  soprani  di  oggi,  persone  di  giudizio,  di  età,  di 


164  l'origine  del  melodramma 

sentimento  e  di  perizia  nell'arte  esquisita  can- 
tano le  loro  cose  con  grazia,  con  gusto,  con  vero 
garbo;  vestendosi  degli  affetti  rapiscono  a  sen- 
tirli. Di  tali  soprani  in  persone  di  giudizio,  l'età 
passata  non  vide  altri  che  un  padre  Soto,  e  da 
poi  il  padre  Girolamo,  che  più  presto  della  nostra 
che  della  passata  età  si  può  dire.  Noi  oggi  ne 
abbiamo  piene  tutte  le  corti,  tutte  le  cappelle; 
e  oltre  de'  castrati,  dove  erano  ne'  tempi  addietro 
quelle  tante  donne  cantatrici,  che  oggi  abbiamo 
con  singolare  eccellenza?  Una  Giulia,  o  Lulla, 
come  chiamano,  che  io  pure  arrivai  a  conoscere 
ma  non  negli  anni  suoi  più  fioriti,  perchè  era 
bella  e  cantava  un  poco  ad  aria  qualche  villa- 
nella sul  cembalo,  o  che  so  io  ?  Nell'età  de'  nostri 
padri  s'indusse  un  duca  a  rubarla,  e  vi  fu  perciò 
molto  scompiglio.  Vittoria,  compagna  di  lei,  seb- 
bene non  era  bella,  perchè  cantava  bene  con  arte 
e  aveva  buona  voce,  i  Gran  Duchi  di  Toscana  la 
tennero  al  loro  servigio  molto  ben  trattata  in 
fin  che  visse.  Ma  Ippolita  del  cardinale  Montalto, 
più  moderna,  che  credo  che  ancor  viva,  passò 
battaglia  [  ;  e]  nelle  nozze  del  Gran  Duca  Cosimo, 
alle  musiche  delle  quali  vi  fu  concorso  de'  mi- 
gliori cantanti  di  tutta  l'Italia  insieme. 

Oggi  in  Roma  sola  quante  ne  abbiamo?  quante 
ne  abbiamo  avute  pochi  anni  addietro  ?  Chi  non 
va  fuor  di  se  sentendo  cantare  la  signora  Leo- 
nora col  suo  arcileuto  così  francamente  e  biz- 
zarramente toccato?  Chi  può  dar  sentenza  qual 
sia  migliore  oggi  fra  lor  due,  o  la  signora  Leo- 
nora 0  la  signora  Caterina  sua  sorella?  Chi  ha 


l'origine  del  melodramma  165 

sentito  e  veduto,  come  io,   la   signora   Adriana 
loro  madre,  negli  anni   più  giovanili    di   quella 
bellezza  che    il    mondo  sa,   a  Posillipo  in  mare 
dentro    una  filuga,   con   la   sua    arpa  dorata  in 
mano,    bisogna    ben  che  confessi    che  a'  tempi 
nostri  ancora  si  sono  trovate  in  quei  lidi  le  si- 
rene, ma  sirene  benefiche    e   adorne   quanto   di 
bellezza  altrettanto   di  virtù,    non   come   quelle 
antiche  malefiche  e  micidiali.  E  la  signora  Mad- 
dalena con  la  sua  sorella,  che  chiamano  le  Lolle, 
e  furono  le  prime   dopo  il   mio   ritorno   di  Le- 
vante, che  io  sentissi  in  Roma  cantar  bene;   e 
la  signora  Sofonisba,  che  ora  ne  invola  invidiosa 
lontananza,  ed  a  cui  pochi  anni  addietro  faceva 
Roma    applausi    cosi   grandi,   più  che  giammai 
facesse  ad  alcuno  antico  nel  teatro  di  Marcello. 
Chi  fu  mai  nell'età  presente  che  le  pareggiasse? 
forse  la  Cammilluccia,  che  con  tante  sue  sorelle 
e  figliuole  faceva  parere  la  sua  casa  un  Monte 
Parnasso  con  tutte   le  Muse?    Ma    quelle    sono 
state  pure  di  questa  nostra  età,  e  così,  la  signora 
Lucrezia  Moretti,   del  cardinale  Borghese,  oggi 
viva  e  sana:  e  la  Laudomia  del  Muti,  che  morì 
non  è  molto.  Fioriscono  anche  ora  più  che  mai 
le  Campane,  la  Valeri  e  tante  altre  in  cantare 
famose;  fra  le   quali  il  contralto  della  signora 
Santa  tre  o  quattro   anni   fa,   che  io   la  sentii, 
era  una    cosa    gentilissima.    Potrei   dire  di   al- 
cun'altra  e  pur  di  gran  nome,  di  cui  taccio  perchè 
a  celebrarla  solo   per  buona   cantatrice,   per   la 
sua  qualità,  mi  parrebbe  di  farle  torto.   Taccio 
similmente  della  sorella  della   signora  Adriana 


166  l'origine  del  melodeamma 

da  me  non  conosciuta,  la  quale  intendo  che  in 
Germania,  dove  fu  chiamata  a'  servizi  dell'  Im- 
peratore, fa  grande  onore  a  questa  nostra  età; 
e  cosi  anche  della  signora  Francesca  Caccini, 
figliuola  del  nostro  Romano,  detta  in  Toscana 
la  Cocchina,  che  in  Firenze  dove  pure  io  in  mia 
gioventìi  la  sentii,  e  per  la  musica  tanto  in  can- 
tare quanto  in  comporre,  e  per  la  poesia  non 
meno  latina  che  toscana,  è  stata  molti  anni  in 
grande  ammirazione;  perchè  il  mio  intento  qui, 
come  ho  già  detto,  è  di  far  menzione  solamente 
di  quelle  non  pur  da  me  sentite,  ma  che  abbiano 
fiorito,  0  che  fioriscono  in  Roma,  che  a  voler 
ricercare  tutte  le  altre  dell'altre  città  e  paesi 
troppo  ci  sarebbe  che  fare.  Ma  dove  ho  lasciato 
le  monache  che  per  onorevolezza  doveva  prima 
nominare?  La  Verovia  nello  Spirito  Santo  ha  fatto 
più  anni  stupire  il  mondo,  ne  gii  è  andata  di 
molti  passi  addietro  quell'altra  monaca  e  quella 
donzella,  allieve,  come  io  penso,  di  lei,  che  nel 
medesimo  monastero  cantano  amendue  di  buo- 
nissima grazia.  La  monaca  di  Santa  Lucia  in 
Silice  ognun  sa  di  quanta  fama  sia;  quelle  di 
San  Silvestro  già,  quelle  di  Monte  Magnanapoli, 
ora  quelle  di  Santa  Chiara  si  vanno  a  sentir  per 
maraviglia.  L'età  passata  non  fu  mai  ricca  né 
di  tanti  soggetti,  ne  di  cosi  buoni  in  un  tempo. 
Ma,  non  me  ne  avvedendo,  in  ragionare  del 
cantar  solo,  non  so  come,  io  son  trascorso  bel 
bello  a  dire  quanto  mai  si  poteva  dire,  e  del 
cantare  in  compagnia  ancora  e  della  bontà  delle 
voci,  e  dell'arte  e  sapere  de'  cantanti,  per  prò- 


l'origine  del  melodramma  167 

vare  che  l'età  nostra  non  è  punto  inferiore,  anzi 
che  di  gran  lunga  è  superiore  in  tutte  queste 
cose  alla  passata.  E  solo  e  in  compagnia  si  è 
cantato  bene  ne'  tempi  addietro  ;  benissimo  si 
canta  ne'  presenti,  ma  con  molto  maggior  giu- 
dizio, come  mi  pare  d'aver  mostrato  a  bastanza  : 
cosa  che  è  il  vero  condimento  del  tutto,  o,  per 
dir  meglio,  è  l'estratto  e  la  quinta  essenza  di 
ogni  più  rara  finezza  dell'arte  e  del  sapere.  La 
bontà  della  voce,  che  è  dono  della  natura,  in 
ogni  tempo  si  è  trovata  in  alcuni,  ma  non  mai 
in  tanti,  ne  in  tanta  eccellenza,  in  quanti  l'ab- 
biamo oggi  in  Roma;  dimodoché  S.  V.  vede  a 
che  stiamo  del  paragone.  E  chi  di  questo  ancor 
non  si  contenta  (diasi  licenza  al  vero)  bisogna 
per  forza  che  sia  o  troppo  amatore  de'  tempi 
passati  come  sogliono  essere  i  vecchi,  ovvero  di 
gusto  troppo  delicato  ;  il  che  nasca  o  da  sover- 
chia affettazione  di  buon  giudizio,  come  in  alcuni 
critici  che  fanno  troppo  del  saputo,  o  pur  da 
naturale  svegliamento,  come  anche  avviene  ad 
alcuni  de'  più  candidi,  e  in  somma  negli  uomini 
una  certa  dose  d'imperfezione,  qual'è  appunto 
nelli  stomachi  l'inappetenza,  che  non  lascia  loro 
avere  gusto,  ne  anche  delle  cose  buone. 

Ora  per  dir  qualchecosa,  che  solo  mi  resta, 
dell'eccellenza  delle  composizioni  che  in  musica 
si  fanno,  chi  potrebbe  cantare  oggi  le  villanelle 
che  si  cantavano  quaranta  o  cinquant'anni  ad- 
dietro? come  La  prima  volta  ch'io,  che  fu  ap- 
punto la  prima  che  io  imparassi  sul  cembalo, 
quando  non  aveva  ancora  otto  o  dieci  anni,  da 


168  l'oeigine  del  melodramma 


Stefano  Tavolaccio,  organista  della  Madonna  del 
Popolo,   da  me  di  sopra  nominato,  il  quale  fu  il 
primo  che  sul  cembalo,   avendo  io  poco  più  di 
sette  anni,  mi  mise  le  mani,  e  mi  fé'  gran  tempo 
sonar  con  la  quinta  perchè  non  arrivava  ancora 
all'ottava,  e  poco  dopo  insegnatami  anche  l'in- 
tavolatura per  rinstrumento,  mi  cominciò  a  far 
cantare  ancora  le  note  nell'Archadelt,  essendomi 
state  già  un  pezzo   prima  date  a  conoscere  le 
chiavi   da  Don  Boezio  Civitella,   Beneficiato  di 
San  Giovanni,  amorevole  di  casa  nostra,  il  quale 
appunto  con  la  notizia   delle   chiavi   mi  aprì  le 
prime  porte  alla  musica,  essendo  io  ancora  assai 
piccolo  fanciullo.  Così,  chi  canterebbe  oggi  quel- 
l'altre villanelle  note  a  V.  S.  e  familiari  a  Lo- 
dovico falsetto,  Fillide  mia  se  di  beltà  sei  vaga; 
—  Leggiadre  ninfe,  che  la  notte  e  il  giorno   Gite 
cantando  per  'sti  colli  intorno,  e  tutte  le  altre  che 
erano  di  tal  sorte?   le   quali,    oltreché  avevano 
parole  goffissime,  ne  pareva  allora  a  i  musici  che 
per  cantar  potessero  essere  altrimenti,    e   della 
maggior  parte  di  esse  era  autore  e  poeta  ristesse 
Giuseppino  musico,  di   note  ancora,   d'aria  e  di 
composizione  erano  tali,  che  ora  parrebbero  can- 
tilene  da   ciechi.    Sono  d'altro   garbo,   non  solo 
quanto  alla  poesia,  ma  anche  quanto  alla  musica, 
che  è  quello  di  cui  io  parlo,   le  canzonette  che 
si  cantano  oggi:  per  grave  quella  di  Luigi,  Or 
che  la  notte  di  silenzio  amica;  per  bizzarra  quella 
di  Orazio,  Per  torbido  mare:  chi  può  sentir  cose 
più  delicate?  E  se  vogliamo  triple  e  canzonette 
alla  napolitana,  tanto  amate  oggi  dal  volgo,  che 


l'origine  del  melodeamma  169 

son  tutte  di  tempi  spagnuoli,  de'  quali  io  presi 
in  Napoli,  quando  in  mia  gioventù  colà  dimorai 
da  cinque  anni,  assai  buona  cognizione  da  Giu- 
seppe Novazio,  buon  maestro  di  chitarra,  oltre 
di  un  poco  di  lume  che  da  uno  spagnuolo  ne 
aveva  avuto  prima  in  Roma,  si  possono  desiderar 
più  galanti  che  quelle  stampate  di  Gio.  Battista 
de  Bellis  pochi  anni  addietro,  maestro  di  cappella 
di  Gaeta?  il  quale,  in  quel  lamento  di  Orfeo  che 
vi  aggiunse  in  ultimo,  a  concorrenza  forse  del- 
VEiiridice,  ha  fatto  chiaro  conoscere  quanto  egli 
sapeva  far  bene  di  grave,  di  recitativo  e  di  tutto. 
Gran  disgusto  ebbi  io,  quando  tre  anni  sono 
andando  a  Gaeta,  non  lo  trovai  più  vivo.  E  le 
arie  siciliane,  che  son  galantissime  per  gli  affetti 
pietosi  e  malinconici,  le  quali  io,  prima  forse  di 
tutti,  portai  in  Roma  da  Napoli  prima,  e  poi 
anche  da  Sicilia:  dove  l'anno  1611  ebbi  in  Mes- 
sina un'aria  che  ora  la  sento  cantare  in  Roma 
per  una  delle  più  belle,  e  mi  furono  anche  donati 
due  libri  manoscritti  di  ottave  siciliane  assai 
buone,  che  ancora  li  conservo;  e  infin  d'allora, 
presa  un  poco  quella  maniera,  anche  io  di  mia 
testa  in  quel  tuono  siciliano  schizzai  qualche 
cosa  che  ho  fra  li  miei  scartafacci,  e  come  si  vede 
son  cose  affettuosi ssime  :  ne'  tempi  addietro  in 
Roma  non  si  erano  mai  sentite  ;  oggi  ci  si  can- 
tano COSI  bene  come  nell'  istessa  Sicilia,  ne  so 
se  meglio  possa  farsi.  Lasciamo  le  ciaccone  spa- 
gnuole,  le  saravante,  i  passacagli,  le  ciaccotte 
portoghesi  e  tante  altre  arie  straniere  che  da 
poco  tempo  in  qua,  e  di  stravaganze  di  tempi  e 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  22 


170  l'origine  del  melodeamma 


di  novità  di  andare,  hanno  in  Roma  arriccliito 
molto  la  musica  delle  villanelle  e  canzonette  che 
prima  ci  erano  ignote.  Io  ancora  ho  messo,  e 
posso  mettere  in  luce  alcune  arie  persiane,  tur- 
chesche,  arabiche  e  indiane,  e  assai  curiose  e 
diverse  dalle  nostre  e  di  tempi  e  di  tuono,  che 
da  altri  ancora  non  sono  state  mai  sentite. 

Così  ogni  giorno  con  gli  acquisti  delle  nuove 
notizie  si  va  aprendo  a  quest'arte  maggior  campo 
da  poter  dilettare  gli  animi  con  mille  varietà, 
come  in  fatti  vediamo,  che  a'  nostri  giorni  assai 
più  che  non  faceva  per  lo  passato,  straordina- 
riamente gli  diletta.  E  se  V.  S.  tanto  tempo  fa 
si  sentì  andare  una  volta,  come  mi  ha  contato, 
quasi  in  eccesso  di  mente  in  sentir  sonare  in 
Parma  il  Correggio,  ho  anche  inteso  (se  ne  ri- 
cordi, per  grazia)  che  un'altra  volta  in  Roma, 
pochi  anni  sono  in  casa  di  monsignor  Raimondo, 
fu  veduta  liquefarsi,  per  dir  così,  di  dolcezza, 
sentendo  cantare  alcuni  di  quei  versi  di  Virgilio, 
che  fra  le  opere  del  maggior  fratello  de'  Maz- 
zocchi si  vedono  con  leggiadria  messi  in  musica. 
De'  madrigali  se  ne  facevano  nell'età  passata 
de'  galanti  ;  ne  fecero  buoni  Cipriano  di  Rore, 
Orlando  Lasso,  il  Wert,  e  de'  nostri  italiani  Fi- 
lippo di  Monte,  Felice  Anerio,  i  due  Nanini, 
l'Agazzari  e  tanti  altri.  Quando  io  era  giova- 
netto mi  piacevano  assai  quei  del  Marenzio,  e 
particolarmente  per  certe  sue  grazie  quel  tanto 
cantato  Liquide  perle.  Per  la  dolcezza  mi  piaceva 
I  tuoi  capelli^  Fillio  in  una  cistula  di  Ruggier 
Giovanelli,  e  per  affetto  pietoso  e  compassione- 


l'origine  del  melodramma  171 

vole  Resta  di  darmi  noia  del  Principe  di  Venosa, 
famoso  madrigale. 

Oggi  non  se  ne  compongono  tanti  perchè  si 
usa  poco  di  cantare  madrigali,  ne  ci  è  occasione 
in  cui  si  abbiano  da  cantare;  amando  piii  le 
genti  di  sentir  cantare  a  mente  con  gli  strumenti 
in  mano  con  franchezza,  che  di  vedere  quattro 
0  cinque  compagni  che  cantino  ad  un  tavolino 
col  libro  in  mano,  che  ha  troppo  del  scolaresco 
e  dello  studio:  e  che  sia  vero,  noti  Y.  S.  che 
nelle  chiese  ed  in  altri  luoghi,  dove  è  necessario 
di  cantare  e  sonare  con  le  carte  innanzi,  i  mu- 
sici ne'  cori  sempre  si  cuoprono  con  panni  o  con 
gelosie,  acciocché  non  siano  veduti;  dove  che 
a'  tempi  antichi  nelle  scene  stesse,  insino  quei 
del  coro  stavano  sempre  a  vista  delle  genti 
adorni  di  abiti  galantissimi;  perchè,  a  mio  cre- 
dere, sonavano  e  cantavano  con  franchezza  a 
mente,  senza  carta.  Ma  benché  oggi,  come  ho 
detto,  si  compongano  pochi  madrigali,  tuttavia 
ne  hanno  pur  fatti  a'  dì  nostri  de'  buoni,  e  a 
giudizio  degli  intendenti  molto  migliori  degli 
antichi,  Muzio  Effrem,  il  Pecci,  il  Zoilo,  il  Ne- 
rina,  il  Mei,  e  molti  altri  che  sarei  lungo  a  no- 
minare; e  don  Luca  Antonio  Priori,  canonico  e, 
se  non  fallo,  arciprete  ora  di  Segni,  amico  mio 
antico  fin  dalla  mia  fanciullezza,  per  mezzo  del 
nostro  don  Silvio  Ricci,  ultimo  custode  già  della 
mia  adolescenza,  benché  non  abbia  mai  stampato 
che  io  sappia,  so  nondimeno  che  ha  cataste  di 
volumi  composti  e  di  madrigali,  e  di  villanelle, 
e  di  mottetti,  e  messe,  e  salmi,   e  d'ogni  sorte 


172  l'oeigine  del  mèlodeamma 

in  somma  di  musica  tanto  sacra  quanto  profana, 
e  tutti  di  buonissimo  stile,  secondo  quell'arte 
vecchia.  Dimodocliè  oggi  ancora  ci  è  chi  sa  fare 
madrigali  e  chi  sa  praticar  quando  vuole  quella 
manierona  grande  di  artifizi  che  V.  S.  tanto 
predica:  e  se  a  caso  V.  S.  si  ritrovò  l'altro 
giorno  nel  Collegio  Romano  a  quella  nobilissima 
musica  a  sei  cori  composta  dal  più  giovane 
Mazzocchi,  averà  inteso  in  essa  e  stile  madri- 
galesco con  vaghezze  e  leggiadrie,  e  stile  da 
mottetti  con  gravità,  e  imitazioni  ben  fatte  di 
arie  diverse  antiche  e  moderne,  e  recitativi  spi- 
ritosi di  buon  garbo,  e  bizzarrie  di  trombe,  di 
tamburi,  di  bombarde,  di  battaglie,  di  serra  serra, 
che  io  per  me  non  so  che  si  possa  desiderare 
di  più  varietà  e  di  più  galante.  Non  ebbi  fortuna 
di  sentire  un  anno  quel  gran  musicene  che  il 
medesimo  Mazzocchi  fece  in  San  Pietro,  non  so 
se  a  dodici  o  a  sedici  cori,  con  un  coro  di  eco 
fino  in  cima  alla  cupola,  che  intendo  che  nel- 
l'ampiezza di  quel  vasto  tempio  fece  effetti  ma- 
ravigliosi.  Chi  sa  far  queste  cose,  ben  si  vede 
che  di  tutto  sa  e  può  fare.  Ma  avverta  V.  S. 
per  grazia,  che  quella  manierona  grande  che  ella 
dice  di  quei  suoi  antichi,  massimamente  nel 
siiono,  cioè  di  contrappunti  artifiziosi,  con  far 
sentir  bene  tutte  le  parti,  senza  altra  gentilezza 
di  grazie^  appresso  i  nostri  moderni  più  speri- 
mentati, non  sia  per  avventura  quello  che  una 
di  queste  sere  appunto,  da  una  persona  cono- 
sciuta da  V.  S.  e  intendente  del  mestiere,  io 
sentii  chiamar  nella  tiorba,  sonar  da  barbieri,  e 


l'origine  del  melodramma  173 

'1  medesimo  si  può  dir  del  cantare  e  d'ogni 
sorte  di  musica. 

Quanto  alle  composizioni  ecclesiastiche,  già 
che  sono  entrato  a  ragionarne,  ammiro  ancor  io 
quella  famosa  messa  del  Palestrina,  che  tanto 
piace  a  V.  S.,  e  che  fu  cagione  che  il  concilio 
di  Trento  non  bandisse  la  musica  dalle  chiese; 
però  queste  cose  si  hanno  ora  in  pregio,  non  per 
servirsene,  ma  per  conservarle  e  tenerle  riposte 
in  un  museo  come  bellissime  anticaglie. 

La  Cappella  papale,  che  può  dar  norma  del 
canto  ecclesiastico  a  tutte  le  chiese  del  mondo, 
benché  non  le  manchino  buonissime  composizioni 
de'  maestri  vecchi,  tuttavia  tiene  pur  sempre 
componitori  propri,  perchè  vuole  averne  di  con- 
tinuo delle  nuove.  E  se  Y.  S.  mi  dicesse  che 
nella  Cappella  si  cantava  assai  meglio  piti  anni 
sono  che  non  si  fa  adesso;  io  le  rispondo  che 
ciò  non  è  per  le  composizioni,  ma  perchè  ora 
per  far  più  brevi  le  funzioni  si  canta  molto  in 
fretta  :  e  quindi  è  che  le  composizioni,  ancorché 
bellissime,  non  possono  apparire  per  quelle  che 
sono.  Nelle  altre  chiese  dove  i  musici  non  hanno 
fretta,  che  belle  cose  si  sentono  de'  moderni? 
Alcuni  anni  addietro,  poco  dopo  il  mio  ritorno 
in  Italia,  un  lunedì  della  Pentecoste  io  sentii  un 
vespero  nella  Chiesa  dello  Spirito  Santo,  cantato 
appunto  dalle  sole  monache,  tutto  da  capo,  a 
piedi  di  musica  ornata,  che  io  giuro  certo  a 
V.  S.  che  mai  a'  miei  dì  non  ho  inteso  più  bella 
cosa  in  tal  genere. 

Non  so  di  chi  fusse  la  composizione  ;  ma  chiaro 


174  l'origins  del  melodramma 


è  che  era  cosa  di  moderni,  e  forse  di  alcuno  che 
oggi  vive,  ed  è  al  presente  loro  maestro.  La 
notte  di  questo  Natale  mi  trovai  a  tutto  l'Uf- 
fizio e  alla  messa  nella  chiesa  di  Santo  Apol- 
linare, dove  si  cantò  ogni  cosa  conforme  richie- 
deva la  solennità  di  quella  gran  festa  ;  e  benché 
io  vi  stessi  sempre  in  piedi  e  stretto  fra  molta 
gente  che  vi  era  per  essere  arrivato  un  poco 
tardi,  vi  stetti  nondimeno  con  grandissimo  gusto 
per  la  buona  musica  che  vi  sentii.  Nel  principio 
in  particolare,  il  Venite  exultemus  fu  di  tanto 
buona  grazia,  che  io  non  saprei  dir  piìi;  non  so 
chi  ne  fosse  autore,  ma  m'immagino  il  Maestro 
di  Cappella  di  quella  chiesa,  il  quale  infìn  ora  io 
non  conosco.  Le  musiche  de'  tempi  molto  addietro 
io  non  le  ho  sentite,  perchè  la  mia  età  non  ar- 
riva ancora  a  cinquantaquattro  anni  compiti; 
ma  per  quel  che  se  ne  può  vedere  negli  scritti, 
come  anche  quelle  che  ho  sentite,  quando  io  era 
fanciullo,.  0  giovanetto,  mi  pare  che  alle  nostre 
di  oggidì  possano  far  di  berretta. 

So  che  si  trovano  alcuni,  a'  quali  non  piace 
che  nelle  chiese  si  scherzi  tanto  con  la  musica; 
lodo  ancora  io  il  giudizio  e  '1  sapere  di  quei 
componitori  che  in  ogni  luogo  e  tempo  e  in  ogni 
cosa  sanno  serbare  il  dovuto  decoro.  Altro,  senza 
dubbio,  conviene  alle  chiese,  altro  alli  teatri,  alle 
scene,  altro  alle  strade;  e  in  esse,  altro  a  pro- 
cessioni, altro  a  mascherate  o  a  serenate:  non 
ha  da  fare  la  musica  de'  conviti  o  delle  nozze, 
con  quella  de'  funerali;  e  nelle  stesse  chiese 
molto  diversa  ha  da  essere  quella  di  Natale,  o 


l'origine  del  melodramma  175 

della  Pasqua,  da  quelle  della  Quadragesima  e 
della  Settimana  santa.  Non  ha  dubbio  che  il 
giudizio  ha  da  giuocare  in  tutte  queste  cose,  e 
chi  non  ve  lo  impiega,  o  non  l'ha  da  impiegar- 
velo,  non  farà  mai  cosa  di  buono.  Però  non  sarei 
giammai  di  quei  tanto  scrupolosi,  ne  averci  giusta 
cagione  di  essere  non  essendo  mai  provato  di 
avere  dalla  musica  tanti  incitamenti  al  mal  fare, 
che  volessi  perciò  bandirla  aifatto  dalle  chiese, 
o  ridurla  a  i  soli  falsi  bordoni,  o  a  i  canti  pieni 
de'  frati,  come  alle  volte,  non  senza  stomaco,  ho 
sentito  dire  che  vorrebbero  alcuni  insipidi,  a  i 
quali  forse  piacendo  poco  la  musica,  io  li  chiamo 
gente  da  Inferno,  non  da  Paradiso,  dove  si  canta, 
e  cantando  si  loda  il  Sommo  Creatore. 

Non  so,  può  essere,  che  io  sia  uomo  troppo 
sensuale,  ma  confesso  il  mio  peccato;  il  coro 
de'  Padri  Carmelitani  Scalzi  lo  conosco  bene  per 
divotissimo  :  ma,  se  ho  da  dire  il  vero,  a  lungo 
andare  io  non  lo  posso  sentire  senza  somma- 
mente annoiarmi.  Alla  nostra  nobilissima  chiesa 
di  S.  Andrea  della  Valle,  contuttoché  sia  otti- 
mamente uffiziata  e  a  me  tanto  comoda  e  vicina, 
che  fin  mi  onora  di  aver  preso  il  nome  della  mia 
casa  e  della  mia  strada,  e  contuttoché  di  quei 
buoni  padri  io  sia  divotissimo  e  parzialissimo,  e 
per  molti  rispetti  a  loro  obbligato,  non  molto 
spesso  nondimeno  vi  vado,  solo  perché  il  loro 
canto  in  effetto  non  mi  attrae  ;  piuttosto  mi  ac- 
comodo co'  Domenicani  della  Minerva  e  con  quelli 
di  Sant'Agostino  nelle  loro  chiese  ;  perché  almeno 
il  loro  coro    mi  rende   un   poco   di  buon  suono 


176  l'origine  del  melodramma 

all'orecchio,  e  ne  anche  mi  dispiacciono  i  Zocco- 
lanti di  Aracoeli,  mia  casa  perpetua  per  le  nostre 
sepolture  che  ivi  sono,  che  pur  mi  danno  qualche 
gusto  con  quei  loro  bassoni  sonori.  Ma,  in  somma, 
assai  più  volentieri  vo  dove  sento  cantar  bene, 
e  dalle  buone  musiche  più  volte  mi  ricordo  di 
aver  sentito  eccitarsi  in  me  spiriti  di  divozione 
e  di  compunzione  e  fino  desiderio  dell'altra  vita 
e  delle  cose  celesti. 

In  fine  dica  chi  vuol  male  della  musica;  brami 
chi  vuole  di  cacciare  dalle  chiese  il  canto  ornato; 
io  ve  lo  desidero,  ve  lo  cerco,  e  (forse  è  mio 
difetto,  mia  sensualità,  come  dissi,  ma  checche 
sia,  confesso  con  sincerità  la  mia  colpa)  molte 
volte  di  più  vado  alle  chiese  dove  bene  si  canta, 
che  forse  non  vi  anderei  se  non  vi  si  cantasse. 
Gli  oratori  sono  a  me  di  unica  dilettazione;  di 
quelli  alla  Morte,  quando  vi  si  cantava,  non 
soleva  lasciarne  uno  ;  e  quest'anno  passato,  benché 
non  vi  si  cantasse,  vi  andai  nondimeno  ogni  sera 
tutta  l'ottava  agli  Uffìzi,  solo  per  la  divozione 
che  nelle  buone  musiche  vi  aveva  conceputa  gli 
anni  innanzi.  A  San  Girolamo^  alla  Chiesa  nuova, 
alla  Rotonda;  tutta  l'ottava  de'  Santi  sono  pure 
andato  volentieri  per  le  buone  musiche  che  ogni 
sera  vi  si  sentivano;  le  quali  se  non  fossero 
state,  non  forse  sarei  andato  molte  volte  di  notte 
per  mali  tempi  e  per  cattive  strade,  alle  chiese 
a  far  del  bene  ;  e  quello  che  avviene  a  me,  con 
ragione  penso  che  possa  avvenire  ad  ogni  altro. 
Cantisi  pur  dunque  nelle  chiese  per  invitare  più 
gli  uomini  al  ben  fare,  e  cantisi  nel  miglior  modo 


l'okigine  del  melodramma  177 

che  si  sa  e  si  può  :  già  che  ogni  maggiore  esqui- 
sitezza è  poca,  dove  essa  s'impiega  per  lodare 
Dio.  Non  si  condanni  la  musica  per  qualche  errore 
0  indiscrezione  che  si  sentisse  di  alcuno  che  non 
sapesse  con  giudizio  esercitarla;  poiché  a  detto 
della  stessa  verità,  gli  errori  e  gì'  inconvenienti 
nel  mondo  non  è  possibile  che  alle  volte  non  si 
trovino.  Si  attenda  al  valore  di  tanti  altri  che 
l'esercitano  lodevolmente  come  si  conviene,  per 
cavarne  il  consiglio  che  in  ogni  modo  nelle  chiese 
debba  usarsi. 

Imitisi  in  chiesa,  cantando  degnamente,  il 
Paradiso,  che  così  è  ben  giusto:  diansi  lodi  im- 
mortali alla  musica,  la  quale  per  quanto  può 
debolezza  di  arte  umana,  in  qualche  modo  in 
questo  mondo  pur  l'imita;  e  lodinsi  a  bocca 
piena,  come  è  dovere,  i  professori  di  essa  di 
questa  nostra  età,  che  sapendo  con  tanto  giu- 
dizio trattarla,  fanno  eterno  onore  a  se  stessi  e 
al  secolo  presente:  pareggiando  non  solo,  ma 
anche  superando  in  molte  parti,  come  bene  ho 
mostrato,  i  più  eccellenti  maestri  dell'età  passata. 

Quanto  ho  detto  fin  qui,  come  V.  S.  ben  vede, 
tutto  è  senza  esser  punto  entrato  nelle  novità 
della  musica,  che  da'  più  antichi  secoli,  per  via 
di  lunghi  e  faticosi  studi,  cavate  dalla  più  intima 
erudizione,  dentro  alla  quale  fra  mille  altre  ro- 
vine de'  tempi  migliori  cagionate  da'  Barbari,  si 
stavano,  si  può  dire,  sepellite,  ne  rimena  ora  ed 
espone  all'  uso  comune  delle  genti  il  nostro 
sig.  Gio.  Batista  Doni,  per  arricchirne  il  mondo 
musicale. 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  23 


178  l'origine  del  melodramma 


Novità  peregrine  invero,  e  che  all'età  passata 
furono  affatto  ignote,  e  sono  tante  e  tali  che  io, 
che  la  Dio  mercè  ho  avuto  fortuna  non  solo  di 
averne  notizia  (avendomi  il  sig.  Doni  comunicato 
liberalmente  tutti  i  suoi  scritti  tanto  stampati 
quanto  da  stamparsi,  e  di  più  molte  altre  cose 
a  bocca),  ma  anche  di  essere  stato  uno  de'  primi 
a  intenderle  bene  da  poterle  praticare,  in  una 
parola  affermo  a  V.  S.  da  quel  sincero  amico 
che  le  sono,  che  con  questa  dottrina  che  il 
signor  Doni  ci  propone,  si  tratta  di  moltiplicare 
tutto  quello  della  musica  che  ne  abbiamo  avuto 
in  fin  ora  da  i  piìi  ingegnosi  spiriti  per  quindici; 
e  che  ciò  si  faccia  con  tal  facilità,  che  ogni  in- 
tendente dell'arte,  pur  che  voglia  e  non  sia  uno 
sciocco,  in  un  sol  giorno  d'  applicazione  potrà 
capirne  il  modo  in  guisa,  che  ad  ogni  suo  talento 
lo  potrà  mettere  in  pratica  nelle  sue  composi- 
zioni ;  le  quali  da  chiunque  sia  nelle  note  sicuro 
(come  appunto  l'altro  giorno  io  esperimentai  in 
una  fanciulla  che  non  le  aveva  piìi  vedute)  sa- 
ranno cantate  e  sonate  francamente,  purché  vi 
siano  gli  strumenti  a  proposito  ;  de'  quali  io  ho 
già  buona  supellettile,  e  ciascuno  che  ne  vorrà 
potrà  averne  facilmente.  E  se  queste  cose  che 
io  ne  asserisco,  per  caso  ad  alcuno  paressero 
paradossi,  mi  contento  che  V.  S.  dica  a  tutti  in 
mio  nome,  che  a  chiunque  ne  fosse  curioso,  ve- 
nendo da  me,  io  mi  offerisco  di  comprovargliele 
con  l'opera.  Frattanto  a  Y.  S.  ne  darò  un  poco 
di  saggio  in  una  breve  mia  composizioncella  di 
questa  maniera  :  la  quale,  per  quello  che  vi  sarà 


l'origine  del  melodramma  179 

di  mio,  so  bene  che  varrà  poco  ;  ma  per  li  segni 
che  i  valentuomini  scorgeranno  in  essa  di  quello 
che  per  questa  via  nella  musica  si  può  fare, 
gioverà  forse  a  qualche  cosa,  ed  a  V.  S.  sopra- 
tutto, per  esser  fatta  sopra  versi  di  Virgilio,  non 
potrà  se  non  piacere.  Mentre  io  fo  quella  copiare, 
gradisca  V.  S.  questo  schizzo  fatto  in  fretta,  in 
difesa  dell'opinione  che  tanto  mi  preme  di  so- 
stenere :  perdonimi  l'ardire  di  avere  contradetto 
a  lei,  che  di  tutte  le  cose  mi  può  tener  cento 
anni  a  scuola:  ogni  errore  che  trovasse  in  queste 
carte  con  benigna  mano  corregga  ;  e  me,  per  fine, 
ami  come  suole,  conforme  io  ancora  amo  al  solito 
V.  S.  e  la  riverisco  sommamente  baciandole  le 
mani. 

Di  Casa  li  XVI  di  Gennaio  1640. 


180  l'origine  del  melodramma 


APPENDICE 


Pietro  della  Valle  |  CARRO  |  DI  FEDELTÀ  1  D'  A- 
MORE  I  Rappresentato  in  Roma  |  Da  Cinqve  Voci  |  Per 
Cantar  Soli  Et  Insieme  |  Posto  in  Musica  dal  sig.  Paolo 
Quagliati  |  Dato  in  luce  dal  sig.  Oberto- Fidati,  con  ag- 
giunta di  alcune  |  Arie  dell'istesso  Auttore,  a  vna,  doi, 
et  tre  voci.  |  Dedicati  |  AH'  lUustriss.  Et  Eccell.  Sig.  la 
Sig.  I  Donna  Giustiniana  Orsina.  |  In  Roma,  Appresso  Gio. 
Battista  Robletti,  1611  |  Con  Licenza  de'  Superiori. 


Air  Illusi r  et  Ecceir"  Sigr  la  Sig^ 
Donna  Giustiniana  Orsina. 

Essendomi  li  giorni  passati  trasferito  a  Bo- 
logna per  alcuni  miei  affari  e  spinto  anche  da 
un  particolare  desiderio  che  avevo  di  rivedere 
quella  città,  dove  ho  passato  nelli  studi  gran 
parte  della  gioventìi  mia,  visitai  fra  gl'altri  miei 
signori  padroni  una  nobilissima  Academia  di  gen- 
tilissimi virtuosi,  nella  quale,  fra  molte  virtìi,  la 
musica  fiorisce  di  maniera  che  pare  vi  si  senta 
una  celeste  armonia:  onde  all'arrivo  mio,  in 
segno  d'amore,  fecero  scelta  delle  più  vaghe  e 
dilettevoli  composizioni  che  avevano,  e  con  molti 
instrumenti  e  voci  eccellentissime  concertorno  con 


l'origine  del  melodramma  181 

tanta  grazia  e  dolcezza,  che  restai  ammirato  e  pi- 
gliai grandissimo  diletto  di  una  nuova  invenzione 
intitolata  Carro  di  Fedeltà  d'Amore,  composta  dal 
sig.  Paolo  Quagliati:  onde  vedendo  tal' opra  sì 
bella  e  scritta  a  mano,  considerai  che  se  per 
causa  mia  fosse  andata  in  luce  ne  avrei  acqui- 
stata non  poca  laude.  Trattai  con  il  detto  autore, 
e  perchè  ne  faceva  pochissima  stima,  mi  fu  ne- 
cessario usar  seco  molte  e  gagliarde  instanze,  o, 
per  dir  meglio,  importunità,  acciò  si  contentasse 
che  fosse  stampato  pur  che  dovesse  portare  in 
fronte  il  nome  di  V.  Eccell.  Illustriss.  da  lui 
tanto  onorato  e  riverito.  Ora  l'ho  mandata  alle 
stampe  sotto  la  felicissima  protezione  e  nome 
di  V.  Eccell.  Illustriss.,  la  quale  supplico  ad 
accettar  questo  picciol  dono  in  segno  della  vera 
riverenza  ed  osservanza  mia,  ed  insieme  ricono- 
scermi per  suo  perpetuo  e  fidelissimo  servitore, 
mentre,  facendo  fine,  prego  Iddio  benedetto,  che 
doni  a  V.  Eccell.  Illustriss.  fortunatissima  prole, 
con  lunghezza  e  prosperità  di  vita. 

In  Roma  li  15  di  Settembre  1611. 

Di  Y.  Eccell.  Illustriss. 

Umiliss.  e  devotiss.  servidore 
Oberto  Fidati. 


182  l'okigine  del  melodeamma 


CARRO  DI  FIDELTÀ  D'AMORE 


Interlocutori: 

Amore 

Apollo 

Arione 

Orfeo 

Fama. 


Amore. 

Io  ch'accendo  nel  core 
Vive  faville  e  son  chiamato  Amore, 
Questo  fedele  amante, 
Che  di  quanti  mai  furo  è  il  più  costante, 
Son  già  molt'anni  eh' a  te  diedi  in  sorte, 
Amarillide  vaga;  a  te,  cui  cede 
E  l'antica  beltade  e  la  novella, 
Come  a  i  raggi  del  sol  cede  ogni  stella. 

Apollo. 

Io  che  do  luce  al  giorno 
E  nella  terra  e  in  cielo 
Quant'è  di  bello  e  di  stupor  ravvivo, 


l'origine  del  melodramma  183 

Vinto  da  te,  più  chiaro  sole,  io,  Sole, 

Cedo  a'  bei  raggi  tuoi 

Che  dal  tuo  viso  adorno 

N'ha  ristessa  bellezza  invidia  e  scorno. 

Amore  e  Apollo. 

Dunque  giusto  ben  sia 
Ch'amante  sì  leale 
Ami  bellezza  alla  tua  fede  eguale, 
Poi  che  così  si  deve 
A  suprema  beltà  fede  gradita, 
Come  non  si  concede 
Men  pregiata  bellezza  a  tanta  fede. 

Amore. 

Ardi,  amante  felice. 
Che  fìan  gl'ardori  tuoi  sempre  graditi  ; 
E  tu  gradisci,  amata, 
L'amorose  sue  fiamme. 
Che  provarai  quanto  sia  dolce  amore 
D'innamorato  core. 

Apollo. 

Cantate,  o  miei  seguaci; 
E  spiega  nel  tuo  canto 
L'amoroso  trofeo 

Tu  nelle  selve,  Orfeo  ;  ' 

Quelle  bellezze  rare 
Su  per  l'onde  del  mare 
Fa  risonare,  Ar'ione. 

Arione  ed  Orfeo. 

Ne  la  madre  d'Amore 
Sorse  piìi  vaga  mai  dall'onde  fuore, 
Ne  si  bella  Diana 
Cacciatrice  anelante  il  bosco  vide. 


184  l'origine  del  melodramma 

Voi,  selve   e  monti, 

E  prati  e  fonti, 

Liete  godete; 

Gitene  liete, 

Ninfe  marine, 

Disciolte  il  crine, 

Poi  che  la  terra  e  '1  mare 

Grazie  non  vider  mai  tante  e  sì  chiare. 


Fama. 

Tacerò  dunque  io  sola? 
Io  che  dell'opre  altrui  degne  di  lode. 
Spiegate  Tali  al  volo, 
Porto  la  fama  all'uno  e  all'altro  polo  ? 
Non  tacerò,  poiché  non  tacqui  allora 
Ch'in  tenerella  etate 
Nota  già  feci  altrui  la  tua  beltate, 
AUor  che  questi,  errante,  (1) 
Del  tuo  nome  invaghito 
Per  la  tua  fama  sol  divenne  amante. 
S'eri  sì  vaga  e  sì  leggiadra  quando 
Appena  usciva  fuora 
Del  tuo  bel  sol  l'apportatrice  Aurora, 
Tacerò  dunque  adesso?  Or  che  sei  fatta 
Leggiadretta  e  felice. 
Unica  di  beltà  rara  Fenice? 
Ah,  non  sia  ver!  Viva  la  tua  beltate, 
Viva  fin  che  vivrà  la  voce  mia. 
Sin  ch'il  sol  con  le  stelle 
L'ardenti  lor  fiammelle 
Gireran  liete  a  portar  notte  e  giorno. 


(1)  Allusione  ai  lunghi  viaggi  del  Della  Valle,  che  di 
essi  ci  lasciò  curiose  narrazioni. 


l'origine  del  melodramma  185 


Sola  ed  insieme. 

Lodiamla  dunque  unitamente  e  tutti 
Cantiamo  a  prova.  Udite,  amanti,  udite 
D'una  fida  speranza  un  fido  amore; 
Questi  ch'in  gioia  vive, 
Se  ben  talor  ferito  a  morte  giace 
Da  quegl'occhi  d'amor,  luci  serene, 
Per  non  poter  morir  sol  vive  in  pene. 
Dolcissimi  martiri, 
Messaggieri  del  cor,  dolci  sospiri; 
Fate  voi  fede  che  sol  vive  amante. 
Sol  ha  piacere  e  gioia 
Chi  per  fida  speranza  avvien  che  moia; 
Ne  si  può,  ne  si  deve 
Dalla  fede  tradir  chi  vive  in  fede  (1). 


(1)  Nella  stampa  originale  seguono  alcuni  altri  Madrigali 
musicati. 


Solerti,  L'orìgine  del  Melodramma. 


186  l'origine  del  melodramma 


GIOVAN  BATTISTA  DONI.  -  Descrizione  delle 
opere  sulla  musica. 

D'importanza  capitale  per  gli  studi  storici  sopra  la 
musica  sono  senza  dubbio  le  opere  molteplici  di  quel 
versatile  ingegno  che  fu  Giovan  Battista  Doni. 

La  biografia  di  lui,  con  la  biliografìa  degli  scritti,  si 
legge  nelle  Notizie  letterarie  ed  istorìche  intorno  agli  uo- 
mini illustri  dell'Accademia  fiorentina.  Parte  2)rima  (1).  In 
Firenze  MDCC.  Per  Pietro  Matini  Stampatore  Arcivesco- 
vile, pp.  336-44;  ma  più  compiuta  l'una  cosa  e  l'altra 
si  ha  dall'opera  Aug.  Mae.  Bandini  ]  Commentariorvm] 
De  vita  et  scriptis  \  Joanni  Bapt.  Donj  |  Patricii  Fiorentini  \ 
Olim  Sacri  Cardinal.  Collegii  a  secretis  \  Libri  qvinqve  \ 
Adnotationibvs  illvstrati  \  Ad  Silvivm  Valenti  \  S.  R.  E. 
Presbyt.  Card.  Ampliss.  \  Accedit  Ejvsdem  Doxj  Literarivm 
commercivm  \  Nvnc  primvm  in  Ivcem  editvm  \  [impresa]  J 
FLORENTIAE  |  Typis  Caesareis  |  M.D.CC.LV  |  Svperio- 
rvm  adprobatione  ;  dove  la  bibliografia  occupa  le  pa- 
gine  CXI-CXVI. 

Delle  opere  del  Doni  esiste  una  grande  edizione  che 
oggi  è  divenuta  assai  rara  ed  è  molto  pregiata  :  di  questa 
darò  l'indicazione  e  gli  indici,  traendone  quelli  estratti 
che  ho  stimato  convenire  a  questa  raccolta. 

Jo.  Baptistiae  Doni  Patrici  Fiorentini  Lyra  Barberina 
AMOIXOPAOZ.  Accedunt  eiusdem  opera  p)l(iraque  nondum 
edita,  ad  veterem  musicam  illustrandatn  pertinentia.  Ex  au- 


(1)  Sola  pubblicata;    il    rimanente  dell'opera  forma  il 
manoscritto  ci.  IX,  n^  42  della  Magliabechiana  di  Firenze. 


l'oeigine  del  melodramma  187 

tographis  collegit  et  in  lucem  proferre  curavit  Antonio 
Francisco  Gorius,  Basilic.  Bapt.  Fior.  Olim  Praep.  Distri- 
buta in  Tomos  IL  Absoluta  vero  studio  et  opera  Jo.  Bapti- 
stae  Passeri  Pisaurensis  cuni  Praefationihus  eiicsdem,  Flo- 
rentiae,  typis  Caesareis,  anno  MDCCLXllI  ;  fol. 

Questo  primo  volume  contiene  ; 
I.      Commentarii  de  Lijra  Barberina. 
IL    De  Praestantia  Musicae  veteris  (1). 

III.  Progymnastica  musicae  pars  veterum  restituta  et  ad 
hodiernam  praxim  redacta  libri  II. 

IV.  Dissertano  de  musica  sacra  recitata  in  Academìa  Ba- 
siliana,  Romae,  anno  1640. 

V.  Due  trattati  di  G.  B.  Doni,  Vuno  sopra  il  genere  enar- 
monico, l'altro  sopra  gV instrumenti  di  tasti  di  diverse 
armonie  con  cinque  discorsi,  il  primo,  del  sintono  di  Di- 
dimo e  di  Tolomeo;  il  secondo  del  diatonico  equabile  di 
Tolomeo  ;  il  terzo,  qual  specie  di  diatonico  si  usasse  dagli 
antichi  e  quale  oggi  si  pratichi;  il  quarto,  della  disposi- 
zione e  facilità  delle  viole  diarmoniche;  il  quinto,  in  quanti 
modi  si  possa  pìraticare  V accordo  perfetto  nelle  viole  diar- 
moniche. 

Il  secondo  volume  s'intitola: 

De'  Trattati  Di  Musica  \  Di  Gio.  Battista  Doni  |  Pa- 
trizio fiorentino  \  Tomo  secondo  \  Ne'  quali  si  esamina  e 
dimostra  la  forza  \  e  V ordine  della  musica  antica  \  e  per 
qual  via  ridar  si  possa  alla  \  pristina  efficacia  la  modertia  \ 
Raccolti  e  pubblicati  per  opera  \  Di  Anton  Francesco 
Gori  I  Già  proposto  \  della  Basilica  del  Battistero  di  Fi- 
renze I  e  pubblico  professore  d'istorie.  |  Aggiuntovi  un  les- 
sico delle  voci  musiche,  \  e  Vindice  generale,  per  opera  e 
studio  I  del  p.  Maestro  |  Gio.  Battista  Martini  |  Minor  con- 


(1)  Questo  trattato  era  già  stato  edito  dal  Doni  istesso  : 
De  praestantia  musicae  veteris  libri  tres  totidem  dialogiis 
comprehensi  in  quibus  vetus  et  recens  musica  cum  singulis 
earum  partibus  accurate  inter  se  conferuntur,  Firenze, 
1643,  4^ 


188  l'okigine  del  melodramma 

ventuale  \  e  celeberrimo  professor  di  musica  in  Bologna.] 
[fregio]  I  IN  FIRENZE  I  l'anno  MDCCLXIIL  |  Nella  Stam- 
peria Imperiale.  |  Con  licenza  de'  Superiori;  fol. 

Precede,  pag.  v-xi,  una  prefazione  del]' ab.  Gio.  Bat- 
tista Passeri;  e  quindi,  pag.  xii,  l'Indice  dell'opere  con- 
tenute in  questo  secondo  tomo,  che  qui  appresso  : 

I.  Prefazione,  ecc.  ....     pag.         v 

IL         Trattato  della  Musica  scenica      .        .  „         1 

in.  Lezione  prima  recitata  in  camera  del  Sig. 
Cardinale  Barberino  nel  1624  se  le  Azioni 
Dramatiche  si  rappresentavano  in  musica 
in  tutto  0  in  parte  .         .         .         .  «     145 

IV.  Lezione  seconda  recitata  nell'istesso  luogo  e 

anno „     153 

V.  Discorso  all'Eminentiss.  Sig.  Card.  Barberino 

del  conservare    la    salmodia  de'  Greci  re- 
candola nella  nostra  intavolatura  .  ^     161 

VI.  Lezione  prima,  del  modo  tenuto  dagli  anti- 

chi nel    rappresentare   le   Tragedie    e    le 
Commedie ^     163 

VII.  Lezione  seconda,  sopra  la  Rapsodia,  recitata 

nell'Accademia  della  Crusca    .         .  „     181 

VIII.  Lezione  terza,  sopra  il  Mimo  antico,  recitato 

nella  medesima  Accademia     .         .  „     186 

IX.  Lezione  quarta,  sopra  la  Musica  scenica,  re- 

citata nell'istessa  Accademia  .         .  „     192 

X.  Lezione  quinta,  sopra  la  Musica  scenica,  re- 

citata nell'istessa  Accademia  .         .  „     198 

XI.  Discorso  della  Ritmopeia  de'  versi  Latini  e 

della  Melodia  de' Cori  Tragichi:  al  signor 
Gio.  Jacopo  Buccardi       ...  „     203 

XII.  Degli  obblighi  ed  osservazioni  de'  Modi  Mu- 

sicali: al  sig.  Pietro  Eredia    .         .  „     226 

XIII.  Discorso  mandato  da  Gio.  De  Bardi  a  Giulio 

Caccini,  detto  Romano,    sopra   la   musica 
antica  e  '1  cantar  bene   ...  „     233 

XIV.  Della  musica  dell'età  nostra,  che  non  è  punto 

inferiore,  anzi  è  migliore  di  quella  dell'  età 


l'origine  del  melodeamma  189 

passata:  al  sig.  Lelio  Guidiccioni.  Discorso 

di  Pietro  della  Valle       .         .         .    pag.     249 

XV.  Lettera  del  R.  Maestro  Gio.  Batista  Martini 

Minor  Conventuale,  celeberrimo  professor 
di  Musica  in  Bologna,  all'  ab.  Gio.  Battista 
Passeri  da  Pesaro,  Auditor  di  Camera  del- 
l'Eminentiss.  Legato  di  Ferrara      .  „     265 

XVI.  Io.    Baptistae    Martinii    Min.    Conventualis 

Bononiensis  Onomasticum  seu  synopsis 
Musicarum  Graecarum  atque  obscuriorum 
vocum,  cum  earum  interpretatione  ex  ope- 
ribus  Jo.  Bapt.  Donii       ...  r     268 

XVII.  Indice  generale  delle  materie  de'  due  Tomi 

delle  opere  musicali  di  Gio.  Battista  Doni  „     276 

XVIII.  Appendice  a'  Trattati  di  Musica  di  Gio.  Bat- 

tista Doni  contenente  una  nuova  operetta 

del  medesimo  sopra  la  Musica  scenica     ^         1 

XIX.  Frammento  d'un  Trattato  della  Musica  degli 

Antichi  e  delle  Macchine  sceniche  di  un 
Anonimo,  tratto  da  un  Codice  della  Li- 
breria Magliabechiana       .        .        .         „       98 

Di  tali  scritture,  quella  più  importante  per  la  storia 
del  melodramma  è  senza  dubbio  il  Trattato  della  musica 
scenica  col  quale  si  apre  il  secondo  volume,  e  però  di 
questo  darò  alcuni  estratti,  premettendo  tuttavia  l'indice 
generale  dei  capitoli  di  cui  si  compone. 

TRATTATO  DELLA  MUSICA  SCENICA 
Indice  dei  cajntoli. 

I.  Del  Mimo  antico,  delle  Favole  Atellane  e 

degl'Intermezzi ....         pag.         1 

IL  Si  mostra  coli' autorità  d'Aristotile  e  di 
Tito  Livio  che  non  si  cantavano  i  cori 
soli r         ^ 


190  l' ORIGINE   DEL    MELODRAMMA 

III.  S'esamina  un  bel  passo  di  Tito  Livio  dove 

parla  dell'origine  de'  Giuochi  scenici,  pag.         7 

IV.  Che  è  molto  meglio  il  cantare  parte  delle 

azioni  che  tutte  intere         .         .  «         8 

V.  Si  dimostra  con  altre  ragioni  che  la  com- 

mozione di  affetto  in  scena  richiede  il 
canto  e  non  il  parlare  quieto  e  non  in- 
terrotto de'  diverbii     .         .         .  «       H 

VI.  A  quali  specie  di  azioni  drammatiche  con- 

venga pili  o  meno  la  melodia    .  „       14 

VII.  Opinioni  di  alcuni  circa  le  parole  che  si 

cantano  e  della  grandezza  de'  versi      „       16 
Vili.  Dell'abuso  delle  rime      ...  „       19 

IX.  Dell'origine  ch'ebbe  a'  tempi  nostri  il  can- 

tare in  scena        ....  »       22 

X.  Che  la  musica  scenica  si  può  perfezionare 

assai      ......  „       25 

XI.  Si  risponde  ad  alcune  obbiezioni  e  si  mo- 

stra in  che  differisca  lo  stile  recitativo 

dal  rappresentativo  ed  espressivo  „       28 

XII.  In  quanti  modi  si  prenda  il  recitare  e  qual 

sorte  di  melodia  convenga  alle  favole  o 
azioni  bene  osservate  ...  «31 

XIII.  Dello  stile  convenevole  alle  rappresenta- 

zioni, pastorali  e  simile  azioni  osservate, 
e  come  esattamente  si  possano  espri- 
mere gli  accenti  della  favella    .  „       33 

XIV.  Che  per  rendere  la  musica  affettuosa  e  per- 

fetta è  necessario  rimuovere  l'uso  de'  ge- 
neri e  de'  modi  antichi       .         .  «       36 

XV.  Quanto  male  intesa  sia  oggi    la   materia 

de'  generi  e  de'  modi  ...  »       37 

XVI.  Quanto  sia  grande  la  diversità  tra  i  modi 

antichi  e  i  nostri  ...  n       41 

XVII.  Che  per  la  restaurazione  de'  generi  gì' in- 

strumenti di  tasto  non  sono  molto  a  pro- 
posito :  e  dell'origine  dell'organo  „       44 

XVIII.  Come  li  generi  e  i  modi    si   possano  an- 

ch'essi praticare  ....  „       45 


L  ORIGINE    DEL    MELODRAMMA 


191 


XIX.  Quanto  sia  comoda   ed  utile    la   predetta 

divisione  ed  invenzione        .         .     pag. 
Della  divisione  degli  organi  ed  altri  istru- 
menti  di  tasti    per   l'uso    de'  generi  e 

dei  tuoni „ 

Del  modo  di  accordare  l'organo  perfetto  „ 

Del  variare  la  melodia  con  diverse  cadenze 

e  con  l'uso  di  vari  tuoni     .         .  „ 

Dell'uso  delle  corde  accidentali    e   uscite 

di  tuono r 

Altri   avvertimenti  più  generali  circa   la 

musica  scenica  e  suoi  ornamenti  ^ 

Dell'imitazione  di  quello  che  si  dice  e  si 

canta „ 

Della  melopeia        ....  „ 

Alcune  osservazioni   intorno  all'uso  della 

melopeia „ 

Alcune  altre  osservazioni  particolari         ^ 
Dell'assegnare  a  ciascun  personaggio  con- 
venevole voce  0  tuono         .         .  y. 
Delle  Virtìi   e  Vizi    e    simili   personaggi 

ideali „ 

De'  cori    .         .         .         .  ^      .         .  „ 
Della  favella  de'  cori      ...  „ 
Del  Ballo  e  Passeggio  de'  cori       .  „ 
Della  melodia  e  concento  de'  cori  .           „ 
Qual  sorte  di  concento  sia  più  riuscibile  „ 
Si  mostra  che  i  cori  antichi    erano  ordi- 
nati in  questa  guisa    ...  „ 
XXXVII.  Dell'accompagnamento  degl'instrumenti  „ 
XXXVIII.Di  alcune  altre  sorte  d'instrumenti  „ 
XXXIX.     Altre  considerazioni    in    materia  degl'in- 
strumenti e  del  ballo  ...  „ 
XL.            Che  è  cosa  ridicola  che  gli  attori  cantino 
e  insieme  ballino  e  suonino        .  ^ 
XLI.          Dell'accompagnamento  del  suono  col  par- 
lare scenico r 

XLII.         Come  il  suono  si  possa  accordare  con  la 


XX. 


XXI. 

XXII. 

XXIII. 
XXIV. 
XXV. 

XXVI. 

XXVII. 

XXVIII. 
XXIX. 

XXX. 

XXXI. 

XXXII. 

XXXIII. 

XXXIV. 

XXXV. 

XXXVI. 


47 


48 
56 

63 

66 

69 

73 

77 

80 
82 

85 


90 
92 
93 
97 
100 

102 
104 
107 

114 

115 

117 


192 


L  ORIGINE    DEL    MEL0DEAM3IA 


XLIII. 


XLIV. 


XLV. 


XLVL 

XLVII. 

XLVIIL 

XLIX. 


voce    di    chi   parla    semplicemente  e  de' 
cembali  antichi    ....     pag. 
Del  Tonorio  di  Caio   Gracco    e    dell'  aria 
propria  o  accenti  della  Lingua  italiana  „ 
Per   qual    cagione  la  musica  scenica  non 
sia  cresciuta  a  poco  a  poco;  e  della  di- 
versità di  stile  de'  primi  autori  di  essa  „ 
Delle  qualità  naturali  e  artificiali  che  si 
richiedono    nel    compositore   di  queste 
siche  sceniche  ....  „ 

Di  alcune  avvertenze  che  devono  avere  gli 
muautori  stessi     ....  „ 

De'  teatri  antichi  e  loro  vasi  .  „ 

Della  disposizione  ed  effetto  di  detti  vasi  „ 
Alcune  considerazioni  circa  i  detti  vasi  „ 


120 


124 


127 


129 

132 
135 
139 
142 


Come  appare  dalla  tavola  generale  del  II  volume  delle 
Opere,  al  n''  XVIII  in  appendice,  è  pubblicata  una  nuova 
operetta  sopra  la  Musica  scenica.  Io  non  so  tuttavia  per- 
suadermi che  si  tratti  di  una  nuova  operetta,  o  non  piut- 
tosto di  una  primitiva  redazione  dell'altro  Trattato;  i 
primi  capitoli  si  corrispondono  in  quest'ordine: 


Trattato 

IV 

V 

VI 
VII-VIII 

IX 

X 


Appendiot 
1 

II 

III 

IV-V 

VI 

VII 


Poi  le  due  scritture  proseguono  diversamente,  ma  non 
senza  che  interi  brani  si  ritrovino  eguali  in  entrambe  o 
con  lievi  mutazioni  di  forma. 

Comunque,  ecco  altresì  l'indice  di  questa  appendice. 


Introduzione  al  trattato  ....     pag. 

Se  nelle  azioni  Dramatiche  interveniva   il   canto 

ed  in  quali  parti  ....  „ 


l'origine   del    ilELODRAMMA  193 


Trattato  della  musica  scenica. 

L  Che  è  molto  meglio  cantar  parte  delle  azioni 

che  tutte  intere        ....     pag.         1 

li.  Si  dimostra  con  altre  ragioni  che    la    com- 

mozione d'affetto  in  scena  richiede  il  canto 
e  non  il  parlare  quieto  e  non  interrotto 
dei  diverbi!       .....  „         3 

III.         A  quali  sorti  d'azioni  dramatiche  convenga 

più  0  meno  la  melodia   ...  „         6 

IV  e  V.  Quale  deva  essere  la  favella  delle  azioni  che 
si  cantano  e  dell'  abuso  odierno  nel  con- 
trappunto e  nelle  rime  ...  „         7 

VI  Dell'origine  che  ebbe  il  cantare  in  scena  e 

lo  stile  recitativo     .         .         .         .  „       12 

VII.  Che  la  musica  scenica  si  può  perfezionare 
assai  e  che  lo  stile  recitativo  non  gli  con- 
viene del  tutto         .        .        .        .  „       15 

Vili.  Quale  debba  essere  la  melodia  scenica  ed 
in  qual  conto  s' abbia  a  tenere  lo  stile  re- 
citativo       n       1'^ 

IX.  Quale  sia  l'epica  poesia  e  dell'uso  antico  di 

cantare  i  poemi        .         .         .         .  ,,19 

X.  Che  i  poemi  si  doverebbono  recitare  in  pub- 

blico con  ornate  melodie  in  questo  stile 
recitativo b       21 

XI.  Dello  stile  proprio  delle  azioni  drammatiche 

e  quello  che  in  esso  si  deve  osservare     „       23 

XII.  Alcuni  precetti  per  la  musica  scenica  „       28 

XIII.  Alcune    altre    osservazioni  per    le    musiche 

sceniche «       32 

XIV.  Della  proprietà  del   grave    e    acuto  per  gli 

affetti ,38 

XV.  Alcune   altre    osservazioni  per  chi  compone 

in  questo  stile b       41 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  25 


194  l'okigine  del  melodramma 

XVI.  D'alcune    avvertenze  che  devono    avere    gli 

attori  stessi pag.      45 

XVII.  Delle  qualità  naturali  e  artifìziali  che  deve 

avere  un  compositore    di  questa   sorte   di 
musiche «       46 

XVIII.  Delle  cadenze,  e  come  si  debbano  praticare 

in  questa  musica  scenica         .        .  ^51 

XIX.  Della  musica  corica     .         .         .         .  ^  ^^ 

XX.  Della  musica  corica     ....  «  61 

XXI.  Dell'osservanza  del  ritmo  ne'  cori      .  ^  73 

XXII.  Della  melodia  e  concento  ne'  cori      .  ^  75 

XXIII.  Del  concento  de'  cori  ....  «  78 

XXIV.  Come  piti  voci  dispari  possano  cantare  un'aria 

medesima ,       82 

XXV.  Qual  sorte  d'instrumenti  e  in  qual  modo  si 

debbano  adoprare  nei  soliloquii  e  ne'  cori  ^       87 

XXVI.  Che  era  differente  uffizio  quello  dell'istrione 

e  quello  del  tragedo         ...  „  96-98 


l'origine  del  melodramma  195 


GIOVANNI  BATTISTA  DONI.  —  Estratti  dal 
Trattato  della  Musica  Scenica. 

CAPITOLO  I. 

Del  Mimo  antico,  delle  Favole  Atellane 
E  DEGLI  Intermezzi. 

Ammette  il  Doni  che  ai  mimi  antichi  e  alle 
atellane  somigliano  le  farse  dei  Francesi  e  i  nostri 
intermedi. 

"  In  queste  farse  de'  Francesi  la  parte  prin- 
cipale suole  appartenere  a  uno  che  fa  da  servo 
e  s'introduce  con  abito  e  faccia  assai  ridicola,  e 
col  parlare  e  discorso  molto  depravato,  a  guisa 
degli  stolti,  0  matti  buffoni,  che  nelFAtellana  si 
dicevano  Macci,  dal  verbo  greco  juaKKoav,  che  vuol 
dire  desipere,  e  più  comunemente  Moriones;  come 
è  la  persona  di  Tabarin  appresso  i  Francesi,  e 
in  Italia  il  Puccinella,  introdotto  da  pochi  anni 
in  qua  e  come  intesi  dal  sig.  Federico  Cesi, 
Principe  di  Acquasparta  (ch'è  stato  ai  dì  nostri 
un  miracolo  di  bontà,  gentilezza  ed  erudizione), 
da  una  terra  del  Principato  di  Salerno,  detta 
Crifone,  dove  gli  uomini,   per  essere  il  sito  pa- 


196  l'origine  del  melodramma 


lustre,  sono  panciuti  e  pallidi  e  parlano  fioco  e 

nel  naso ' 

Ma  perchè  i  soggetti  idonei  sono   tanto  vari, 
questa  sorte  di  favola  è  capace  di  molte   altre 
invenzioni  ingegnose  e  dilettevoli;   imperocché, 
lasciando  da  parte  l'oscenità  e  la  troppa  acerbità 
de'  motti,  vi  si  possono  intessere  mille  sorte  di 
burle  e  giuochi  da  veglia,  e  macchinamenti  ri- 
dicolosi,  come  alcuni  furti  (purché  piuttosto  in- 
segnino a  guardarcene  che  a  commetterli)  e  si- 
mili cose.  Quivi  anche  ottimamente  vi  quadrano 
alcuni  balli  giocondi,  come  i  mattacini  ed  altri, 
che    oggi    sono    quasi    dismessi.    Quivi   possono 
aver  luogo  varie  imitazioni  ridicolose,  come  pa- 
rodie e  linguaggi  affettati,    che  oggi  hanno  oc- 
cupate le  commedie:  di   un  vecchio   veneziano, 
di  un  capitano  spagnuolo,  di  un  cuoco  francese, 
di  un  dottore  bolognese,  di  un  servo   lombardo 
0    napolitano,   di  un   vecchio   o   vecchia   fioren- 
tina, di  un  medico  greco,  di  un  pedante  siciliano, 
di  un  rigattiere   giudeo,  di   un    contadino  peru- 
gino, di  un  ortolano  norcino,  di  uno  scapigliato 
romanesco,  di  un  mercante  o  marinaro  genovese: 
usando  ciascuno  il  linguaggio   del  suo  paese;  e 
parimenti  di  un  ciarlatano,  di  un  astrologo,   di 
un  tavernaro,  di  un  truffatore  e  simili.   Qui   si 
possono  ancor  rappresentare  con  garbo  uccella- 
tori, frugnolatori,  ingegnosamente  introdotti  per 
intermezzi   dal    nostro   sig,   Michelangiolo   Buo- 
narruoti  nella  sua  Tancia  e  quivi  si  possono  imi- 
tare tutte  le  sorti  di  costume  depravato,  come 
di  alcuni  valetudinari  che  hanno  paura  dell'aria  ; 


l'origine  del  melodramma  197 

di  alcuni  scrupolosi  osservatori  della  grammatica, 
clie  non  ammettono,  in  latino,  se  non  le  frasi  e 
parole  di  Cicerone,  e  in  volgare  del  Boccaccio 
solo  ;  e  di  alcuni  antiquari  clie  non  apprezzano 
se  non  rancidumi  e  parole  dismesse;  di  certi 
cerimoniosi  che  consumano  l'ore  intere  in  di- 
scorsi affettati  e  riverenze,  inchini  o  berrettate, 
contese  di  precedenza  ecc.;  di  certi  zerbini  e 
attillati  che  consumano  mezzo  il  giorno  in  ve- 
stirsi ed  arricciarsi  i  capelli  e  profumarsi.  Pari- 
mente vi  hanno  luogo  le  gelosie  soverchie  de' 
mariti;  gli  umori  malinconici  di  alcuni  scemi: 
per  esempio,  d'uno  che  si  pensava  di  avere  la 
testa  di  vetro;  gl'incantesimi,  le  negromanzie, 
l'apparizione  de'  folletti,  gl'incendi,  questioni, 
re,  nozze  ed  altre  feste  di  contado,  e  quasi  ogni 
sorte  di  accidente  umano  più  ridicoloso  e  stra- 
vagante. Insomma  io  loderei  che  dopo  le  tra- 
gedie e  rappresentazioni  gravi  si  recitasse  una 
di  queste  farse,  la  cui  favola  non  fosse  lunga; 
ma  ingegnosa  e  nuova  d'invenzione,  e  abbon- 
dante di  sali  arguti  e  faceti,  e  recitata  con  viva  ed 
espressiva  azione,  con  maschere  artij&ziosamente 
formate  sul  modello  di  un'affettata  fisionomia, 
come  erano  quelle  degli  antichi  Greci,  e  come 
le  ha  usate  il  Cavaliere  Bernino  in  Roma  nelle 
commedie  che  egli  ha  fatto  rappresentare  così 
al  vivo  dai  giovani  dell'Accademia  del  disegno, 
le  quali  s'accostavano  assai  a  quelle  commedie 
de'  greci  che  propriamente  si  dicevano  antiche; 
come  anco  quelle  del  sig.  Michelagnolo  Buonar- 
ruoti,  che  esprimono  gentilmente  e  motteggiano 


198  l'origine  del  melodramma 

con  attica,  anzi  toscana  piacevolezza  i  corrotti 
costumi  degli  uomini.  Queste  dunque  potranno 
servire  in  gran  parte  per  modello  de'  Mimi  o 
farse  suddette,  le  quali  senza  fallo  molto  piti 
diletteranno  che  queste  commedie  odierne,  nelle 
quali  si  sentono  quasi  sempre  le  medesime  cose 
e  vedonsi  i  medesimi  personaggi.  E  chi  non  si 
appagasse  dell'esempio  degli  antichi  e  degli 
odierni  francesi,  ed  avesse  per  cosa  convenevole 
che  nelle  sale  dei  grandi,  dove  per  ordinario  si 
recitano  queste  azioni  in  musica,  si  sentissero 
simili  farse  e  zannate,  di  gran  lunga,  a  giudizio 
mio,  s'ingannerebbe;  perchè  si  come  si  sogliono 
talvolta  introdurre  in  palco  di  per  se,  perchè 
non  sarà  lecito  proporle  alle  azioni  gravi  per 
farle  comparire  maggiormente  per  la  regola  de' 
contrari,  e  dar  gusto  a  quelli  che  si  dilettano 
più  delle  favole  ridicolose,  che  delle  tragiche  e 
piangevoli?  „ 


CAPITOLO  IV. 

Che  è  molto  meglio  cantare 
parte  delle  azioni  che  tutte  intere. 

Dimostra  prima  VA.  che  le  lunghe  musiche  ge- 
nerano tedio;  se  le  rappresentazioni  non  fossero 
tutte  in   musica   Vaiitore   di  esse  potrebbe  fare  il 


l'origine  del  melodramma  199 

libretto  'più  perfetto  di  lunghezza,  non  soverchio 
però  come  il  Pastor  fido. 

[p.  9]  "  Ma  io  vorrei  che  le  azioni,  così  tra- 
giche come  comiche,  non  fossero  meno  di  mille 
versi  interi,  ne  più  di  mille  cinquecento,  come 
vediamo  essere  quelle  degli  antichi  e  con  poche 
scene  per  ciascun  atto,  per  molte  e  importanti 
ragioni,  che  altrove  ho  spiegato  „   (1). 


(1)  Questa  teoria  che  fosse  meglio  alternare  recitazione 
e  canto  era  una  delle  idee  fìsse  del  Doni.  Anche  nella 
Lezione  V  (p.  198  del  Trattato)  dopo  aver  ripetuto  su  per 
giù  quanto  qui  è  detto  prosegue:  , 

[P.  201].  "  Del  restante  perchè  si  può  ragionevolmente 
dubitare  che  quel  passare  di  secco  in  secco  dalla  favella 
al  canto  e  dal  canto  alla  favella  non  facesse  buon  effetto, 
voglio  che  sappiate  che  ancor  a  questo  c'è  rimedio,  il 
quale  volentieri  sottoporrei  al  giudizio  vostro  se  la  bre- 
vità del  tempo  e  il  mio  instituto  di  non  ridire  cose  già 
dette,  me  ne  permettesse  il  racconto,  avendone  di  già 
parlato  nel  sopradetto  Discorso  stampato  {Il  Discorso  sesto 
a  D.  Camillo  Colonna).  Or  qui  voglio  aggiungere  che  non 
è  altrimenti  cosa  nuova  il  mischiare  in  un'  istessa  tra- 
gedia la  favella  col  canto;  poiché,  per  quanto  mi  vien 
riferito,  in  questa  maniera  fu  rappresentato  in  Roma  il 
Mimo  del  padre  Stefonio  e  qualche  altro  Drama  in  Man- 
tova, dove  con  gran  magnificenza  simili  spettacoli  si  so- 
levano celebrare  nel  tempo  del  Duca  Ferdinando,  che, 
come  sapete,  fu  principe  più  che  mezzanamente  erudito 
e  della  musica  e  della  poesia  al  pari  d'ogni  altro  inten- 
dente; anzi  è  stata  praticata  da  alcuni  con  qualche  con- 
venienza. Questa  diversità  di  far  recitar  cantando  le  Deità 
in  scena  e  gli  altri  personaggi  favellando  semplicemente, 
non  solo  in  questi  paesi,  ma  anco  in  Bracciano,  come 
dal  signor  Duca  medesimo  non  ha  molto  in  Roma  mi  fu 


200  l'origine  del  melodramma 

/  diverbi  e  colloqui  recitati  da  commedianti  di 
professione,  e  gli  a  soli  da  cantori:  per  non  va- 
riare la  persona  usare  la  maschera.  Così  occorre- 
rebbe meno  spesa  di  cantori^  e  si  potrebbero  scegliere 
i  migliori.  Con  ciò: 

"  impiegandosi  minor  numero  di  cantori,  si 
scemerebbe  la  spesa,  la  quale  oggi  riesce  ecces- 
siva a  voler  fare  cosa  buona;  e  quello  che  si 
risparmiasse,  potrebbono  i  Principi  utilmente 
spendere  in  altro  ;  come  sarebbe  in  fare  vestiti 
a  posta  per  le  azioni  che  si  recitano,  cioè  va- 
riati secondo  le  diversità  de'  secoli  e  delle  na- 
zioni diverse,  e  con  qualche  premio  eccitare  i 
virtuosi  a  fare  studio  negli  abiti  antichi:  al  che 
è  necessaria  lunga  fatica  e  dispendio,   perchè  è 


raccontato  ;  le  quali  sorti  di  recitazione,  con  tutto  che 
abbiano  recato  diletto  e  soddisfazione,  per  quello  che  ne 
ho  inteso,  tuttavolta  tengo  per  costante  che  molto  più 
diletterebbono  con  quell'accoaipagnaniento  d'instrumenti 
che  nel  sopradetto  Discorso  già  dichiarai  „. 

Infatti  nel  Discorso  sesto  sopra  il  recitare  in  scena  con 
l'accompagnamento  d'instrumenti  musicali.  A  D.  Camillo 
Colonna,  (nelle  Annotazioni  sopra  il  Compendio  de'  Generi 
e  Modi  della  Musica  ecc.,  Roma,  1640,  p.  359),  egli  ripete 
la  medesima  osservazione  qui  fatta  :  ''  Con  tutto  ciò  in- 
tendo che  gran  satisfazione  dessero  già  in  Mantova  alcune 
azioni  fatte  rappresentare  dal  Duca  Ferdinando,  principe 
molto  erudito,  le  quali  in  certe  parti  si  cantavano  ed  in 
altre  semplicemente  si  recitavano  senza  altro  aiuto  di 
instrumenti  :  come  anco  fu  rappresentato  il  Mimo  del 
padre  Stefonio  nel  Collegio  Romano,  che  tuttavia  piacque 
assaissimo  „  [pp.  365-66]. 


l'origine  del  melodramma  201 

di  mestieri  fare  raccolta  di  buon  numero  di  di- 
segni di  statue  e  bassorilievi  più  rari,  e  confron- 
tarli con  varie  sorte  di  autori,  e  in  questa  ma- 
niera quando  occorresse  rappresentare  qualche 
tragedia  con  tutti  i  debiti  requisiti  si  potrebbono 
vestire  i  personaggi  conforme  l'uso  di  quel  se- 
colo e  di  quella  nazione,  e  verrebbesi  a  perfe- 
zionare quest'arte  notabilmente.  „ 

[p.  11]  "E  questa  usanza  di  variare  le  azioni 
col  canto  e  con  la  favella  semplice  intendo  che 
già  si  praticasse  in  Mantova  (dove  con  gran 
magnificenza  simili  spettacoli  si  solevano  cele- 
brare) nel  tempo  del  duca  Ferdinando,  principe, 
come  a  tutti  è  noto,  della  musica  e  della  poesia 
molto  intendente,  anzi  nella  filosofia  e  nell'altre 
scienze  più  che  mezzanamente  esercitato  „. 


CAPITOLO  VI. 

A    QUALI    SPECIE   DI   AZIONI   DRAMMATICHE 
CONVENGA   PIÙ    O    MENO    LA   MELODIA. 

[p.  14]  "  Dalle  cose  sin  qui  dette  non  sarà 
difficile  il  comprendere  a  quali  sorte  di  azioni 
in  specie  più  si  confaccia  la  musica  o  melodia; 
imperocché  per  le  ragioni  adotte  si  conosce  che 
la   tragedia    ne  è  più    capace  che    la    comedia, 

Solerti,  L'origine  del  JTelodramma.  26 


202  l'origine  del  melodramma 

avendo   quella   i  cori  e  i  cantici,   che   senza  il 
canto  perdono  il  nome  e  l'essenza  „     .     .     .     . 

Nelle  commedie  e  farse  non  ammette  che  caìi- 
zonette  inframmezzate  al  dialogo. 

"  Nelle  tragicomedie  poi,  siccome  elle  sono 
mezzane  fra  la  tragedia  e  la  commedia,  e  quasi 
composte  dell'una  e  dell'altra,  si  può  dire  che 
mezzanamente  vi  si  adatti  la  musica  rappresenta- 
tiva (usando  questo  termine  per  escludere  quella 
delle  canzoni,  che  non  sono  parti  essenziali  della 
favola)  e  però  vi  si  potranno  perlopiìi  i  soliloqui 
mettere  in  musica,  e  i  cori  se  vi  saranno.  Ma 
perchè  queste  tragicommedie  si  possono  ridurre 
a  due  capi  principali,  di  Rappresentazioni  spiri- 
tuali [p.  15]  e  di  Pastorali,  di  amendue  diremo 
qualche  cosa. 

Per  Rappresentazioni  non  intendiamo  quelle 
goffe  e  plebee,  che  vanno  per  le  leggende  o  che 
si  usano  dalle  monache,  perchè  queste  non  me- 
ritano di  essere  annoverate  tra  le  altre  poesie  ; 
ma  di  quelle  solite  e  ben  tessute  con  arte  e  fa- 
vella poetica,  quale  è  il  S.  Alessio  dell'ingegno- 
sissimo monsignore  Giulio  Rospigliosi  piìi  volte 
rappresentato  e  sempre  con  applauso  universale 
ricevuto.  Di  tal  sorte  di  rappresentazioni  dunque 
intendo  (che  sole  doverebbono  praticarsi  anche 
da  persone  idiote)  nelle  quali  loderei  che  si  usasse 
il  canto  come  nelle  tragedie;  introducendovisi 
anco  i  cori,  quando  ci  saranno  persone  a  pro- 
posito per  cantarli  e  ballarli  come  converrebbe. 


l'origine  del  melodramma  203 

Vi  entrano  anco  benissimo  canzonette,  purché 
non  siano  troppo  frequenti:  che  allora  come  cose 
staccate  non  potranno  giammai  dare  diletto  alle 
persone  di  buon  gusto. 

[p.  15]  Quanto  poi  alla  pastorale  (che  tiene 
oggi  il  luogo  del  dramma  satirico  de'  Greci,  ed 
è  stata  una  bella  e  leggiadra  invenzione,  benché 
alcuni  con  piccole  ragioni  l'abbiano  biasimata, 
perchè  dagli  antichi  non  fu  conosciuta)  io  direi, 
che  siccome  questa  specie  suole  avere  più  del 
poetico  e  astratto  che  le  commedie  e  le  rappre- 
sentazioni, e  si  usa  comporlo  quasi  sempre  di 
soggetti  amorosi  e  con  stile  fiorito  e  soave 
(come  si  vede  nelYAìninta  e  nel  Fastorfido)  così 
anco  se  gli  potesse  concedere  di  avere  la  me- 
lodia in  tutte  le  sue  parti,  massime  perchè  vi 
si  rappresentano  deità,  ninfe  e  pastori  di  quel- 
l'antichissimo secolo,  nel  quale  la  musica  era 
naturale  e  la  favella  quasi  poetica;  e  perciò  i 
pili  antichi  scrittori  de'  Greci  si  sa  che  furono 
i  poeti  molto  prima  che  l'arte  ne  fosse  stabilita, 
e  molto  avanti  loro  i  patriarchi  e  i  profeti  Ebrei 
naturalmente  poetarono,  come  si  vede  da  quel 
sublime  cantico  di  Mosè.  Oltreché  per  essere  la 
pastorale  invenzione  nuova,  molto  piti  convenien- 
temente si  può  formare  in  questo  stile  così  breve 
non  conosciuto  dagli  antichi,  e  dividersi  in  tre 
atti  soli,  con  sei  o  settecento  versi  al  più,  acciò 
anco  conforme  l'uso  moderno  in  tutte  le  sue 
parti  si  possa  modulare:  tanto  ci  è  a  dire,  che 
io  approvi  quella  smisurata  lunghezza  del  Pastor- 
fido.  E  veramente  se  noi  consideriamo  che  questa 


204  l'okigine  del  melodeamma 


sorte  di  favola  non  ha  il  ridicolo  come  la  com- 
media, ne  il  grande  e  meraviglioso  della  tra- 
gedia, possiamo  fare  ragione  che  se  la  favola 
non  è  bellissima,  la  favella  ornatissima,  e  la  rappre- 
sentazione fatta  con  molta  maestria,  poco  possa 
dilettare  le  persone  che  non  si  contentano  cosi 
di  ogni  cosa.  La  perfezione  dunque  della  rap- 
presentazione in  due  modi  può  trovarsi:  o  quando 
sia  recitata  da  attori  esercitati ssimi  e  pieni  di 
garbo  e  leggiadria  nel  gesto  e  portamento  di 
vita,  quali  ne  ho  veduti  alcuni  in  Francia;  o 
quando  sia  cantata  con  soave  e  proporzionata 
melodia.  Io  so  benissimo  che  i  gusti  son  diffe- 
renti, e  che  tutti  non  saranno  dell'umor  mio, 
tuttavia  credo  che  molti  si  troveranno  che  senza 
le  dette  condizioni  non  potranno  ascoltare  con 
pazienza  questa  sorte  di  favole. 

[p.  16]  Ne  alcuno  mi  apponga  che  l'introdurre 
pastori  così  leggiadri  come  se  fossero  allevati 
in  corte  ed  esercitati  di  continuo  nel  ballo  e 
nella  palestra  sia  contro  il  verosimile;  perchè, 
oltreché  la  verosimiglianza  non  si  cerca  se  non 
quando  è  congiunta  col  ragionevole  e  perfetto  di 
quest'arte,  che  ricerca  il  diletto  e  la  maraviglia 
del  teatro  (e  altrimenti  non  si  adoprerebbe  il 
verso  ne  la  magnificenza  degli  abiti)  non  deb- 
biamo immaginarci  che  i  pastori  che  s'introdu- 
cono siano  di  questi  sordidi  e  volgari  che  oggi 
guardano  il  bestiame;  ma  quelli  del  secolo  an- 
tico, nel  quale  i  più  nobili  esercitavano  quest'arte, 
e  tanto  più  che  vi  s'accompagnano  anco  Ninfe, 
credute  dalla  semplice  gentilità  più  rilevate  del- 


l'origine  del  melodramma  205 

l'umana  condizione.  In  conclusione  mi  pare  che 
il  vero  canto  tanto  si  confaccia  con  le  pastorali, 
che,  sebbene  io  dissi  di  sopra,  parlando  in  ge- 
nerale, non  convenirsi  di  colloqui  o  diverbi, 
tuttavia  in  alcune  di  queste  gli  ammetterei 
(quando  si  eleggesse  di  non  farle  cantare  inte- 
ramente); per  esempio,  nella  scena  prima  del- 
l'atto primo  dell' Aìniìita  quelle  parole  di  Dafne 
"  Stimi  [dunque  nimico  „  ecc.  mi  paiono  capaci 
di  buona  melodia  quanto  qualsivoglia  cantico, 
ancorché  sia  un  diverbio  che  non  continua  un 
istesso  ragionamento  e  proposito;  poiché  vi  si 
vede  gran  mutazione  nel  genere  del  metro  e  ne' 
concetti,  e  favella  più  soave  che  per  l'addietro. 
E  così  non  averci  per  inconveniente  che  il  prin- 
cipio della  scena  susseguente  in  quelle  parole 
di  Aminta  "  Ho  visto  al  pianto  mio  „  ecc.,  fino 
alla  ripresa  di  Tirsi  si  cantasse  formatamente, 
ancorché  non  sia  un  vero  cantore  „  (1). 


CAPITOLO  VII. 
Opinioni  di  alcuni  circa  le  parole 

CHE  SI  cantano  e  DELLA  GRANDEZZA  DE'  VERSI. 

[p.  16-17]  I  compositori  vogliono  le  poesie  corte, 
facili^  leggiadre,  co'   sedisi  interrotti  e  spezzati   e 


(1)  Fu  infatti  musicato  subito  :  v.  la  bibliografia  nella 
mia  ediz.  critica  deìV Aminta  (T.  Tasso,  Opere  minori  in 
versi,  voi.  Ili,  Bologna,  Zanichelli,  1895). 


206  l'okigine  del  melodramma 

"  di  'pochissimi  poeti  si  sodisfanno  e  appena  imo 
in  cento  credono  che  abbia  stile  proporzionato  alla 
musica  „.  Il  Doni  non  è  di  tale  parere. 

[p.  17]  " diciamo  solo  alcuna 

cosa  della  lunghezza  de'  versi  e  delle  rime  ; 
poiché  non  mi  pare  che  la  cosa  oggi  sia  presa 
per  il  suo  verso.  Noi  vediamo  dunque  che  queste 
azioni  per  la  maggior  parte  si  compongono  di 
versetti  piccoli,  massime  settenari,  che  chiamano 
mezzi  versi,  o  sia  per  conformarsi  con  l'opinione 
dello  Speroni,  il  quale  in  tal  forma  compose  la 
sua  Canace  e  con  un  discorso  s'ingegnò  di  pro- 
vare che  tali  versi  convengono  piti  alla  scena 
de'  lunghi,  o  pure  perchè  si  adattano  meglio 
alle  canzonette,  nelle  quali  molti  pensano  che 
consista  la  perfezione  della  musica  teatrale,  o 
perchè  ricevono  la  rima  più  frequente  „. 

Il  Doni  invece  conclude: 

"  Ogni  sorte  dunque  di  versi  potrà  entrare 
ne'  ragionamenti  scenici  e  ne'  cori  ;  ma,  per  mio 
avviso,  con  questa  limitazione,  che  ne'  ragiona- 
menti più  frequenti  saranno  i  lunghi,  e  nel  se- 
condo luogo  i  mezzani  e  non  mai  i  versetti  pic- 
coli. Ma  ne'  cori,  i  meno  frequenti  saranno  i 
lunghi  e  i  piccoli  (perchè  questi  vi  si  potranno 
ammettere)  e  più  degli  altri  i  mezzani.  Quest'altra 
differenza  ancora  si  deverebbe  osservare,  che  ne' 
ragionamenti  scenici  non  si  mescolassero  tanto 
i  grandi   con  i    piccoli;    ma,    verbigrazia,    dopo 


l'origine  del  melodramma  207 

trenta  versi  lunghi,  staranno  bene  dieci  o  do- 
dici mezzani  di  questa  o  quella  specie,  secondo 
le  materie,  massimamente  i  settenari  comuni 
nelle  cose  gravi  o  indifferenti  (come  neW Aminta 
vediamo  praticarsi)  e  gli  ottonari  in  alcune  leg- 
giere e  molto  allegre  „  (1). 


CAPITOLO  IX. 

Dell'origine  che  ebbe  a'  tempi  nostri 
IL  cantare  in  scena. 

[p.  22]  "  In  ogni  tempo  si  è  costumato  di  fram- 
mettere alle  azioni  dramatiche  qualche  sorta  di 
cantilene,  o  in  forma  d'intermedi  tra  un  atto  e 
l'altro,  0  pure  dentro  ristesse  atto,  per  qualche 
occorrenza  del  soggetto  rappresentato.  Ma  quando 
si  cominciassero  a  cantare  tutte  le  azioni  intere, 
fresca  ne  è  ancora  la  memoria;  perciocché  avanti 
a  quelle  che  fece  il  sig.  Emilio  Del  Cavaliere 
gentiluomo  romano  e  intendentissimo  della  mu- 
sica, non  credo  si  sia  praticato  cosa  che  meriti 
di  essere  mentovata.  Di  costui  va  attorno  una 
rappresentazione  intitolata  Dell'anima  e  del  corpo, 
stampata  qui  in  Roma  nel  1600  e  in  essa  si  fa 
menzione  di  una  commedia  grande  rappresentata 


(1)  Nel  capitolo  Vili  si  mostra  contrario  all'uso  delle 
rime. 


208  l'origine  del  melodramma 

in  Firenze  nel  1588  (sic)  per  le  nozze  della  se- 
renissima Granduchessa,  nella  quale  erano  molti 
frammessi  di  musica  da  lui  medesimo  composti; 
dove  anco  due  anni  appresso  si  rappresentò  il 
Satiro  con  le  musiche  delFistesso.  Conviene  però 
sapere  che  quelle  melodie  sono  molto  differenti 
dalle  odierne  che  si  fanno  in  istile  comunemente 
detto  recitativo,  non  essendo  quelle  altro  che 
ariette  con  molti  artifizi  di  ripetizioni,  echi  e 
simili,  che  non  hanno  che  fare  niente  con  la 
buona  e  vera  musica  teatrale,  della  quale  il 
sig.  Emilio  non  potè  aver  lume  per  mancamento 
di  quelle  notizie  che  si  cavano  dagli  antichi  scrit- 
tori. E  ciò  si  conosce  chiaramente  da  certe 
massime  che  egli  mette  avanti,  le  quali  sono  al 
tutto  contrarie  a  quello  che  richiede  il  teatro. 
Tra  l'altre  cose  ei  vuole  che  i  versi  siano  pic- 
coli, come  di  sette  e  di  cinque  sillabe,  e  anco 
di  otto,  con  sdruccioli  e  con  le  rime  vicine,  che 
è  giustamente  un  volere  ridurre  la  musica  sce- 
nica a  barzellette  e  villanelle,  che,  come  accennai 
di  sopra,  servono  propriamente  per  framessi  e 
ripieni  delle  commedie,  massimamente  giocose. 
Vuole  anco  che  bastino  tre  atti  e  che  il  poema 
non  passi  settecento  versetti,  e  altre  sue  chi- 
mere, cavate  dall'odierna  pratica  corrotta.  Non 
vorrebbe  anco  che  la  sala  fosse  capace  che 
di  mille  persone  al  più,  perchè  i  cantori  non 
avessero  a  sforzare  troppo  la  voce;  cose  tutte 
che  si  potrebbero  dare  per  legge  ad  una  com- 
media di  monache,  o  da  giovani  studenti,  e  non 
per  azioni  rappresentate  con  reale  apparato,  che 


l'origine  del  melodramma  209 


tra  le  altre  condizioni  ricliiedono  un  sito  di  com- 
petente   grandezza    e    cantori    eletti,    potendosi 
anco  trovare    rimedi    per    ingagliardire  la  voce 
degli  attori,  come  più  abbasso   si   dirà.   Questa 
dunque  si  può  dire  cbe  sia  stata  la   prima  età 
della  musica  teatrale,  [p.  23]   dopo  tanti  secoli 
rinata  in  Firenze,  come  tante    altre  nobili  pro- 
fessioni,  nella  maniera  che   si   è  visto,   benché 
con  principii  molto  deboli  e   bassi.  Ma  notabile 
accrescimento    fece    poi  cpn    l'introduzione    del 
suddetto  stile  recitativo,  il  quale  è  stato  univer- 
salmente   ricevuto,  e    praticato    oggi    da  molti, 
accortisi  che  universalmente   diletta   più  che  la 
maniera  madrigalesca   per    la  gran  perdita  che 
che  vi  si  fa  del  senso  delie  parole.  Questo  stile 
cominciò  parimente  in  Firenze  intorno  i  mede- 
simi tempi;  sebbene  più  tardi  fu  introdotto  nelle 
scene,  cioè  là  intorno  al  1600,  principio  di  questo 
secolo  e  della  seconda  età  di  questa  musica  sce- 
nica. Era  in  quei  tempi  in  Firenze  il  sig.  Gio- 
vanni   Bardi  de'   conti    di    Vernia    (il    quale  fu 
chiamato  poi  al  servizio  di  papa  Clemente  Vili 
di  felice  memoria,  che  l'amò   teneramente   e  lo 
fece  suo  maestro  di  Camera),  signore  dotato  di 
molte    nobilissime    virtù;   e    sopratutto    grande 
amatore  dell'antichità    e  della    musica,    e  nella 
quale  aveva  fatto  studio  particolare,  cosi  intorno 
la  teorica    come  la   pratica,   componendo    anco 
per  quei  tempi  assai  acconciamente.  Era  perciò 
la  casa  sua  un  continuo  ricetto   de'  più   ameni 
studi,  e  come  una  fiorita  accademia,  dove  si  adu- 
navano spesso  giovani  nobili  per  passare  onesta- 

SoLERTi,  L'origine  del  Melodramma.  27 


210  l'origine  del  melodramma 

mente  l'ozio  in  virtuosi  esercizi  ed  eruditi  di- 
scorsi: e  in  particolare  delle  cose  di  musica  vi 
si  ragionava  molto  frequentemente  e  discorrevasi 
del  modo  di  ridurre  in  uso  quell'antica,  tanto 
lodata  e  stimata,  e  già  per  molti  secoli  spenta, 
insieme  con  altre  nobili  facoltà,  per  l'inonda- 
zioni de'  barbari,  accorgendosi  sopratutto  che, 
siccome  l'odierna  nell'espressione  delle  parole 
era  molto  difettosa,  e  nel  suo  procedere  mal 
graziosa,  così,  a  volere  avvicinarsi  a  quella,  era 
necessario  trovar  modo  che  le  cantilene  si  po- 
tessero più  acconciamente  profferire,  sicché  la 
poesia  si  sentisse  scolpitamente  e  i  versi  non 
si  storpiassero.  Era  in  quel  tempo  in  qualche 
credito  tra'  musici  Vincenzio  Galilei,  il  quale 
invaghitosi  di  quella  dotta  e  virtuosa  adunanza, 
molte  cose  vi  apparò;  e  sì  per  l'aiuto  che  ne 
ebbe,  e  sì  per  il  suo  bell'ingegno  e  continue 
vigilie,  quell'opera  compose  sopra  gli  abusi  del- 
l'odierna musica,  che  è  stata  poi  due  volte  di- 
vulgata con  le  stampe.  Per  la  qual  cosa  ani- 
mato il  Galilei  a  tentare  cose  nuove,  e  aiutato 
massimamente  dal  sig.  Giovanni,  fu  il  primo  a 
comporre  melodie  a  una  voce  sola,  avendo  mo- 
dulato quel  passionevole  lamento  del  conte  Ugo- 
lino scritto  da  Dante,  che  egli  medesimo  cantò 
molto  soavemente  sopra  un  concerto  di  viole. 
La  cosa,  senza  fallo,  piacque  assai  in  generale; 
sebbene  non  vi  mancarono  degli  emoli  che,  punti 
da  invidia,  nel  principio  se  ne  risero:  onde  nel 
medesimo  stile  egli  compose  parte  delle  Lamen- 
tazioni di  Geremia  profeta,   che  furono   cantate 


l'origine  del  melodramma  211 

in  devota  compagnia.  Era  in  quel  tempo  nella 
Camerata  del  sig.  Giovanni,  Giulio  Caccini,  ro- 
mano, di  età  giovanile,  ma  leggiadro  cantore  e 
spiritoso  ;  il  quale,  sentendosi  inclinato  a  tal 
sorte  di  musica,  molto  vi  si  affaticò,  componendo 
e  cantando  molte  cose  al  suono  di  un  instru.- 
mento  solo,  che  per  lo  piti  era  una  tiorba,  tro- 
vata [p.  24]  in  quei  medesimi  tempi  in  Firenze 

da (sic)  detto  il  Bardella.  Costui 

dunque,  ad  imitazione  del  Galilei,  ma  con  stile 
più  vago  e  leggiadro,  messe  in  musica  alcune 
canzonette  e  sonetti  composti  da  poeti  eccellenti, 
e  non  da  rimatori  a  dozzina,  e  come  perlopiù 
avanti  a  lui  si  usava,  e  ancora  oggi  in  parte 
si  costuma  ;  onde  si  può  dire  che  egli  sia  stato 
il  primo  ad  accorgersi  di  questo  errore,  ed  a 
conoscere  che  l'arte  del  contrappunto  non  è  ca- 
pace a  perfezionare  un  musico  come  quasi  uni- 
versalmente si  tiene:  confessando  egli  in  un 
suo  discorso  di  avere  imparato  più  da  i  dotti 
ragionamenti  della  Camerata  di  quel  signore, 
che  in  trent'anni  spesi  da  lui  nell'esercizio  di 
quest'arte.  Ivi  anco  dice  di  esser  stato  il  primo  a 
mandar  fuori  modulazioni  per  una  voce  sola, 
le  quali  in  effetto  hanno  avuto  grandissimo  ap- 
plauso ;  e  a  lui  in  gran  parte  si  deve  la  nuova 
e  graziosa  maniera  di  cantare  che  si  è  poi  messa 
in  uso,  avendo  egli  in  essa  intavolato  molte 
cose  e  insegnatola  a  molti  scolari,  massime  a 
una  sua  figliuola,  che  riuscì,  come  è  ancora  oggi, 
eccellente  in  questa  facoltà. 

Intorno  a'  medesimi   tempi  (per   non   defrau- 


212  l'origine  del  melodramma 

dare  nessuno  della  lode  meritata)  fiorì  in  Roma 
Luca  Marenzio,  il  quale  è  stato  il  primo  nello 
stile  madrigalesco  a  fare  camminare  le  parti 
con  bell'aria;  poiché  avanti  a  lui,  purché  il  con- 
cento fosse  sonoro  e  soave,  di  poco  altro  si  cu- 
ravano. Ma  nello  stile  recitativo  fu  concorrente 
ed  emulo  del  Caccini,  Jacopo  Peri,  fiorentino, 
ancora  esso  esperto  compositore  e  cantatore  fa- 
moso, neiristrumento  di  tasti  allievo  di  Cristo- 
fano  Malvezzi,  il  quale  si  diede  parimente  a 
coltivare  questo  stile  e  in  esso  mirabilmente 
riuscì  e  ne  riportò  grandissima  lode.  Dopo  il 
sig.  Grio.  Bardi  successe  il  sig.  Jacopo  Corsi  in 
amare  e  favorire  la  musica  e  i  professori  di  essa, 
anzi  di  ogni  più  nobile  e  virtuosa  professione; 
sicché  la  casa  sua,  mentre  visse,  fu  un  continuo 
albergo  delle  Muse  e  un  cortese  ricetto  de'  loro 
seguaci,  non  meno  forastieri  che  del  paese.  Fu  con- 
giunto seco  il  sig.  Ottavio  Rinuccini  di  stret- 
tissima amicizia,  la  quale  non  suole  essere  du- 
rabile, se  non  dove  é  grandissima  simpatia  di 
umori  ;  e  perché,  come  ognuno  sa,  ei  fu  leggia- 
drissimo  poeta  (avendo  le  opere  sue  mirabil- 
mente del  naturale,  del  patetico  e  grazioso,  onde 
nella  musica  ottimamente  riescono),  e  la  poesia 
e  la  musica  sono  sorelle  e  consorti:  ciò  diede 
loro  occasione  di  perfezionare  scambievolmente 
l'una  e  l'altra,  e  comunicarne  il  piacere  a  quelle 
virtuose  adunanze.  La  prima  azione  che  in 
questo  nuovo  stile  di  musica  si  rappresentasse, 
fu  la  Dafne,  favola  boschereccia  del  Rinuccini; 
la   quale   si  recitò  in   casa    del   signor    Jacopo, 


l'origine  del  melobeamma  213 

essendo  modulata  così  dal  Peri,  come  dal  Caccini, 
con  gusto  indicibile  della  città  tutta.  Di  poi  fu- 
rono recitate  altre  favolette  e  azioni  intere;  e 
sopratutto  con  regale  apparato,  nelle  nozze  della 
Cristianissima  Regina  di  Francia,  VEiiridice  del 
medesimo  sig.  Ottavio,  modulata  per  [p.  25]  la 
maggior  parte  dal  suddetto  Peri  (che  anco  re- 
citò da  se  qualche  personaggio,  siccome  nella 
Dafne  aveva  rappresentato  ApoUine),  e  il  re- 
stante fu  messo  in  musica  dal  Caccini;  e  ciò 
fu  nel  1600,  nel  quale,  per  la  medesima  occa- 
sione fu  rappresentato  anco  II  Rapimento  di  Ce- 
falò,  dove  il  Caccini  vi  ebbe  la  maggior  parte. 
Conseguì  parimente  grande  appluso  V Arianna 
del  medesimo  Rinuccini,  la  quale  fu  vestita  di 
convenevole  melodia  dal  sig.  Claudio  Monte- 
verde,  oggi  maestro  di  Cappella  della  Repub- 
blica di  Venezia,  il  quale  ne  ha  dato  in  luce 
la  parte  piìi  principale,  che  è  il  lamento  del- 
l'istessa  Arianna,  che  è  forse  la  più  bella  com- 
posizione che  sia  stata  fatta  a'  tempi  nostri  in 
questo  genere.  Lascio  di  dire  di  molte  altre 
azioni  di  minor  grido,  rappresentate  ad  imita- 
zione di  quelle  in  vari  luoghi  e  principalmente 
qui  in  Roma;  perchè  non  è  mio  intento  l'intes- 
sere  qui  un'istoria  di  questi  successi  musicali. 
Non  devo  già  tralasciare  quello  che  ho  inteso 
dal  sig.  Piero  de'  Bardi,  figlio  del  sopradetto 
sig.  Giovanni  (da  cui  mi  sono  state  comunicate 
cortesemente  molte  notizie  (1)  ),  e  da  altri,  che 


(1)  Con  la  lettera  qui  addietro  riprodotta  a  pag.   143. 


214  l'oeigine  del  melodramma 

prima  il  Peri  e  il  Caccini,  sì  per  l'industria  loro 
e  sapere,  come  per  l'assistenza  continua  e  aiuto 
che  ebbero  dal  sig.  Jacopo  e  dal  sig.  Ottavio, 
arrivarono  a  quel  segno  che  si  vede,  che  in 
questo  stile  appena  si  può  fare  meglio;  e  pa- 
rimente grandissimo  aiuto  ricevè  il  Monteverde 
dal  Rinuccini  nell'Arianna,  ancorché  non  sa- 
pesse di  musica  (supplendo  a  ciò  col  suo  giu- 
dizio finissimo  e  con  l'orecchia  esattissima  che 
possedeva;  come  anco  si  può  conoscere  dalla 
qualità  e  testura  delle  sue  poesie),  poiché  con 
molta  docilità  e  attenzione  questi  tre  musici 
ascoltarono  sempre  gli  utilissimi  insegnamenti 
che  quei  due  gentiluomi  gli  somministravano, 
instruendoli  di  continuo  di  pensieri  eccellenti  e 
dottrina  esquisita,  quale  si  richiedeva  in  cosa  sì 
nuova  e  pregiata:  onde  ne  hanno  riportato  ap- 
presso il  mondo  perpetua  lode  e  luogo  degnis- 
simo fra  la  schiera  de'  musici,  con  avere  così 
notabilmente  migliorata  questa  facoltà  nella  prin- 
cipale parte  di  essa,  che  è  la  favella  e  la  me- 
lopeia.  E  così  si  conosce  che  i  veri  architetti 
di  questa  musica  scenica  sono  propriamente  stati 
li  signori  Jacopo  Corsi  e  Ottavio  Rinuccini;  e 
li  primi  formatori  di  questo  stile  li  tre  musici 
mentovati,  e  che  alla  nostra  città  e  suoi  citta- 
dini non  poco  è  tenuta  la  professione  della 
musica  „. 


l'origine  del  melodramma  215 

CAPITOLO   X. 

Che  la  musica  scenica  si  può  perfezionaee  assai. 

[p.  25]  "  Quanto  dunque  non  pure  la  poesia, 
ma  anco  la  musica  sia  obbligata  alla  memoria 
del  sig.  Ottavio  Rinuccini  si  è  potuto  conoscere 
da  quello  che  abbiamo  detto;  poiché  in  vero 
senza  [p.  26]  lui  mancherebbe  questa  professione 
di  gran  parte  della  sua  leggiadria  e  vaghezza. 
Ma  non  pertanto  debbiamo  credere  che  ella  sia 
giunta  ad  un  segno  oltre  il  quale  non  si  possa 
passare:  conciosiacosachè  questo  moderno  stile 
è  manchevole  in  molte  parti,  che  non  lasciano 
fare  ch'egli  operi  quegli  effetti  che  dell'antica 
musica  si  leggono,  ne  rechi  quel  diletto  agli 
uditori  che  deverebbe  ;  essendo  evidente  che  per 
bene  che  una  azione  sia  rappresentata,  se  si  al- 
lunga niente,  viene  facilmente  in  fastidio  a  quelli 
che  non  si  maravigliano  così  di  ogni  cosa  e 
della  musica  non  sono  del  tutto  innamorati.  Il 
che  donde  proceda  non  sarà  difficile  a  conoscere, 
se  anderemo  considerando  la  qualità  di  questa 
musica  e  lo  scopo  che  forse  ebbero  quei  valen- 
tuomini in  prescriverli  questa  forma,  E  quanto  a 
quest'ultimo  si  sa  che  essi  formarono  concetto 
che  la  melodia  dovesse  essere  poco  lontana  dal 
parlare  comune,  nascondendo  quasi  il  canto  con 
certa  spezzatura,  come  dicono,  come  se  fosse 
una  semplice  favella  ;  onde  si  tiene  comunemente 


216  l'origine  del  melodeamma 

che  questo  stile  ricerchi  poca  varietà  di  voci  e 
d'intervalli;  e  che  bisogni  in  esso  trattenersi 
assai  nelle  istesse  corde,  alterando  anco  pochis- 
simo i  tempi  della  prelazione  che  si  sentono 
nel  parlare  familiare;  la  qual  dottrina,  è  mas- 
sima, benché  in  qualche  senso  riesca  vera  e  si- 
cura; tuttavia  non  la  tengo  per  così  universale 
e  infallibile,  come  comunemente  si  stima.  Con- 
ciosiacosachè,  sebbene  volendosi  modulare  nar- 
razioni e  simili  ragionamenti  quieti  e  poco  af- 
fettuosi, non  pare  veramente  che  si  possa  fare 
con  altra  melodia,  che  con  questa  semplice  e 
simigliante  al  parlare  comune  e  che  anco  nelle 
parti  affettuose  si  possa  usare  un  canto  che 
imiti  gli  accenti  dell'ordinaria  loquela,  e  tut- 
tavia sia  variato  e  arioso  ;  nientedimeno  ve  du- 
bitando grandemente  che  molte  volte  bisogni 
uscire  di  questo  stile  per  fare  la  musica  più 
vaga  e  dilettevole,  e  confermarci  con  l'esempio 
degli  antichi,  i  quali,  se  in  alcuna  cosa  sono 
stati  eccellenti,  in  questa  parte  al  sicuro  sono 
stati  maravigliosissimi.  Non  si  troverà  dunque 
mai  che  l'antica  musica  del  teatro  sia  stata 
semplice  e  poco  varia,  come  i  restauratori  di 
essa  forse  si  persuasero;  anzi,  per  l'opposito, 
c'insegna  Plutarco  che  ella  era  più  dell'  altre 
artifìziosa  e  varia:  perciocché  riferisce  appresso 
di  lui  Aristosseno,  che  un  certo  Telesia  Tebano, 
suo  coetaneo,  sendosi  in  gioventù  allevato  in 
quella  sorte  di  musica  semplice  e  maestosa  che 
usarono  Pindaro,  Fratina  e  gli  altri  di  quella 
età,  si  lasciò  talmente  nella  sua  vecchiaia  tras- 


l'origine  del  melodramma  217 

portare  dalla  scenica  e  varia  musica  che  era 
stata  di  fresco  introdotta  da  Filosseno,  Timoteo, 
e  simili,  elle  si  diede  a  volere  imitare  costoro, 
sebbene  la  cosa  non  gli  riuscì,  per  la  lunga  as- 
suefazione in  contrario.  Con  altre  testimonianze 
ancora  proverei  questa  massima,  se  la  brevità 
che  mi  sono  proposto  no  1  me  1  vietasse.  La 
ragione  vuole  anco  che  la  musica  teatrale,  che 
più  degli  altri  (sic)  cerca  il  diletto  di  clii  sente, 
debba  essere  variata  assai  e  artifìziosa;  poiché 
per  esperienza  si  vede  che  questa  diletta  molto 
[p.  27]  più  che  la  semplice  e  povera  nel  melos 
e  nel  ritmo;  non  ci  essendo  miglior  mezzo  per 
tenere  lontano  il  tedio  degli  uditori  che  la  di- 
versità degl'intervalli,  la  frequenza  degli  orna- 
menti, le  mutazioni  dove  bisognano,  e  simili  cose. 
Anzi  l'uso  stesso  de'  più  periti  musici  (quali 
senza  fallo  sono  stati  li  tre  mentovati)  è  in 
mio  favore;  imperocché  noi  vediamo  che  ei  si 
sono  ingegnati  di  rendere  le  loro  melodie  più 
variate  e  ariose  che  hanno  potuto,  da  alcuni 
pochi  luoghi  in  poi,  che  ricercavano,  questa  sem- 
plicità di  stile;  il  che  come  si  deva  intendere, 
appresso  si  vedrà.  Mi  potrà  forse  dire  alcuno, 
che  il  sentire  recitare  una  lunga  orazione  o 
poema  (purché  il  recitante  sia  grazioso  e  pe- 
rito) non  viene  in  fastidio:  anzi  si  suole  udire 
con  molto  gusto:  contuttoché  poca  varietà  di  ac- 
centi vi  si  faccia.  E  similmente  un  inno,  ancorché 
fosse  lunghissimo,  cantandosi  con  quella  sem- 
plice aria  ecclesiastica,  o  molte  stanze  di  qualche 
romanzo,  per  esempio  dell'Ariosto,  cantate  com- 

SoLERTi,  L'origine  del  Melodramma.  28 


218  l'okigine  del  melodramma 

petentemente  da  alcuno  conforme  qualche  aria 
di  ottava  rima,  sogliono  dilettare  assai:  dunque 
più  diletterà  un'azione  cantata  tutta  in  stile  re- 
citativo, avendo  tante  perfezioni  di  più,  che 
quell'altre  cose,  come  l'accompagnamento  del 
suono  e  la  perizia  de'  cantori.  A  ciò  rispondo, 
che  se  noi  intendiamo  che  un'azione  si  canti 
tutta  in  quello  stile,  che  secondo  alcuni  è  il 
vero  recitativo,  e  da'  giudiziosi  compositori  si 
usa  solo  nelle  narrazioni  e  ragionamenti  senz'af- 
fetto, il  quale  si  trattiene  assai  nelle  medesime 
corde  e  fa  poca  diversità  di  aria;  o  anco,  di 
quello  che  imita,  anzi  esprime  giustamente  quei 
medesimi  accenti  che  si  fanno  nel  parlare  quoti- 
diano: dico  che  a  continuarlo  troppo  a  di  lungo, 
presto  verrebbe  in  fastidio.  E  se  dunque  queste 
azioni  cantate  dilettano,  come  veramente  fanno, 
ciò  nasce  perchè  i  musici  accortisi  che  quella 
troppa  semplicità  non  riusciva  bene,  si  allonta- 
nano assai  da  quello  stile.  E  sebbene  tutto  chia- 
mano recitativo,  intendendo  ogni  melodia  che 
si  canti  ad  una  voce  sola,  è  però  molto  diffe- 
rente, dove  si  canta  formatamente  quasi  alla 
guisa  de'  madrigali,  e  dove  regna  quello  stile 
semplice  e  corrente,  che  si  vede  in  due  lettere 
amorose  pubblicate  dal  Monteverdi  col  suo  la- 
mento d'Arianna,  e  il  racconto  della  morte  di 
Orfeo  hqW Euridice.  E  se  tutte  le  azioni  si  com- 
ponessero in  questo  stile,  non  ha  dubbio  che 
meno  diletterebbono  che  le  cose  suddette,  perchè 
sebbene  è  un  canto  mezzano  tra  '1  recitare  e 
il  modulare  artifìziosamente,  non  per  questo  le 


l'okigine  del  melodeamma  219 

cose  mezzane  sempre  piacciono  più,  che  altri- 
menti più  gusterebbe  la  lontra,  che  è  mezza 
pesce  e  mezza  carne,  che  la  carne  di  cappone  e  il 
pesce  storione:  oltrecchè  altri  rispetti  militano 
anco  nel  caso  nostro;  imperrochè  un'orazione 
suole  essere  accompagnata  dal  gesto  e  azione 
esquisita,  e  il  poema  dagli  ornamenti  poetici,  e 
l'uno  e  l'altro  per  esserci  molto  familiare  non 
genera  tedio,  quasi  come  il  pane,  che  per  la 
lunga  assuefazione  non  viene  mai  in  fastidio, 
[p.  28]  Negl'inni  poi  e  ottave  rime  non  ha 
picciola  forza  a  continuare  il  diletto  quella  ri- 
petizione delle  strofe  o  stanze,  che  dimostra 
similitudine  di  ritmo,  la  quale  non  solo  non 
dispiace  ma  anco  sommamente  diletta,  come 
sentiamo  ne'  battimenti  del  tamburo,  e  pare 
che  richieda  anco  similitudine  di  melodia  ;  e  per 
il  contrario,  dove  non  cade  questa  riepilogazione 
di  ritmo,  ma  si  continua  la  poesia  con  una  sola 
maniera  di  verso,  o  più  sorti  confusamente  tes- 
sute, vi  si  richieda  maggiore  varietà  di  aria  o 
di  canto.  Quanto  a  me  dunque  io  stimerei  che  sic- 
come è  molto  disdicevole  e  noioso  quel  modo 
di  recitare  quasi  cantando,  nel  quale  la  maggior 
parte  però  de'  giovani  ci  casca  (come  anco  nel 
tempo  di  Quintiliano,  il  quale  dice  Pronuntiatio 
plasmate^  ut  nunc  fit,  plerisque  effeminata),  così 
sia  da  biasimare  quel  canto,  che  pare  quasi  una 
semplice  favella,  militando  l'istessa  ragione  ne' 
contrari. 

E  perciò (sic) 

Ne  dobbiamo    maravigliarci    che  ciò    non  sia 


220  l'origine  del  melodeamma 

comunemente  avvertito,  anzi  questa  foggia  di 
musica  universalmente  piaccia;  perchè  non  nasce 
questo  da  alcuna  perfezione  che  sia  in  lei,  ma 
dalla  rozza  ignoranza  di  questi  musici  antichi- 
moderni  {sic),  i  quali  introdussero  queste  sorte 
di  concenti,  ne'  quali  pochissimo  si  godono  le 
parole,  non  solo  per  cagione  di  tanti  artifizi, 
ma  anco  de'  movimenti  sconci  e  confusione  di 
ritmo  che  vi  si  sente,  e  principalmente  per  la 
lunghissima  tenuta  di  alcune  sillabe,  lontanis- 
sime dall'uso  della  favella;  onde  questa  sorte 
di  nuovo  stile,  nel  quale  non  si  sentono  quelle 
imperfezioni,  è  stato  senza  difficoltà  ricevuto: 
benché  sia  rispettoso  dove  si  allontana  troppo 
dalla  maniera  madrigalesca  „. 


CAPITOLO  XXXVII. 

Dell'  AccoMPAaN amento  degl'  Instkumenti. 

[p.  104]  "  Resta  la  considerazione  degl'Instru- 
menti  e  del  modo  di  accompagnare  con  essi  la 
voce  degli  attori,  non  meno  importante  che  tutto 
il  resto  ;  la  quale  so  certo  che  patirà  molte  con- 
tradizioni, perchè  anco  in  questo  mi  allontano 
assai  dalla  strada  battuta;  tuttavia  voglio  con 
ogni  sincerità  scoprirne  il  mio  senso,  rimetten- 
domi sempre  al  più  sano  giudizio  di  quelli  che 
meglio  possedono  queste  materie.  Vediamo  prima 


l'okigine  del  melodkamma  221 

dunque  che  sorte  d'instrumenti  si  usino  oggi,  e 
quali  si  adoprassero  dagli  antichi  ne'  teatri,  e 
poi  quello  che  convenientemente  si  potesse  an- 
cora da  noi  praticare. 

Nell'azioni  cantate  dove  mi  son  trovato  qui 
in  Roma,  e  in  Firenze,  ho  veduto  quasi  indif- 
ferentemente adoprare  ogni  sorte  d'instrumento 
più  nobile,  clavicembali,  viole,  tiorbe,  liuti,  lire 
e  che  so  io?  ma  in  particolare  i  clavicembali 
di  forma  grande;  avendosi  per  opinione  che 
senza  essi  non  si  possa  fare  perfetta  armonia; 
attesoché  vi  si  trova  ogni  sorte  di  consonanze 
e  si  suonano  comodamente  con  l'esempio  innanzi, 
e  finalmente  perchè  oggi  regnano  assai  ;  anzi  mi 
pare  che  gli  odierni  musici,  come  il  sig.  Emilio 
del  Cavaliere  nella  sua  Bappresentazione  e  il 
sig.  Claudio  Monteverde  nel  suo  Orfeo,  diano 
per  consiglio  di  mettere  in  essa  quasi  ogni  sorte 
di  questi  instrumenti  e  in  gran  numero    .     .  „ 


222  l'oeigine  del  melodramma 


Nel  Compendio  \  Del  Trattato  I  De'  Generi  e  de'  Modi] 
Della  Mvsica.  |  Di  Grio.  Battista  Doni.  |  Con  vn  discorso 
sopra  la  perfettione  \  de'  Concenti.  \  Et  vn  saggio  à  due  Voci 
di  Mutationi  di  Generi  e  di  Tuono  in  tre  \  maniere  d'in- 
tavolatura: e  d'un  principio  di  Madrigale  del  \  Principe, 
ridotto  nella  medesima  Intavolatura.  \  All'Eminentiss.  e  Re- 
verendiss.  Sig.  \  Il  Sig.  Cardinal  Barberino  :  \  [stemma]  1 
IN  ROMA.  Per  Andrea  Fei.  MDCXXXV.  Con  licenza  de' 
Superiori,  in-4  (1);  trovasi  una  chiara  distinzione  tra  il 
genere  madrigalesco  e  il  nuovo  stile,  eifetto  della  riforma 
operata  dalla  Camerata  fiorentina;  stimo  pertanto  oppor- 
tuna la  riproduzione  di  questo  luogo  [pp.  99-101]. 

.  .  .  .  "  Or  benché  in  ciò  non  consista  ve- 
ramente questa  moderna  foggia  di  concenti,  es- 
sendo la  diminuzione  ne'  contrapunti  cosa  anti- 
chissima ;  ne  meno  nel  connettere  più  arie  insieme 
(perchè  non  ha  dubbio  che  questo  si  praticasse 


(1)  A  questa  operetta  fecero  seguito  le  Annotazioni] 
Sopra  il  Compendio  de'  Generi,  e  de'  Modi  \  della  Musica,  \ 
Di  Gio.  Battista  Doni.  |  Dove  si  dichiarano  i  Ivoghi  piv 
oscvri,  I  e  le  Massime  piv  nvove,  et  impoi'tanti  si  provano 
con  ragioni,  e  \  testimonianze  evidenti  d'Autori  classici.  \ 
Con  due  Trattati  V  vno  sopra  i  Tvoni ,  e  Modi  veri. 
L'altro  sopra  i  Tuoni  o  \  Armonie  de  gl'Antichi.  \  Et  sette 
Discorsi  sopra  le  materie  più  princi-  \  pali  della  Musica, 
ò  concernenti  alcuni  instrumenti  \  nuovi  praticati  dalV Au- 
tore. I  [stemma]  i  IN  ROMA,  Nella  Stamparla  d'Andrea 
Fei.  MDCXL.  |  Con  Licenza  de'  Superiori;  in-4. 


l'origine  del  melodramma  223 


sino  in  quegi' antichissimi    tempi    nelle    sinfonie 
de  gl'instrumenti    da    fiato),    ma   più    tosto  nel 
cantare  con  artifiziose  musiche   parole  in  prosa 
(che  gli  antichi  non  cantavano  se  non  poesie)  e 
cose  diverse  in  un  medesimo  tempo  ;  e  con  molte 
ridette,  fughe  e   imitazioni:  e  in  sì  fatta  guisa 
che,  per  quello   che  tocca  alla   parte   materiale 
del  concento,  che  sono  i  suoni  e  le  consonanze, 
appena  si    può  sentire    cosa    più  grata;    ma  in 
quello  che  dà  la  forma  e  come  l'anima  alle  mu- 
siche, patisce  notabilissime  imperfezioni;  sì  perchè 
proferendosi    più    cose    unitamente    l'attenzione 
dell'uditore  si  distrae    e  molto  se    ne  perde;  sì 
anco    perchè    tali    ridette    o    ripetizioni    hanno 
troppo    del    triviale    e    affettato;    e    finalmente 
perchè  le  parole  si  storpiano,  la  buona  pronuncia 
si  corrompe,  e  tutta    la    quantità    delle    sillabe 
s'altera  e  confonde  notabilmente.  Io  non  disputo 
già  se  questa  sorte   di  musiche  sia  stata  intro- 
dotta ragionevolmente  (non  appartenendo  a  me 
il  darne  giudizio)  ;  ma  questo  so  bene,  ch'ella  s'è 
messa  in  uso  da  pochi  secoli  in  qua  (non  essen- 
dosi   usato    per    avanti    nelle  chiese,   se  non  il 
canto  piano  e  semplice)  e  più  tosto  per  privato  ca- 
priccio de 'musici,  che  per  pubblica  autorità;  e  ch'è 
stata  sin  ora,  anzi  tollerata,  che  approvata  dalla 
Chiesa  ne'  soggetti  sacri:  ne'  quali  par   ch'ella 
avesse  i  primi  principii,  perchè  i  madrigali  e  si- 
mili poesie    volgari    non    s'incominciarono    così 
subito  a  cantare  in  questo  stile. 

Con  tutto  ciò  mi  piace  di  chiamarlo  stile  ma- 
drigalesco, poiché  ne'  madrigali  predomina  mag- 


224  l'origine  del  bielodsam^ia 

giormente;  sotto  il  qual  nome  si  comprendono 
parimente  in  materia  di  musica  i  sonetti^  can- 
zoni, mascherate  e  simili,  e  fors'anche  le  villa- 
nelle; benché  s'accostino  alquanto  più  alla  sem- 
plicità di  quelle  che  propriamente  si  dicono  arie 
0  canzonette,  et  anco  alle  ballate  o  canzoni  a 
ballo,  dagli  antichi  chiamate  lujporchemata. 

Molto  diverso  poi  e  quasi  contrario  a  questa 
è  il  canto  d'una  voce  sola,  che  s'accompagna 
col  suono  di  qualche  instrumento:  ritornato,  si 
può  dire,  da  morte  a  vita  in  questo  secolo,  per 
opra  massimamente  di  Giulio  Caccini,  detto  il 
Romano;  ma  con  la  scorta  ed  indirizzo  di  quei 
virtuosi  Academici  fiorentini,  come  nel  Trattato 
della  musica  scenica  più  ampiamente  ho  discorso, 
ed  egli  medesimo  confessa. 

E  se  bene  in  ogni  tempo  s'è  praticata  qualche 
sorte  di  melodia  a  una  voce,  con  l'accompagna- 
mento d'instrumenti  ;  non  debbono  però  entrare 
in  questo  canto  quelle  volgari  cantilene,  che 
quasi  senz'alcun'arte  o  grazia,  e  per  avanti  si 
cantavano  dalle  persone  semplici  e  idiote,  come 
da'  ciechi;  et  ancor  oggi  in  ogni  paese  per  poco 
si  sentono. 

Il  miglioramento  che  ha  fatto  la  musica  per 
questa  sorte  di  melodie  è  molto  notabile;  poiché 
oltre  la  finezza  de'  componimenti  (alla  quale,  ad 
esempio  del  Caccini,  s'è  atteso  alquanto  più  che 
prima  non  si  faceva)  vi  si  sono  modulate  azioni 
sceniche  e  dialoghi  fuor  di  scena,  che  dilettano 
grandemente,  nello  stile  detto  recitativo:  e  la 
qualità  dell'espressione  (parte  molto  importante 


l'origine  del  melodramma  225 

nella  musica  operativa)  s'è  raffinata  assai  :  è  cre- 
sciuto il  decoro,  col  risecamento  di  molte  di 
quelle  repliche,  e  perfezionato  gli  ornamenti 
di  esso  canto,  che  sono  gli  accenti,  passaggi, 
trilli,  gorgheggiamenti  e  simili,  prima  per  l'in- 
dustria del  medesimo  Caccini,  e  poi  per  l'espe- 
rienza e  buona  disposizione  d'altri  cantori,  per 
lo  più  di  questa  città,  e  particolarmente  di  Giu- 
seppe Cenci,  detto  Giuseppino. 

A  queste  melodie  d'una  voce  si  suole  aggiun- 
gere l'accompagnamento  della  parte  istrumen- 
tale,  comunemente  nel  grave;  la  quale  per  con- 
tinuarsi dal  principio  sino  alla  fine,  si  suol 
chiamare  basso  continuo;  e  consiste  per  lo  più 
in  note  lunghe,  che  con  la  voce  cantante  rin- 
chiude le  parti  di  mezzo:  le  quali,  da  alcune  poche 
corde  in  poi,  che  si  segnano  co'  numeri,  come 
meno  principali,  non  facendo  altro  che  il  ripieno 
(come  lo  dicono),  si  lasciano  ad  arbitrio  del  so- 
natore: non  essendo  solito  ch'egli  si  diparta 
molto  dalla  comune  ed  ordinaria  maniera,  per 
così  dire,  del  sinfoneggiare  ;  della  qual  sorte 
d'intavolatura  il  primo  autore  si  tien  per  certo 
che  sia  stato  Lodovico  Viadana  „. 


Ma  nel  Discorso  sopra  la  perfezione  delle  melodie  con- 
tenuto nel  medesimo  Compendio,  il  Doni  [pp.  112  sgg.]  senza 
escludere  del  tutto  il  genere  madrigalesco,  indica  in 
quali  casi  speciali  possa  applicarsi,  ed  esaminati  vari  ge- 
neri di  madrigali  conclude:  "  e  finalmente  dove  s'usano 
echi,  repetizione  e  simili  altre  gentilezze  poetiche,  in 
modo  tale  che  almeno  tacitamente  il  parlare  esca  da 
molti  ,  [p.  116]. 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  29 


226  l'origine  del  melodramma 

[p.  116]  "  Perchè  dunque  non  si  trovano  molti 
componimenti  di  questa  sorte,  mi  pare  che  le 
imperfezioni  di  questo  stile  madrigalesco  non 
siano  intrinseche  et  essenziali  a  tal  maniera  di 
musica;  ma  più  tosto  estrinseche  ed  accidentali; 
e  che  si  debbino  attribuire  non  all'arte  stessa, 
ma  all'artefice  che  non  l'assegna  a'  soggetti 
proporzionati.  Tale,  a  giudizio  mio,  sarebbe  anco 
qualche  coro  o  sia  vittoriale,  nuziale,  lugubre, 
0  altro,  purché  fosse  capace  di  qualche  acclama- 
zione; come  (per  darne  l'esempio  in  latino)  Io 
triiimphe,  Io  Paean,  0  Hijmenee,  etc.  Et  in  ma- 
teria sacra  tal  potrebbe  essere  qualche  inno  o 
laude  in  onor  d'alcun  santo,  nel  quale,  a  esempio 
degl'inni  ecclesiastici  e  de'  salmi  si  soggiugnesse 
un  breve  epiloghetto  in  clausole  spezzate  in  lode 

della  Santissima  Trinità o   pure 

dove  potesse  accomodarsi  nel  principio  qualche 
breve  invito,  similmente  sciolto  e  conciso  ;  imperò 
che  con  molto  garbo  e  decoro  si  potrebbono 
far  cantare  simili  acclamazioni  e  inviti,  all'uso 
de'  madrigali,  in  fughe  e  conseguenze,  ma  però 
vicine  e  giudiziosamente  collocate:  e  l'inno  intero, 
0  laude  o  canzone,  all'uso  delle  monodie  da  un 
solo  cantore  ;  o  pure  coricamento  da  piìi  cantori  in 
un'istessa  aria  ;  o  vero  diverse,  ma  insieme  unite, 
come  il  sopradetto  madrigale  del  Gabrielli. 

La  qual  varietà  riuscirebbe  per  parer  mio 
ottimamente  e  ben  fondata,  e  averebbe  campo  il 
compositore  di  mostrare  l'arte  in  quelle  accla- 
mazioni, inviti,  giubili  ecc.,  e  nel  restante  l'in- 
gegno e  la  vena  musicale. 


l'okigine  del  melodramma  227 

Di  questa  sorte  sono  quegl' applausi,  nelle 
Veglie  del  capriccioso  Orazio  Vecchi,  che  da 
tutta  la  brigata  musicalmente  si  fanno  dopo 
quelle  particolari  cantilene  nelle  quali  da  più 
voci  si  contrafanno  cantando  vari  umori,  nazioni 
e  condizioni  di  persone  :  benché  in  esse  si  parta 
dal  decoro  e  convenevole,  col  disporre  a  più  voci 
dette  imitazioni  e  poi  farli  applaudere,  come  se 
un  solo  avesse  cantato. 

Benissimo  anco  s'adatta  questo  stile  a  quelle 
che  dicono  Vinate,  nelle  quali  si  rappresenta 
una  brigata  dedita  al  bere,  e  con  strepito  e  al- 
legria lodante  il  vino;  alle  quali  poesie,  come  ad 
alcune  composizioni  moderne,  non  molto  a  pro- 
posito intitolate  ditirambi,  corrispondono  quelle 
cantilene  che  i  Greci  chiamano  TTapoivia  e  non 
i  ditirambi  antichi,  ch'erano  poema  gravissimo 
e  artificiosissimo. 

Nelle  Mascherate  similmente  (che  si  direbbero 
.Personatae  cantiones,  come  i  Balletti  Personatae 
choreae)  molto  a  proposito  si  può  usare  questo 
stile;  ed  in  alcune  Serenate  e  Mattinate;  ed  in 
somma  dovunque  non  si  disdice  un  concento 
pien  di  bizzaria  e  schiamazzo.  Di  questa  fatta 
sono  i  canti  Carnevaleschi,  e  quelli  dove  si  rap- 
presenta un  giuoco,  una  battaglia,  una  caccia, 
e  simili  altri  suggetti,  che  richiedono  e  compor- 
tano ragionamenti  d'un  solo,  mischiati  con  altri 
che  unitamente  favellino. 

Onde  possono  anco  adattarsi  a  quella  sorte 
di  canzoni  che  i  Francesi  chiamano  Chansons  des 
comédiens,  benché  non  le  componghino  in  questo 


228  l'origine  del  melodramma 

stile,  et  a  certi  dialoghi  ne'  quali  non  sempre 
canta  una  parte  per  volta.  Ma  capriccioso  pen- 
siero fu  quello  d'Alessandro  Striggio,  il  quale  per 
burlarsi  di  questa  così  licenziosa  sorte  di  compo- 
sizioni musicali,  rappresentò  graziosamente  in 
concento  di  molte  parti  que'  Cicalamenti  che  fanno 
le  lavandaie  al  bucato;  dove  molto  acconciamente 
sono  intessute,  quelle  repliche  e  chiacchiere  di- 
verse (TTaXiXofiai  e  ttoXuXotìcii)  e  frequenti  salti 
d'una  cosa  in  un'altra,  che  a  quel  soggetto 
quadravano  „        [p.  118] 


«^«^f^»XM|f»»Ìj»»Jp»J^f^<^(^»^|^f^^ 


APPENDICE 


Bibliografia  delle  prime  favole  per  musica 
dal  1600  al  1640. 

E  oggi  presso  che  impossibile  compilare  una 
esatta  e  compiuta  bibliografia  delle  prime  favole 
per  musica,  non  tanto  per  l'estrema  rarità  degli 
esemplari  di  alcuna  di  esse,  quanto  perchè  molte 
giacciono  tuttavia  sconosciute  nelle  biblioteche 
e  di  altre  non  ci  rimane  che  il  titolo,  almeno 
fino  a  quando  una  più  accurata  esplorazione  non 
le  abbia  restituite  alla  luce. 

Inoltre,  in  questo  primo  periodo,  è  assai  dif- 
ficile determinare  la  differenza  tra  balletti,  inter- 
medi e  melodrammi,  poiché  come  non  vi  ha  di- 
vario nella  scelta  degli  argomenti,  nel  modo  di 
trattarli  e  nell'ampiezza  della  trattazione,  così 
bene  spesso  troviamo  che  la  medesima  composi- 
zione fu  tal  volta  rappresentata  da  sola,  tal'altra 
come  intermedio  e  quando  ripetuta  per  allegrare 
una  festa  da  ballo. 


230  l'origine  del  melodramma 


Ciò  premesso,  accennerò  rapidamente  a  quelle 
composizioni  che  finora  sfuggono  alle  nostre  in- 
dagini e  che  tuttavia  attendono  una  qualunque 
illustrazione.  Or  non  è  molto  Emilio  Picot  se- 
gnalando una  rara  stampa  .della  Ferinda,  com- 
media di  Giovan  Battista  Andreini  (1),  ne  ripor- 
tava la  seguente  lettera  di  lui  A'  benigni  lettori 
che  vi  è  premessa:  "  Allor  che  per  mia  felice 
"  fortuna  in  Fiorenza  et  in  Mantova  fui  spet- 
"  tator  d'opere  recitative  musicali,  vidi  l'Orfeo, 
"  V Arianna,  la  Siila,  la  Dafne,  la  Cerere  e  la 
"  Psiche,  cose  in  vero  meravigliosissime,  non 
"  solo  per  l'eccellenza  de'  fortunati  cigni  che  le 
"  cantarono  gloriose,  come  per  la  rarità  de'  mu- 
"  sici  canori  che  armoniose  et  angeliche  le  resero. 
"  Ond'io  invaghitomi  di  così  maravigliosi  spetta- 
"  coli,  conobbi  che  forse  non  sarebbe  stata  cosa 
"  spiacente  chi  avesse  composto  un  picciol  nodo 
"  di  commedietta  in  così  fatto  genere „. 

Ecco  subito  che,  lasciando  l'Arianna  e  la  Dafne 
del  Rinuccini,  e  l'Orfeo  dello  Striggio,  ci  troviamo 
dinanzi  a  tre  composizioni  di  cui  finora  nessuno 
fece  mai  parola:  la  Siila,  la  Cerere  e  la  Psiche. 
E,  restando  a  Mantova,  ognuno  ricorderà  che 
dalle  lettere  del  Monteverdi  si  apprende  che  per 


(1)  E.  Picot,  Gli  ultimi  anni  di  G.  B.  Andreini  in 
Francia  nella  Rassegna  hihliogr.  d.  leti,  ital.,  IX,  p.  66. 
—  La  stampa  s'intitola  La  \  Ferinda  \  Commedia  \  di 
GiouAN  Battista  Andreini  ]  Fiorentino.  |  All'  Illustrissimo 
Eccellentissimo  \  Sr  Duca  d'Alui  Pari  di  Francia.  \  Pa- 
rigi |  M.DCXXII;  in-8,  di  ce.  9.  e  pp.  50.  [Bibl.  dell'Ar- 
senale di  Parigi  B.  L.  5648]. 


l'origine  del  melodramma  231 


le  feste  del  1617  Scipione  Agnelli  aveva  pre- 
parato una  Favola  di  Teti  e  Peleo,  e  Francesco 
Rasi  una  Favola  di  AH  e  Cibele,  ed  Ercole  Mar- 
liani  una  Andromeda  e  lo  stesso  duca  Ferdinando 
Gonzaga  un  Endimione:  tutte  oggi  sconosciute, 
non  dirò  con  danno  delle  lettere  certamente,  ma 
sì  con  danno  della  storia  (1).  E  delle  parecchie 
cose  composte  dal  Marini  chi  ha  notizia?  Così 
fino  alle  fortunate  indagini  del  Neri  non  rimase 
ignorata  la  Favola  di  Aci  e  Galatea  del  Chia- 
brera,  di  cui,  se  la  fortuna  mi  ha  assistito  nel 
rintracciare  tre  delle  Favolette  da  recitarsi  can- 
tando, e  cioè  YOrizia  rapita,  il  Polifemo  geloso  e 
il  Pianto  d'Orfeo,  rimangono  pur  sempre  ignote 
La  pietà  di  Cosmo  e  Amore  sbandito,  che  pur  si 
dicono  stampate,  senza  contare  la  Rosalba  forse 
non  finita? 

E,  non  per  alcun  vanto,  ma  certamente  è  no- 
tevole la  messe  di  cose  nuove  che  ho  potuto 
riunire  del  Rinuccini,  che  è  pur  de'  primi  e  più 
grandi  (2),  e  con   quell'occasione   ho   veduto  al- 


(1)  Dell' Agnelli  non  ho  trovato  che  una  Bonifacia.  Tra- 
gedia sacra,  Venezia,  1629  e  un  Sacrificio  d'Isac.  Poesia 
sacra,  Napoli,  1629;  del  Rasi  un?\.  Elvidia  ra2nta,YenQzia,, 
1619;  del  Marliani  Le  tre  costanti.  Commedia  recitata  in 
Mantova  a'  18  di  gennaio  1622,  Mantova,  1622.  —  Anche 
una  Rosahnina  è  ricordata  nello  studio  del  Davaki  sul 
Monteverdi. 

(2)  Così  le  Favolette  del  Chiabrera  insieme  con  le  altre 
sue  composizioni  melodrammatiche,  come  quelle  del  Ri- 
nuccini, e  altre  parecchie    tra  le  più    rare  delle    prime, 


232  l'okigine  del  melodramma 

tresi  quanto  rimane  del  figliuolo  di  lui,  Pier 
Francesco,  nei  manoscritti  della  Trivulziana  di 
Milano  che  offrono  un  buon  materiale  per  una 
monografia. 

Molti  melodrammi  della  prima  età  rimangono 
ancora  sconosciuti  nei  manoscritti  Magliabechiani  : 
tra  gli  altri  ricorderò  una  Olimpia  rappresentata 
in  casa  del  sig.  Duca  Salviati,  poesia  di  Fran- 
cesco Ravai  [Mgl.  IL  IH.  484];  un  altro  spar- 
tito musicale  in  cui  entrano  Enea,  Lavinia,  La- 
tino, ecc.,  di  Jacopo  Mellani  [Mgl.  IL  I.  290]; 
il  Giasone  e  il  Celio  di  Giacinto  Cicognini  [Mgl. 
IL  I.  292  e  IL  L  292].  Né  minore  raccolta  può 
farsi  nelle  biblioteche  di  altre  città,  poiché  il 
fervore  per  la  musica  si  diffuse  rapidamente 
dopo  il  1610  circa,  e  dovunque  si  andò  a  gara 
nel  preparare  simili  spettacoli. 

Le  indicazioni  adunque  da  me  raccolte  non 
debbono  essere  considerate  che  come  un  primo 
saggio,  il  quale  tuttavia  era  necessario  per  in- 
tegrare le  consuete  bibliografie  che  usano  inco- 
minciare dall'apertura  del  teatro  di  Venezia 
nel  1637,  mentre  a  quel  tempo  il  melodramma 
aveva  già  compiuta  quella  che  si  può  chiamare 
la  sua  prima  età. 


ho  raccolte  in  due  volumi  su  Gli  albori  del  melodramma 
di  prossima  pubblicazione  per  l'editore  R.  Sandron  di 
Palermo. 


l'origine  del  melodbamma  233 


BIBLIOGRAFIA 


1.  La  Dafne  \  D'Ottavio  |  Rinvccini  |  Rappresentata  alla  Se- 
reniss.  Gran  Dvchessa  \  Di  Toscana  \  Dal  Signor  Jacopo 
Corsi,  i  [stemma]  |  In  Firenze  |  Appresso  Giorgio  Mare- 
scotti  I  MDC.  I  Con  Licenza  de'  Superiori;  4°,  ce.  12  nn. 

Altre  eclizz.,  Firenze,  Marescotti,  1604,  e  parecchie  mo- 
derne dal  1775  in  poi.  --  La  bibliografia  compiuta  si 
vegga  nel  I  voi.  degli  Albori  del  melodramma  ora  citato. 
—  Cfr.  il  n°  8. 

2.  L'Evridice  \  D'Ottavio  |  Rinvccini  \  Rappresentata  ] 
Nello  Sponsalitio  \  Della  christianiss.  |  Regina  |  Di  Fran- 
cia, e  di  1  Navarra.  |  [stemma]  |  In  Fiorenza,  1600.]  Nella 
Stamperia  di  Cosimo  Giunti.  |  Con  licenza  de'  Supe- 
riori; 4°,  ce.  16. 

E  con  le  Poesie  del  Rinuccini,  Firenze,  Giunti,  1622  ; 
e  in  edizz.  moderne. 

2  ^'^  Le  Mvsiche  |  Di  Jacopo  Peri  I  Nobil  Fiorentino  |  Sopra 
VEvridice  \  del  Sig.  Ottavio  Rinvccini  |  Rappresentate 
Nello  Sponsalizio  |  della  Christianissima  \  Maria  Medici  \ 
Regina  di  Francia  \  e  di  Navarra.  \  [stemma]  |  In  Fio- 
renza I  Appresso  Giorgio  Marescotti.  |  MDC;  fol. 

E:  Venetia  |  Appresso  Alessandro  Raverii  |  MDCVIII. 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  30 


234  l'origine  del  melodramma 


2  ^®'.  VEvridice  \  composta  in  \  Mvsica  \  In  stile  rappresenta- 
tivo I  Da  GivLio  Caccini  |  Detto  Romano  \  [impresa]  |  In 
Firenze  1  Appresso  Giorgio  Marescotti  |  MDC;  fol. 

E  :  Venetia,  ]  Appresso  Giacomo  Vincenti  |  MDCXY. 


3.  Il  rapimento  \  di  Cefalo  \  rap)presentato  nelle  nozze  \  della 
Cristianiss.  Regina  |  di  Francia  e  di  Navarra  \  Maria 
Medici  I  di  Gabriello  Chiabrera.  |  [stemma]  I  In  Fi- 
renze I  Appresso  Giorgio  Marescotti.  I  MDC.  |  Con  li- 
cenza de'  Superiori  :  4°,  pp.  20  ;  caratt.  tondi. 

E:  In  Fiorenza  |  appresso  Giorgio  Marescotti  1  MDC  i  Con 
licenza  de'  Superiori;  4^  pp.  28;  caratt.  corsivi. 

E  con  le  Rime,  Venezia,  1601:  e  Venezia,  Cambi,  1605 
e  1610;  e  nelle  varie  edizz.  delle  Opere. 

4.  Evmelio  \  Dramma  pastorale  \  recitato  in  Roma  nel  \  Se- 
minario Romano  I  7iei  giorni  del  Carnovale,  \  Con  le  Mu- 
siche delV krmoniQO  Intronato.  |  L'anno  1606.  \  Nova- 
mente  posto  in  Luce  \  [impresa]  |  In  Venetia  appresso 
Ricciardo  Amadino,  |  MDC  VI. 

Unico  esempi,  a  Roma,  S^*  Cecilia.  —  Nella  Dramma- 
turgia dell'  Allacci  accresciuta  ecc.,  trovo  un  Eumelio 
Dramma  pastorale  cogV  Intermedi  ap)parenti  recitato  in 
Amelia  nelle  nozze  di  Fabrizio  Farratiìii  e  Lucrezia  Corradi, 
In  Ronciglione,  per  Domenico  Dominici,  1614;  8°,  d'in- 
certo autore;  ma  non  ho  potuto  identificarlo. 

5.  La  I  Favola  d'Orfeo  \  Rappresentata  in  Musica  \  Il  Car- 
nevale dell'Anno  M.  DC.  VII.  \  Nell'Accademia  de  gì' Inva- 
ghiti di  Mantova;  \  sotto  i  felici  auspizij  del  Serenissimo 
Sig.  Duca  henignissimo  lor  protettore.  \  [stemma]  |  In 
Mantova,  per  Francesco  Osanna  Stampator  Ducale.] 
Con  licenza  de'  Superiori,  1607;  8°. 

Manca  al  libretto  il  nome  dell'autore  che  fu  Alessandro 
Striggio. 


l'origine  del  melodramma  235 

5 '''*.  L'Orfeo  \  Favola  in  mvsica  \  rf«  Claudio  Monteverdi] 
Rappresentata  in  Mantova  \  l'Anno  1607.  et  nouamente  data 
in  luce.  I  Al  serenissimo  signor  D.  Francesco  Gonzaga.] 
Principìe  di  Mantoiia,  et  di  Monferrato  ec.  \  [impresa]) 
In  Venetia  Appresso  Ricciardo  Amadino  |  MDCIX;  fol. 

5*".  L'Orfeo  Favola  \  in  Mvsica  \  Da  Claudio  Monteverde] 
Maestro  di  Capella  \  Della  Sereniss.  Repvhlica.  \  Rappre- 
sentata in  Mantova  \  L'Anno  1607.  Et  nouamente  Ri- 
stampata. I  [impresa]  j  In  Venetia  MDCXV  |  Appresso 
Ricciardo  Amadino  ;  fol. 

^.L'Arianna  \  Tragedia  \  DeZ  5V^.  Ottavio  |  Rinvccini,  |  (rew- 
tilomo  Della  Camera  \  Del  Re  Cristianissimo.  |  Rappre- 
sentata in  Mvsica  \  Nelle  Reali  Nozze  del  Sereniss.  \  Prin- 
cipe di  Mantova,  I  E  della  Serenissima  Infanta  j  Di  Savoia.] 
[stemma]  |  In  Mantova,  {  Presso  gli  Heredi  di  Francesco 
Osanna  Stampator  Ducale.  1608.  |  Con  licenza  de'  Su- 
periori; 4",  pp.  48. 

Veramente  la  prima  ediz.  è  quella  a  pp.  31-65  del  Com- 
pendio delle  suntuose  feste  fatte  in  Mantova  per  le  Reali 
Nozze  ecc.,  In  Mantova,  Ajopresso  Aurelio  et  Lodovico 
Osanna,  MDCIIX,  operetta  di  Federico  Follino.  —  h'A- 
rianna  fu  tosto  ristampata  a  Firenze,  Giunti,  1608  ;  a 
Venezia,  Ciotti,  1608;  e  più  tardi  a  Venezia,  Imberti,  1622, 
e  Venezia,  Salvadori,  1640  e  Venezia,  Bariletti,  1640, 
oltre  alle  riproduzioni  moderne. 

Com'è  noto  dello  spartito  musicale  non  rimane  che  il 
solo  Lamento  d'Arianna  edito  tra  le  altre  composizioni 
del  Monteverdi,  e  più  volte  riprodotto. 

7.  Il  Narciso  \  Favola  in  musica  \  di  Ottavio  Rinuccini  ] 
tratta  da  un  ms.  originale  Barheriniano  \  e  nella  lieta 
occorrenza  \  che  si  celebrano  le  nozze  \  di  S.  E.  il  Sig.\ 
D.  Sigismondo  Chigi  \  principe  di  Campagnano  \  con 
S.  E.  la  Sig.  \  Donna  Leopolda  \  de'  principi  Daria  Pam- 
phili  I  pubblicata  la  prima  volta  per  le  stampe  \  da 
Luigi  Maria  Rezzi  ì  professore  di  eloquenza  latina  e  ita- 


236  l'okigine  del  melodramma 

liana  \  nelV  Università  di  Eoma  \  e  Bibliotecario  delia  Bar- 
heriniana.  \  Roma  |  presso  Vincenzo  Poggiali  I  1829:  4°. 

Mancando  la  data  esatta  della  composizione  del  Narciso 
ho  preferito  collocarne  qui  l'indicazione  tra  le  altre  cose 
del  Rinuccini.  Alla  stampa  del  Rezzi  manca  il  prologo 
da  me  di  recente  ritrovato. 

8.  La  I  Dafne  di  Marco  |  Da  Gagliano  |  Nell'Accademia 
degl'Elevati  \  L'Affamiato  \  Rappresentata  in  Mantova.] 
[impresa]  |  In  Firenze,  i  Appresso  Christofano  Mare- 
scoti.  MDCYIIL  I  Con  licenza  de'  Superiori;  fol. 

Per  questa  ripresa  il  Rinuccini  ampliò  in  alcuni  luoghi 
il  libretto. 

9.  L'Orindo.  Favola  pastorale  per  musica  di  Cesare  Gal- 
letti, In  Pisa,  per  G.  B.  Boschetti  e  Giammaria  Landi 
Comp,,  1608;  8°. 

Traggo  la  notizia  dall'AUacci  ;  ma  per  quante  ricerche 
abbia  fatte  di  questa  operetta  non  sono  riuscito  a  sco- 
varla. 

10.  L'Aurora  \  Ingannata  \  Favoletta  \  del  Co:  Ridolfo  Cam- 
peggi. I  Per  gli  Intermedij  del  Filarmindo.  |  All'illustris- 
simo I  Sig.  Ferdinando  Riario.  \  In  Bologna.  Per  gli 
Heredi  |  di  Gio.  Rossi.  M.  DC.  VIII.  |  Con  licenza  de' 
Superiori.  |  Ad  istanza  di  Gio.  Battista  Ciotti;  12°,  p.  24. 

Liceo  Musicale  di  Bologna,  libretto  n°  2149.  —  È  anche 
nelle  due  ediz.  delle  Rime  del  Campeggi. 

10*''^  Dramatodia  \  Ouero  \  Canti  rappresentativi  di  \  Giro- 
lamo GiAcoBBi  I  Maestro  dì  Capella  in  S.  Petronio  di  Bo- 
logna] Sopra  L'Aurora  ing^misit?i]  dell' Illustrissimo  Signor 
Conte  Ridolfo  Campeggi  |  recitati  alle  nozze  de  gV Illust.'^^ 
Sig."  Marchese  |  Ferdinando  Riario,  e  \  Lavra  Pepola,] 
Di  nuovo  composti,  et  dati  in  luce.  \  [impresa]  !  In  Ve- 
netia,  |  Appresso  Giacomo  Vincenti  |  MDCVIII. 

Bologna,  Liceo  Musicale.  —  Il  Filarmindo  è  una  favola 
pastorale  del  Campeggi,  che  ebbe    una  grande    fortuna; 


l'origine  del  melodramma  237 


pubblicata  la  prima  volta  a  Bologna,  Rossi,  1605,  fu  poi 
ristampata  a  Venezia,  Ciotti,  1606;  certo  deve  esistere 
una  ediz.  di  Bologna,  1608,  cbe  non  ho  trovato;  a  Bo- 
logna, Cocchi,  1613,  appariva  la  quinta  edizione  che  con- 
tiene insieme  VAiiroì'a  ingannata  [Liceo  mus.  di  Boi., 
libretto  n°  6418];  e  poi  lo  stesso  Cocchi  la  riproduceva 
nel  1615  e  nel  1623;  e  ancora  Viterbo,  Discepolo,  1619; 
Venezia,  Ciotti,  1625  e  1627;  Venezia,  Valentin!,  1694; 
e  Bologna,  Longhi,  1698. 

Per  la  rappresentazione  del  1613  il  Campeggi  preparò 
la  Proserpina  rajnta.  Intermedi  in  musica  per  la  pastorale 
recitata  in  casa  delli  signori  Bentivogli.  In  Bologna  per 
gli  eredi  di  Giovanni  Rossi,  1618,  4°;  che  si  legge  anche 
nelle  Rime.  Per  la  rappresentazione  del  1628  un  Cesare 
Abelli  compose  Le  Sirene  confuse.  Il  giudicio  di  Mida. 
Tebe  riedificata.  Il  ratto  di  Ganimede.  Recitati  in  musica 
per  Intermedii  col  Filar mindo  tragicommedia  p>(tstorale  del- 
l'Ill.'^°  Signor  Conte  Ridolfo  Campeggi,  In  Bologna,  per 
Bartolomeo  Cocchi,  l'anno  1623,  in-12. 

11.  Andromeda  \  Tragedia  \  Del  Co:  Ridolfo  Campeggi  |  Da 
recitarsi  in  Musica  \  [stemma  di  Bologna]  |  In  Bologna,  I 
Appresso  Bartolomeo  Cocchi  M.  DC.  X.  1  Con  licenza 
de'  Superiori.! Ad  istanza  di  Simone  Perlasca;  12°,  pp.  48. 

[Liceo  Mus.  di  Bologna,  libretto  n°  5856].  —  È  anche 
nelle  Rime  del  Campeggi. 

\2.  Glauco  \  Schernito  \  Favoletta  da  recitarsi  in  musica  \  per 
Vlntermedij  \  del  Corsaro  Arimante  \  Del  medesimo  Aut- 
tore  I  [impresa]  |  In  Vicenza  |  Per  Lorenzo  Lori  e  Gia- 
como Cescato  |  MDCX;  12^ 

Si  trova  di  seguito  a  II  \  Corsaro  \  Arimante  \  Favola 
Maritima  \  di  \  Lodovico  Aleaedi  |  Academico  Olimpico 
Vicentino,  \  AlV Illustriss .  Signore,  il  Signor  \  Conte  Gia- 
como I  Conte  di  ColValto,  et  Sansalvadore.  \  [impresa])  In 
Vicenza  |  Presso  Lorenzo  Lori  e  Giacomo  Cescato.  |  Con 
licenza  de'  Sup.  1610;  12"^  (Comunale  di  Vicenza). 

13.  La  Galatea  \  Favola  maritima  \  [stemma]  |  In  Mantova, 
presso  Aurelio  et  Lodovico  |  Osanni  fratelli  stampatori 
ducali  I  1614.  Con  licenza  de'  Superiori;  8',  pp.  31. 

È  del  Chiabrera.  [Com.^«  di  Mantova  —  V.  E.  di  Roma.] 
Cfr.  n°  21. 


238  l'origine  del  melodramma 

14,  Vegghia  j  delle  Grafie  \  di  Gabriello  Chiabrera  ]  fatta 
ne'  Pitti.  I  II  Carnevale  dell'anno  1615.  |  In  Firenze  per 
Gio.  Antonio  Caneo]  Con  licenza  de'  Superiori;  4°,  pp.  16. 

E  nelle  varie  eclizz.  delle  Opere  del  Chiabrera. 

\h.  Favolette  \  Di  Gabriello  |  QKiKEBMB.K\Da rappresentarsi 
cantando.  \  [impresa]  |  In  Firenze  |  Per  Zanobi  Pignoni. 
1615  I  Con  licenza  de'  Super.;  12°,  pp.  48. 

Contiene  l'Oritia,  il  Polifemo  geloso,  e  il  Pianto  d'Orfeo. 
Non  furono  mai  più  riprodotte  per  causa  forse  della 
estrema  rarità  di  questa  prima  stampa,  di  cui  ho  avuto 
la  ventura  di  rintracciare  un  esemplare,  donde  le  ho 
tratte  per  la  mia  raccolta  cit.  Gli  albori  del  melodramma. 
—  I  bibliografi  registrano  la  ristampa  in  opuscoli  se- 
parati di  queste  tre  favolette  e  di  due  altre  La  pietà  di 
Cosmo  e  Amore  sbandito,  opuscoli  che  sarebbero  stati  editi 
a  Genova,  appresso  Giuseppe  Pavoni,  1622,  in-8'';  ma  nes- 
suno, ch'io  sappia,  ne  vide  mai  alcun  esemplare  e  le  più 
ampie  ricerche  da  me  fatte  in  Italia  e  all'estero  furono 
interamente  negative. 

16.  Angelica  \  in  Ebvda  [  Tragedia]  da  Gabriello  ]  Chiabrera 
donata  \  AlV  illustrissimo  signore  \  il  signore  Francesco 
Marini.  \  In  Firenze,  |  appresso  Zanobi  Pignoni,  1  l'anno 
1615.  I  Con  licenza  de'  Superiori;  8°,  pp.  52. 

Fu  riprodotta  nelle  varie  edizz.  delle  Opere. 

17.  Amor  \  Prigioniero  \  Favoletta  Pescatoria\Del  |  Costante 
Accademico  |  Ravvivato.  |  All'Illustre,  e  Reuer.  Sig.  Don 
Girolamo  lacobi  \  digniss.  Mastro  di  Cappella  di  S.  Pe- 
tronio, I  Musico  eccellentissimo.  \  [stemma]  |  In  Bologna, 
Presso  Bartolomeo  Cochi,  1615.  |  Con  licenza  de'  Supe- 
riori; 4°,  pp.  28. 

Il  Costante  è  il  nome  accademico  di  Silvestro  Branchi. 
[Liceo  Musicale  di  Bologna,  libretto  n°  7464.] 

18.  Str atira  \  Tragedia  \  Di  Silvestro  Branchi  da  Bologna] 
detto  il  Costante  \  Nell'Accademia  de'  Ravvivati.  \  all' Blu- 


l'origine  del  melodramma  239 

strissimo,  et  Reverendissimo  Sig.  \  Luigi  Cardinal  Cap- 
poni I  Dignissimo  Legato  de  latere  di  Bologna.  \  Rappre- 
sentata dalli  Accademici,  con  gli  Inter-  \  medij  dell'istesso.  \ 
Fatti  in  musica  dal  Sig.  Ottavio  |  Vernici  Organista  di 
S.  Petronio  \  [stemma]  |  In  Bologna,  MDCXVII  |  Per 
Gio.  Domenico  Moscatelli,  nelli  Orefici.  Con  licenza  de' 
Superiori;  4°,  pp.  231. 

[Liceo  Mus.  Bologna,  libr.  n°  7524.J  Gl'intermedi  sono 
frammezzati  agli  atti. 

19.  Orfeo  dolente  \  Mvsica  di  \  Domenico  Belli  |  Diviso  in 
cinqve  intermedi  \  Con  li  quali  \  il  Signor  Vgo  Rinaldi  \  ha 
rappresentato  T Aminta  Fauola  Boschereccia  I  Del  sig. 
Torquato  Tasso.  |  Nouamente  composta  et  data  in  luce.  \ 
[impresa]  i  In  Venetia,  Appresso  Ricciardo  Amadino. 
M.  DO.  XVI;  8^ 

[Unico  esempi,  presso  il  dott.  Emilio  Bobn  di  Breslau.] 

20.  U  Reno  \  sacrificante  \  Attione  Dramatica  \  In  Musica  j 
Del  Sig.  Co  :  Ridolfo  |  Campeggi  |  [stemma]  |  In  Bologna, 
Per  Sebastiano  Bonomi  1617.  !  Con  licenza  de'  Supe- 
riori ;  12°,  pp.  36. 

[Liceo   Mus.  Bologna,    libr.  n°  2150].    È  ancbe    con  le 
Rime  del  medesimo. 

21.  Gli  amori  \  d'Aci,  e  di  Galatea  \  Favola  |  maritima.] 
[stemma]  |  In  Mantova,  |  appresso  Aurelio  et  Lodovico 
Osanna  fratelli,  |  Stampatori  ducali.  1617.  i  Con  licenza 
de'  Superiori;  8°,  pp.  40. 

È,  con  qualche  mutazione,  la  stessa  operetta  del  Chia- 
brera  indicata  al  n°  13.  [Univ.^"'*  di  Genova.] 


22.  Strali  d'Amore  |  Favola  recitata  |  in  Mvsica  \  Per  Inter- 
medij,  con  l'occasione  d'una  Comedia  fat-  \  ta  in  Viterbo 
li  li  di  Febraro  1616.  \  Con  alcuni  Madrigali,  Dicdoghi 
e  Villanelle  a  Vna,  Due  et  Tre  Voci.  |  Di  Gio.  Boschetto 


240  l'origine  del  melodramma 

Boschetti  |  Opera  Quarta.  \  Nouamente  composta,  et  data 
in  luce.  !  [impresa]  ì  In  Venetia,  Appresso  Giacomo  Vin- 
centi. 1618. 

[Praga,  Bibl.  Univers.  —  Un  esempi,  apparve  nel  Ca- 
talogo della  Biblioteca  Borghese  venduta  nel  1892.] 

23.  Intermedi  di  Ulisse  e  Circe  di  Silvestro  Branchi  il  Co- 
stante nell'Accademia  de' Ravvivati  per  V Alleo  opera  regia 
maritima  delVistesso  autore  e  dedicata  all'Ili.''  e  J?.'"'* 
Sig.  Card.  Capponi  Legato  di  Bologna  e  recitata  dalli 
Accademici  Ravvivati  nel  salone  del  Pretore  con  la  mu- 
sica per  l'opera  et  Intermedi  del  Sig.  Ottavio  Vernici 
organista  di  San  Petronio,  Bologna,  per  Gio.  Paolo  Mo- 
scatelli, 1619;  4^ 

[Com.i^  Bologna  17.  Cass.  K.  3,  n"  13.]  h' Alleo  manca 
alla  Comunale  e  al  Liceo  Musicale. 

24.  La  Morte  D'Orfeo  \  Tragicomedia  Pastorale  \  Con  le 
Mvsiche  I  Di  Stefano  Landi.  |  All' Illvstrissimo  et  Reveren- 
dissimo I  Signor  Abbate  Alessandro  Matthei  Chierico  \  Di 
Camera  \  Opera  seconda  \  Con  Privilegio  \  [impresa]  ] 
Stampa  del  Gardano  |  In  Venetia  MDCXIX.  |  Appresso 
Bartolomeo  Magni;  fol. 

[Un  unico  esempi,  dalla  vendita  Borghese  passò  al 
British  Museum.] 

25.  Il  Medoro  j  ch'Andrea  ^M.\KT)0'Ri\rappr  esentato  in  mvsica] 
nel  Palazzo  del  Serenissimo  I  G.  Dvca  di  Toscana  \  in 
Fiorenza.  \  Per  la  elezione  all'Imperio  della  Sacra  Cesarea 
Maestà  dell'Imperatore  \  Ferdinando  secondo.  \  Dedicato 
al  serenissimo  \  Don  Ferdinando  Gonzaga  \  Duca  di  Man- 
toua  e  di  Monferrato  \  [stemma]  !  In  Fiorenza  |  Appresso 
Pietro  Cecconcelli.  1623.  Con  licenza  de'  Superiori.] 
Alle  Stelle  Medicee;  4°,  pp.  48. 

Il  BiGAzzi  {Firenze  e  contorni)  cita  un'ediz.  di  Firenze, 
s.  a.  [ma  1619],  cioè  contemporanea  alla  rappresenta- 
zione per  l'elezione  di   Ferdinando  II;  a  me   non  è  riu- 


241 


scito  di  trovarla  in  nessuno  dei  fondi  fiorentini.  —  Il 
Medoro  è  anche  nel  voi.  II  delle  Poesie  del  Salvadori, 
Roma,  Ercole,  1668.  —  Fu  musicato  da  Marco  da  Gagliano. 


26.  L'Aretvsa  I  Favola  in  Mvsica  |  Di  Filippo  Vitali  |  Rap- 
presentata in  Roma  \  In  casa  di  Monsignor  Corsini  |  De- 
dicata all'Ili.'''''  et  jR.'"'*  Sig.  Cardinal  Borghese.  \  [stemma]  j 
In  Roma  I  Appresso  Luca  Antonio  Soldi.  MDCXX.  |  Con 
Licenza  De'  Superiori;  fol. 

Mons.""   Corsini  è  Fautore  del  libretto.  [Roma,  S.**  Ce- 
cilia. —  Roma,  Barberiniana.  —  Firenze,  Bibl.  Landau]. 


27.  La\Coronatione\d''Apollo\Per  Dafne  conversa  in  Lauro], 
Intermezzi  in  Musica  \  Del  sig.  Silvestro  Branchi  |  Acca- 
demico Ravvivato,  detto  il  Costante.  \  Per  la  sua  opera 
intitolata,  ^'Amorosa  |  Innocenza,  recitata  nel  Salone  \ 
A  gli  Blustriss.  Signori  \  Li  Signori  '  Fahio  Gozadini 
Confaloniero-  \  Camillo  Gessi  Dottore.  \  Co.  Vincenzo 
Capraia.  \  Martio  Malvezzi.  \  Vincenzo  Cospi.  \  Pietro 
Maria  Sangiorgi.  \  Co.  Giorgio  MangioU.  \  Co.  Lodovico 
Magnani.  \  Lodovico  Ghelli,  \  Digniss.  Antiani  per  il 
primo  bimestre  dell'Anno  1623.  \  In  Bologna  |  Per  Theo- 
doro  Mascheroni,  et  Clemente  Ferroni.  1623  |  Con  li- 
cenza de'  Superiori;  12°,  pp.  12. 

[Liceo  Mus.  Bologna,  libr.  n°  7525.] 


28.  Europa  \  Rapita  da  Giove  \  Cangiato  in  Toro,  |  H  Trionfo 
della  Fama,  Angelica  legata  allo  \  scoglio,  liberata  da 
Ruggiero,  Rinaldo  \  liberato  da  gl'incanti  d'Armida,  \  In- 
termezzi I  del  sig.  Silvestro  Branchi,  il  Costante  nell'Ac- 
cademia I  de'  Rauuiuati,  \  Per  la  sua  Amorosa  Innocenza 
Fauola  Pastorale,  |  Recitata  sopra  del  Salone  ad  instanza 
dell'Illustrissimo  Senato  |  Con  un  Prologo,  et  Intermezzi 
nuoui,  et  la  Musica  del  Sig.  \  Ottavio  Vernizzi,  Orga- 
nista di  S.  Petronio,  \  NelVarriuo  à  Bologna  dell' Blustriss. 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  31  - 


242  l'origine  del  melodramma 


et  Eccéllentiss.  Sig.  Duca  \  Horati  Ludovisi.  \  In  Bologna, 
per  lo  Mascheroni,  e  '1  Ferroni,  1623.  |  Con  licenza  de' 
Superiori;  12°,  pp.  24. 

[Liceo  Mus.  di  Bologna,  libr.  n"  7526.]  L'operetta  che 
fu  adornata  di  tutti  questi  intermedi  si  intitola:  L' Amo- 
morosa  I  Innocenza  \  Tragicomedia  \  Pastorale  \  del  sig.  Sil- 
vestro Branchi  il  Costante  1  nell'Accademia  de'  Rauuiuccti.] 
All'Illustrissimo  et  Reuerendissimo  Sig.  Luigi  |  Cardinale 
Capponi  dignissimo  Arcive-  \  scovo  di  Ravenna,  e  Prencipe.  \ 
In  Bologna,  per  gli  Heredi  di  Gio.  Paolo  Moscatelli,  1623.] 
Con  licenza  de'  Superiori;  8",  pp.  105. 

Del  Branchi  si  citano  altresì  alcuni  Trattenimenti  mu- 
sicali di  Apollo  col  Reno  composti  nelle  nozze  del  co:  Fede- 
rico Rossi  di  S.  Secondo  e  donna  Orsina  Pepoli,  In  Bo- 
logna per  il  Moscatelli,  1621,  8°. 

29.  La  Selva  dei  mirti,  rappresentazione  con  halli  nell'Acca- 
demia dei  Gelati  in  casa  Zox>pio.  Poesia  di  Bernardo 
Marescotti  ;  musica  di  Girolamo  Giacobbi.  Bologna, 
1623. 

Non  mi  fu  dato  rintracciarne  un  esemplare. 

30.  Argomento  \  della  Regina  \  Sant'Orsola.  \  Rappresenta- 
zione i  ch'Andrea  Salvadori.  i  [impresa]  |  In  Firenze  |  Per 
Pietro  Cecconcelli.  1624,  Con  licenza  de'  Superiori.  Alle 
Stelle  Medicee;  8°,  pp.  16. 

Questo  riassunto  uscì  subito  per  servire  alla  rappresen- 
tazione; l'anno  seguente  fu  pubblicato  il  melodramma 
per  intero: 

30^^'.  La  Regina  \  Sant'  Orsola  \  del  s.^  Andrea  Saluadori] 
Rappres.^^  nel  Teatro  del  Sereniss.\  Gran  Duca  di  Toscana  \ 
Al  Sereniss.  Principe  \  Vladislao  Sigismondo  I  Principe 
di  Polonia  e  di  Suetia  \  Aggiuntivi  i  Fiori  del  Caluario  | 
dello  stesso  Autore  |  Con  Privilegio  \  [incis.  rappres.  Arno 
con  Urania  e  le  Muse]  Fiorenza  Per  Pietro  Cecconcelli 
con  lic.  de'  Superiori  1625;  8°,  pp.  168. 

Il  frontispizio  e  inciso,  e  ad  ogni  atto  precede  una  ta- 
vola incisa  firmata  da  Alfonso  Parigi.  —  E  anche  nel  voi.  II 
delle  Poesie  del  Salvadori  cit.  —  Fu  musicata  da  Marco 
da  Ga^rliano. 


l'origine  del  melodramma  243 


31.  La  Liberazione  \  Di  Rvggiero  \  Dall'Isola  d'Alcina  \  Bal- 
letto I  Rapp}°  in  Musica  al  Ser."^^  \  Ladislao  Sigismondo] 
Principe  di  Polonia  \  e  di  Siiezia  I  Nella  Villa  Imp.  della 
Sereniss.'^^  \  Arcid.^^  d'Austria  Gran  Duch.^^  \  di  To- 
scana i  Del  SgJ  Ferdinando  Saracinelli  Ball  di  Volterra.  \ 
Per  Pietro  Cecconcelli  1625.  Con  |  Licenza  de'  Supe- 
riori. I  Alle  Stelle  Medicee  ;  4»,  pp.  36. 

Frontisp.  inciso  e  con  belle  tavole  di  Alfonso  Parigi. 
Ne  esiste  anche  la  partitura  : 

31  ^^^.  La  Liberazione]  Di  Ruggero  ]  dall'isola  d'Alcina  \  Bal- 
letto I  Composto  in  Musica  dalla  Francesca  |  Caccini  ne'  Si- 
gnorini !  Malaspina  I  Rappresentata  nel  Poggio  Imp}^] 
Villa  della  Sereniss.^"  Arcid.^^  d'Austria  \  Gran  Ducessa 
(sic)  di  Toscana  \  Al  Principe  di  Polonia  \  e  di  Suezia.  |  In 
Firenze,  p.  Pietro  Cecconcelli  1625.  Con  licenza  de'  Su- 
periori. Alle  Stelle  Medicee  ;  fol.,  pp.  74;  front,  ine. 

Di  Francesca  Caccini  si  ricorda  anche  un  Rinaldo  in- 
namorato, di  cui  era  segnalato  un  esemplare  nella  colle- 
zione dell'ab.  Baini,  passata  poi  alla  Casanatense  di  Roma, 
ma  oggi  più  non  vi  si  ritrova. 

32.  Intermedi  \  Rappresentati  in  Fiorenza  \  Al  Serenissimo 
Leopoldo  Arciduca  d'Austria  \  Atlante,  onero  l'Imperio 
di  Casa  d'Austria  Intermed.  P."^"  |  Contrasto  de'  venti 
nell'Isola  Eolia.  Interm.  Secondo.  \  L'Armi  d'Achille  nel- 
l'Isola degl'Eroi.  Interm.  Terzo.  \  Balletto  delle  Muse  e 
degV Argonauti.  Interm.  Quarto.  |  Inuenzione  D'Andrea 
Salvadori. 

Ms.  Moreniano  (Riccardiana)  autogr.  n°  326,  4",  ce.  20; 
e  ms.  Magliabechiano  II,  IV,  22  ;  e  nelle  Poesie  del  Sal- 
vadori, Roma,  Ercole,  1668,  voi.  I,  pp.  250  sgg. 

33.  La  Giuditta.  Azione  sacra  di  Andrea  Salvadori  nelle 
Poesie  cit.,  voi.  I. 

Fu  composta  e  rappresentata  per  il  passaggio  del  card.^® 
Barberini  da    Firenze  nel  settembre  1626. 


244  l'okigine  del  melodramma 

34.  L'Evropa  \  Di  Baldvino  Di  Monte  \  Simoncelli  1  De'\ 
Signoì'i  di  Viceno,  \  Nell'Accademia  degli  Invaghiti  \  detto 
il  Secvro.  i  Rappresentata  in  Musica  \  nella  Reale  Scena 
di  Mantova  \  Al  Serenissimo  Arcidvca  \  Leopoldo  D'Au- 
stria, etc.  i  In  Mantova  MDCXXVI;  4",  front,  inciso. 
In  fine:  In  Mantova.  Presso  Aurelio,  et  Lodovico 
Osanna  fratelli,  !  Stampatori  Ducali,  M.  DC.  XXVI.] 
Con  licenza  de'  Superiori. 

35.  La  1  Catena  \  D'Adone  \  Favola  \  Boschereccia  \  D'  \ 
Ottavio  |  Teonsarelli  \  In  Roma,  Appresso  Francesco 
Corbelletti.  1626;  8°  picc,  pp.  S2. 

Il  frontesp.  inciso  reca  la  figura  d'Adone  incatenato; 
nel  giro  della  catena  al  collo  si  legge  La,  in  quello  at- 
traverso il  petto  Catena  e  nell'altro  intorno  all'ombilico 
D'Adone-,  il  rimanente  del  titolo  è  in  uno  scudo  sorretto 
da  due  putti  e  le  note  tipografiche  in  una  linea  al  basso. 
Precede  la  dedicatoria  del  Tronsarelli  data  30  marzo  1626. 
Ogni  scena  è  preceduta  dall'Argomento  in  prosa.  —  Cfr. 
n«  38. 

35  ^^^.  La\Catena\  D' Adone\ Fauola\'&o^cwKKE(^ciK\D'0'iT:A.\jio 
Tron-  i  sARELLi.  |  [incisione]  |  In  Roma,  et  in  Viterbo,] 
Con  licenza  de'  Superiori.  !  Per  il  Discepolo.  1626.  |  Si 
vendono  in  Nauona  al  Morion  d'Oro  ;  12°,  pp.  72. 

Oltre  la  dedicatoria  del  Tronsarelli  in  data  30  marzo, 
vi  è  quella  del  tipografo  in  data  12  maggio  1626. 

Zh^^\  La  i  Catena  |  d'Adone  '  Postain  Mvsica\DaJ)ou^iAico 
Mazzocchi  |  Con  Privilegio.  |  [stemma]  |  In  Venetia,] 
Appresso  Alessandro  Vincenti;  fol.,  s.  a. 

È  la  partitura  musicale  :  la  dedicatoria  e  in  data  24  ot- 
tobre 1626. 


35quat.  j^^  [  QfiiQ^a  I  D'Ado?ie\ Fattola  Boschereccia]  Di  Ot- 
tavio I  Tronsarelli.  |  All'Illvstriss.  \  Sig.  Camillo  Baglioni] 
[fregio]  I  In  Venetia,  MDCXXVII  j  Presso  Giacomo  Sar- 
sina.  ]  Con  licenza  de'  Superiori,  et  Privilegi;  12",  pp.  92. 


l'origine  del  melodeambia  245 


35quiiiq.  x^  Catena  \  d'Adone  \  Brama  musicale  \  I{ax>- 
2yresentata  nel  Teatro  degli  Uniti  nel  Salone  de  gVlllu- 
striss.  I  Sig.  Malvezzi  AlVEminentiss.  \  e  Reuerendiss. 
Prencipe  |  Il  Sig.  Card.  \  Fabritio  Savelli  \  Legato  de 
latere  \  di  Bologna.  \  In  Bologna,  per  gli  HH.  del  Dozza  1 
MDCXLVIII  1  Con  licenza  de'  Superiori;  12°,  pp.  54. 

[Liceo  Mus.  di  Bologna,  libr.  n°  6042. J 


36.  Antiporta  incisa;  La  Flora\D'k^r)B.^K  ^k\.\k\ìo^i\ Dedi- 
cata air  A.  A.  S.  S.  i  D'Odoardo  Farnese,  \  e  Margherita] 
di  Toscana,  I  Duchi  di  Parma,  e  Piacenza,  ecc.  —  Segue 
il  frontespizio:  La  Flora,  \  0  vero  \  Il  Natal  de'  Fiori,] 
Fauola  ch'Andrea  Salvadori,  |  Rappresentata  in  musica 
recitatiua  nel  Teatro  |  del  Serenissimo  I  Gran  Dvca,  \  Per 
le  reali  nozze  del  Serenissimo  \  Odoardo  Farnese,  \  e  della 
serenissima  \  Margherita  di  Toscana  |  Duchi  di  Parma, 
e  Piacenza  ecc.  \  Dedicata  |  A'  Serenissimi  Sposi  \  [im- 
presa] 1  In  Firenze,  |  Per  Pietro  Cecconcelli.  1628  |  Con 
licenza  de'  SS.  Superiori;  4^  pp.  102. 

Vi  sono  cinque  tavole  incise  da  Alfonso  Parigi.  Fu  su- 
bito ristampata  : 

36  ^'K  Antiporta  incisa:  La]  Flora  \  del  Signore  Andrea I  Sal- 
vadori 1  Rappresentata  al  ^er.™")  Di  Parma,  [[stemma]] 
Firenze.  —  Segue  il  frontespizio  :  La  Flora  I  Overo  \  E 
Natale  De'  Fiori,  |  Favola  del  Sig.  Andrea  Salu adori.] 
Rappresentata  in  Musica  recitatiua  nel  Tea-  \  tro  del 
Sereniss.  Gran  Dvca.  j  Per  le  Reali  Nozze  del  Sereniss.] 
Odoardo  Farnese,  \  E  della  Serenissima  \  Margherita  di 
Toscana  \  Duchi  di  Parma,  e  di  Piacenza,  ecc.  \  Agginntoui 
la  Disfida  d'Ismeno,  Festa  à  ]  cavallo  del  medesimo  Au- 
tore. I  [fregio]  I  In  Firenze,  |  Appresso  Zanobi  Pignoni, 
1628.  1  Con  licenza  de'  Superiori,  j  All'insegna  dell'Arme 
di  Palle;  12°,  pp.  80. 

È  anche  nel  voi.  li  delle  Poesie  del  Salvadori  ;  ne  esiste 
la  partitura: 


246  l'oeigine  del  melodeamma 

36  ■^^.  La  Flora  |  Del  sig.  Andrea  SALVADOKijPosto  in  musica 
da  Marco  da  Gagliano,  Maestro  \  di  Cappella  del  Serenis- 
simo Gran  Duca  \  di  Toscana.  \  Rappresentata  nel  Teatro 
del  Serenissimo  Gran  Duca,  \  Nelle  Reali  Nozze  del 
Sereniss.  Odoardo  Farnese  Duca  \  di  Parma,  e  di  Pia- 
cenza; e  della  Serenissima  Principessa  \  Ma?'gherita  di 
Toscana.  |  [stemma]  [  In  Firenze,  |  Per  Zanobi  Pignoni, 
1628.  Con  licenza  de'  Superiori;  fol. 

36^"*^-  B  Natale  |  De  \  Fiori  \  Di  \  Andrea  i  Salvador:.  ] 
Dedicato  \  All'lllust.  et  Eccell.  Sig.  j  Giovanni  \  Giusti- 
niano. I  [corona  comitale]  I  In  Venetia,  M.  DC.  LXIX.  ] 
Per  Gio.  Francesco  Valuasense.  |  Con  licenza  de'  Supe- 
riori; 12^ 

È  una  riduzione  perpetrata  da  una  Domenica  Costan- 
tini detta  Corallina,  comica,  come  si  firma  nella  dedica- 
toria: la  favola  manca  qui  del  prologo  ed  è  in  parte 
abbreviata,  in  parte  variata. 

37.  Diana\Schernita\Favola  Boscareccia.\ Posta  in  Musica] 
Da  I  Giacinto  Cornachioli  d'Ascoli.  \  E  rapp>resentata  in 
casa  dell' Illustriss.  Sig.  \  Gio.  Rodolfo  Baron  di  Hohen 
Rechberg.  \  Con  Privileggio.  \  [stemma]  |  In  Roma,  Ap- 
presso Gio.  Battista  Robletti.  1629.  |  Con  licenza  de' 
Superiori;  fol. 

È  la  partitura  musicale  [Roma,  S.**  Cecilia  ;  ed  era  nel 
Catal.  della  vendita  Borghese]  ;  non  ho  trovato  il  libretto. 


38.  Drammi  \  Musicali  \  Di  \  Ottavio  |  Tronsarelli.  |  Con 
licenza  de'  Superiori  |  In  Roma  per  Francesco  Corbel- 
letti  rAnno  M.  D.  C.  XXXII;  8^  pp.  454. 

Front,  inciso.  I  melodrammi  sono  veramente  quattro 
soli:  Il  Narciso;  Il  Fetonte;  La  creazione  del  mondo;  L'Età 
dell'Oro.  Vi  sono  poi  un'infinità  di  balletti,  cantate,  pro- 
loghi, ecc.  —  Cfr.  n^  35  e  43  che  mancano  a  questa 
raccolta. 


l'oEIQINE    del    3JBL0DRA1VIMA  247 

39.  US.  Alessio  \  Dramma  Mvsicale  \  Dall' eminentissimo,  et 
reveì'endissimo  Signore  \  Card.  Barherino  \  fatto  rappre- 
sentare I  al  serenissimo  principe  \  Alessandro  Carlo  |  di 
Polonia  I  Dedicato  a  Sua  Eminenza  \  E  posto  in  Musica] 
da  Stefano  Lanci  romano  \  Musico  della  Capiscila  di  N.  S. 
e  Cherico  beneficiato  nella  basilica  di  S.  Pietro.  \  [stemma]  ] 
In  Roma,  i  Appresso  Paolo  Masotti.  MDCXXXIV.  |  Con 
licenza  de'  Superiori;  fol. 

Ne  esistono  due  tirature  ;  una  magnifica  con  7  incisioni. 

40.  Argomento  \  delle  nozze  \  degli  Dei  \  Favola  \  dell'Abate  \ 
Gio.  Carlo  Coppola.  I  In  Fiorenza  i  nella  Nuova  Stam- 
peria del  Massi,  e  Laudi.  MDCXXXVII  i  Con  Licenza 
de'  Superiori;  4°,  ce.  4  nn. 

[Esempi.  Palat.  Firenze  e.  8.  5.  43.] 

40  ^^^.  Le  nozze  \  degli  Dei  \  Favola  \  dell' Ab.  Gio.  Carlo 
Coppola  |  rappresentata  in  musica  in  Firenze  \  nelle  reali 
nozze  I  de'  Sereniss."^^  Gran  Duchi  di  Toscana  |  Ferdi- 
nando II  e  Vittoria  \  Principessa  d'Urbino.  \  In  Firenze, 
per  Amadore  Massi  e  Lorenzo  Laudi  1637.  Con  Li- 
cenzia de'  Superiori;  4°,  pp.  148. 

Il  frontispizio  è  inciso  all'acquaforte  e  il  volume  è 
ornato  di  sette  pregevoli  tavole  in  rame.  —  Fa  seguito 
una  Relazione  \  delle  Nozze  |  degli  Dei  \  Favola  \  delV Abate] 
Gio.  Carlo  !  Coppola  I  alla  Serenissima  Vittoria  \  Princi- 
pessa d^ Urbino  \  Granduchessa  \  di  Toscana.  \  In  Firenze] 
Nella  Nuova  Stamperia  del  Massi,  e  Laudi  1637.  |  Con 
licenza  de'  Superiori,  di  Francesco  Rondinelli. 

41.  Erminia] Svi  Giordano  \  Dramma  Mvsicale  \  Rappresen- 
tato nel  Palazzo  |  Dell' Illvstrissimo,  Et  Eccellentissimo 
Signore  \  D.  Taddeo  Barberino  \  Prefetto  di  Roma  \  e 
Principe  di  Pellestrina  \  e  dedicato  \  all'  Illvstriss.^'^  et 
Eccellentiss.^  Signora  \  La  Signora  \  D.  Anna  Colonna] 
Barberina  ]  Prefettessa  di  Roma.  |  e  Principessa  di  Pel- 
lestrina. \  Posto  in  Mvsica  \  da  Michelangelo  Rossi.  |  In 
Roma  1  Appresso  Paolo  Masotti.  MDCXXXVII.  |  Con 
licenza  de'  Superiori;  fol. 


248  l'oeigine  del  melodramma 

42.  La  Gnlatea  \  Bramina\Del  cav.  Loreto  Vittori |Z)a  Spo- 
leti  I  Dal  medesimo  posta  in  Musica  \  e  dedicata  aU'em.^'^° 
e  rev.^°  sig.^  \  Card.  Antonio  \  Barberino  \  In  Roma  per 
Vincenzo  Bianchi.  Con  licenza  de'  Superiori  1639  ;  fol. 

Oltre  a  questa  partitura   ne  fu  stampato    più  tardi  il 
libretto  : 

42 '^*^.  La  I  Galatea] Dramma] del  Cavaliero-LonETO  VittoriiI 
Da  Spoleto  j  Dedicata  \  All' III  ustriss.  et  Eccellentiss.  Sig.\ 
D.  Flavio  Ghigi  \  [stemma]  i  In  Spoleto,  per  Gregorio 
Arnazzini  |  1655.  Con  licenza  de'  Superiori;  12°,  pp.  96. 

43.  Il  I  Martirio  \  De'  Santi  \  Ahondio  Prete,  \  Ahvndantio 
Diacono,  \  Marciano,  e  Giovanni  \  Suo  figliuolo  |  Caualieri 
Romani.  \  Dramma  \  Del  Sig.  Ottavio  Tronsarelli  j  l'osto 
in  Musica  I  Da  Domenico  Mazzocchi,  |  Et  in  Ciuita  Ca- 
stellana li  16.  I  di  Settembre  giorno  festino  \  di  questi 
Santi  I  rappresentato.  \  [fregio]  |  In  Roma  Appresso  Lo- 
dovico Grignani,  1641.  |  Con  licenza  de'  Superiori; 
12°,  pp.  60. 

Manca  nella  raccolta  dei  drammi  del  Tronsarelli(v.  n°  38) 
e  non  ne  ho  trovato  il  libretto. 

44.  V Amorose  \  Passioni  \  di  Fileno  \  Poste  in  Musica  \  dal 
Sig.  Giacomo  |  Carissimo.  |  Accademia  fatta  in  Casa  delli 
Sig.  I  Casali  in  Bologna.  \  In  Bologna  MDCXLVIII.  |  Ap- 
presso gl'heredi  del  Dozza  |  Con  licenza  de'  Superiori; 
8°,  pp.  16. 

45.  Antiporta  incisa  :  ilfeZof^rammì  |  cioè  \  Opere  \  darajopre- 
sentarsi  in  j  Musica  del  Co:  |  Prospero  Bonarelli  |  alla 
ser.'^^  I  Gran  Dvchessa  \  Di  Toscana.  —  Segue  il  fron- 
tespizio :  Melodrammi  |  cioè  !  Opere  da  Rappresentarsi] 
in  musica.  \  Del  Co:  Prospero  Bonarelli  |  Alla  Serenis- 
sima I  D.  Vittoria  \  Gran  Duchessa  \  di  Toscana.  \  [fregio]  | 
In  Ancona.  |  Appresso  Marco  Salvioni.  M.  DC.  XLVII.| 
Con  licenza  de'  Superiori;  4°. 

La    dedicatoria  è  del    figlio    Lorenzo,   in    data    di  Fi- 
renze 23  marzo   1647,  che  raccolse  queste    composizioni 


l'origine  del  melodramma  249 

del  padre  date  dopo  il  1620.  Sono  :  L'esilio  d'Amore,  La 
gioia  del  Cielo,  L'Alceste,  L'Allegrezza  del  mondo,  L'Antro 
dell'Eternità,  Il  Merito  schernito.  Il  Faneto,  La  Vendetta 
d'amore,  La  Pazzia  d'Orlando;  alcune  seguite  da  balletti. 

Ho  stimato  opportiino  raggruppare  qui  in  fine  la  descrizione 
dei  melodrammi  di  Benedetto  Ferrari,  perchè  con  essi  incomincia 
la  nuova  età  insieme  con  l'apertura  dei  teatri  d'opera  di  Venezia. 

46.  L'Andromeda  \  Del  Signor  \  Benedetto  Ferrari.  !  Eap- 
presentata  in  Musica  \  In  Venetia  l'anno  1637  |  Dedicata] 
All' Illustrissimo  \  Sig.  Marco  Antonio  \  Pisani.  \  Con  li- 
cenza de'  Superiori,  e  Privilegi.  \  [impresa]  |  In  Ve- 
netia, MDCXXXVII.  I  Presso  Antonio  Bariletti;  8°  picc. 

Ve  la  descrizione  della  rappresentazione  e  la  nota  dei 
musici.  La  musica  fu  del  Marelli  e  si  rappresentò  al  teatro 
di  S.  Cassiano. 


47.  La\  Maga  Fvlminata  \  fauola  \  Del  S.""  Benedetto  ^-er- 
RAm]Rap2)resentata  in  Musica  |  In  Venetia  \  L'anno  1638. 
In  Venetia  Presso  Antonio  Bariletti;  8°  picc,  front,  ine. 

48.  L'Armida  \  del  SigJ  |  Benedetto  Ferrari.  |  Rappresen- 
tata in  Musica  \  In  Venetia  l'anno  1639.  \  Al  Serenissimo] 
Francesco  Erizzo  \  Doge  I  Di  Venetia  |  Dedicata.  \  Con 
licenza  de'  Superiori,  |  e  Privilegio.  \  In  Venetia  !  Ap- 
presso Antonio  Bariletti;  12*»,  front,  ine. 

Ve  n'è  una  ristampa: 

48 bis.  L'Armida  \  di  \  Benedetto  |  Ferrari  [  dalla  Tiorba] 
Rappresentata  in  Musica  \  In  Venetia  et  in  Piacenza.] 
Posta  in  Musica  dalVistesso  \  Autore.  \  All'Illustrissimo 
Sig.]  e  Patron  Colendiss.  il  Sig.  Co.  |  Cesare  \  Todeschi.]ln 
Piacenza,  }  Per  Gio.  Ant.  Ardizzoni  Stamp.  Cam.  1650] 
Con  Licenza  de'  Superiori,  i  Ad  instanza  di  Giulio  Fessa 
Librare. 

49.  Il  I  Pastor  \  Regio  \  Dramma  del  Signor  ]  Benedetto  Fer- 
rari I  Rappresentato  in  Musica  in  Venetia  \  bell'anno 
MDCXXXX.  1  Dedicato   all' III  ustriss.   Signor  \   Angelo 

Sol-erti,  L'origine  del  Melodramma.  32 


250  l'origine  del  melodramma 

Corraro  \  Fa  delV Illustrissimo  et  Eccellentissimo  \  Signor 
Marcantonio  Caualier  \  Coti  licenza  de'  Superiori,  et  Pri- 
vilegio. I  [fregio]  I  In  Venetia,  1  MDCXXXX.  \  Appresso 
Antonio  Bariletti;  12",  pp.  58. 

Vi  è  una  ristampa  di  Piabenza,  Ardizzone,  1646,  con 
l'indicazione:  Rappresentato  in  Musica  \  In  Venetia,  Bo- 
logna, Genova,  \  Milano  e  Piacenza  \  Posto  in  musica  dal- 
Vistesso  Autore.  \  Quinta  impressione. 

50.  La  Maga  \  Fulminata  \  Favola  \  del  Sig.  Benedetto  Fer- 
BARi  I  dalla  Tiorba.  |  Rappresentata  in  Musica  \  in  Bo- 
logna, In  questa  terza  impressione  dall'  \  Autore  cor- 
retta. I  In  Bologna,  presso  Gio.  Battista  !  Ferroni  1641.] 
Con  licenza  de'  Superiori;  12°,  pp.  82. 

Non  conosco  le  impressioni  precedenti. 

hi.  La  Ninfa  avara.  Favola  boschereccia  del  s^^wor  Benedetto 
Ferrari  rapp)resentata  nel  teatro  di  S.  Moisè  di  Venezia 
Vanno  1641,  In  Venezia,  per  gli  eredi  di  Gio.  Salis, 
1642;  12°. 

52.  Il  Principe  Giardiniero.  Dramma  recitato  nel  Teatro 
de'  SS.  Giovanni  e  Paolo  di  Venezia  Vanno  1644,  In 
Venezia,  nella  Stamperia  Salis,  1643;  12°. 

53.  L'Inganno  d'amore.  Dramma  per  musica  del  signor  Be- 
nedetto Ferrari,  In  Ratisbona,  1653;  4°. 

54.  La  Licasta  \  Dirama  \  Del  Signor  Benedetto  Ferrari] 
posta  in  Musica  dal  Sig.  \  Francesco  Manelli  |  Maestro  di 
Cappella  |  Del  Serenissimo  Signor  \  Duca  di  Parma  \  Rap- 
presentata in  Musica  \  NelVanno  M.  DC.  LXIV.  \  In 
Parma.  Per  Mario  Vigna.  Con  lic.  de'  Sup.  ;  8°. 

Delle  Poesie  Drammatiche  di  Benedetto  Ferrari  dalla 
Tiorba  si  trovano  anche  due  raccolte;  l'una  di  Milano, 
Ramellati,  1644,  e  l'altra  di  Milano,  Cardi  e  Marcili,  1659  ; 
entrambe  le  quali  contengono  i  melodrammi  qui  addietro 
indicati   ai  n.'  46,  47,  48,  49,  50,   51,   52. 


l'origine  del  melodramma  251 


BIBLIOGRAFIA 


Ademollo  a.,  [Bibliografìa  delle  storie  dei  teatri  d'Italia] 
premessa  a  /  teatri  di  Roma  nel  secolo  decimosettimo, 
Roma,  Pasqualucci,  1888. 

—  La  bell'Adriana  ed  altre  virtuose  del  suo  tempo  alla 
corte  di  Mantova.  Contributo  di  documenti  per  la  storia 
della  musica  in  Italia  nel  primo  quarto  del  seicento, 
Città  di  Castello,  Lapi,  1888. 

—  I  primi  fasti  della  musica  italiana  a  Parigi  [1645-1662], 
Milano,  Ricordi,  1884. 

—  I  teatri  di  Roma  nel  secolo  decimosettimo,  Roma,  Pa- 
squalucci, 1888. 

—  I  primi  fasti  del  teatro  di  via  della  Pergola  in  Firenze 
[1657-1661],  Milano,  Ricordi,  1885. 

—  La  Cecchina  (Francesca  Caccini),  nel  Fanfulla  d.  Do- 
menica, n«  17  (1885). 

—  Le  più  antiche  delle  Ro manine  (Vittoria  Archilei  e  Ca- 
terina Martinelli),  ibid.,  n°  30,  (1885).  (E  in  append.  ai 
Teatri  di  Roma.  Entrambi  questi  articoli  furono  anche 
rifusi  ne  La  bell'Adriancc). 

Algarotti  F.,  Saggio  sopra  l'opera  in  musica,  Livorno, 
Coltellini,  1763.  (E  nelle  Opere,  Venezia,  C.  Palese,  1791, 
t.  Ili,  pp.  309  sgg.). 

Allacci,  v.  Drammaturgia. 

Ambros,  Geschichte  der  Musik,  Breslau,  1862-1878;  5  voi.  ; 
e  Leipzig,  Leuckart,  1882,  S"*. 


252  l'origine  del  melodramma 


Angeli  Ubaldo,  Notizie  per  la  storia  del  Teatro  a  Firenze 
nel  secolo  XVI  specialmente  circa  gli  intermezzi,  Modena, 
tip.  Namias,  1891. 

[Anonimo]  Decadimento  dell'opera  in  musica  nella  prima 
metà  del  secolo  XVI  (sic  per  XVII).  Corruzione  nel 
gusto  de'  poeti,  del  puhhlico  e  de'  compositori]  p)rimordii 
dell'arte  del  canto,  nella  Gazzetta  Musicale  di  Milano 
An.  Ili  (1844),  n''  17. 

—  (in  continuaz.),  Secol  d'oro  della  musica  Italiana.  Pro- 
gressi della  melodia.  Valenti  compositori  italiani.  Scuole 
celebri  di  canto  e  di  suono  col  vario  loro  carattere,  id., 
n"  18,  26,  40,  43. 

—  Trattato  de'  giuochi  e  de'  divertimenti  permessi  a'  cri- 
stiani, Roma,  1768.  [Gap.  10.  Gli  spettacoli  teatrali 
sono  contrari  alla  professione  cristiana  e  alia  purità 
de'  costumi.  —  Gap.  11.  Delle  commedie  private  de' 
collegi  e  de'  monasteri.  —  Gap.  12.  De'  balli  delle  ma- 
schere ed    altri   divertimenti  carnevaleschi]. 

[Arrigoni  Renato],  Notizie  intorno  ai  teatri  veneziani,  Ve- 
nezia, Gondoliere,  1840,  (per  nozze  Michiel-Morosini. 
L'opusc.  fu  pubblicato  anonimo). 

Arteaga  Steano,  Le  rivoluzioni  del  teatro  musicale  ita- 
liano dalla  sua  origine  fino  al  presente,  2  ediz.,  3  voli., 
Venezia,  Palese,  1785. 

Atti  dell'Accademia  del  R.  Istituto  Musicale  di  Firenze, 
Anno  XXXIII:  Commemorazione  della  Riforma  melo- 
drammatica, Firenze,  tipografia  Galletti  e  Gocci,  1895, 
con  incis.  e  fac-simili.  —  [Dell'opera  in  musica.  Comme- 
morazione centenaria  della  Riforma  melodrammatica, 
Riccardo  Gandolfi.  —  Jacopo  Peri  e  la  sua  famiglia, 
G.  Odoardo  Gorazzini.  —  Cenili  di  Ottavio  Rinuccini 
poeta,  Guido  Mazzoni.  —  I  costumi  teatrali  per  gli  Inter- 
mezzi del  1589,  Aby  Warburg.  —  Appendice.  Tavole  dei 
costumi.  —  Frammenti  musicali]. 

Baccini  Giuseppe,  Notizie  di  alcune    Commedie  sacre  rap- 
presentate in  Firenze  nel  secolo  XVII,  Firenze,  Libreria 
Dante  ed.,  1889;  8°. 
Beani  G.,  Clemente  IX  {Girdio  Rospiigliosi),  notizie  storiche, 
Prato,  Giacchetti,  1893. 


l'origine  del  melodramma  253 

Bertolotti  a.,  Musici  alla  Corte  dei  Gonzaga  in  Mantova 
dal  secolo  XV  al  XVIIL  Notizie  e  documenti  raccolti 
negli  Archivi  Mantovani,  Milano,  Ricordi,  [1890];  8°. 
(Cfr.  recens.  schiacciante  eli  A.  Luzio  in  Giorn.  Stor., 
XVII,  pp.  98-108). 

BiAGGi  Alessandro,  La  musica  nel  500  in  La  vita  ital.  nel 
cinquecento,  III,  Arte,  Milano,  Treves,  1894. 

—  La  musica  nel  600,  in  La  vita  ital.  nel  seicento,  111, 
Arte,  Milano,  Treves,  1895. 

BoGHEN  CoNEGLiANi  Emma,  Lc  Origini  del  melodramma  in 
Studi  letterari.  Rocca  S.  Casciano,  Cappelli,  1897. 

BoNAMici  Diomede,  Bibliografìa  delle  cronistorie  dei  Teatri 
d'Italia,  Livorno,  Stab.  Tip.  E.  Levi  e  C,  1896.  (ediz.  di 
100  esempi.). 

BoNLiNi  Carlo,  Le  glorie  della  Poesia  e  della  Musica,  con- 
tenute nell'esatta  notizia  de'  Teatri  della  Città  di  Venezia 
e  nel  catalogo  purgatissimo  dei  Drammi  musicali  quivi 
sin  ora  rappresentati.  Con  gli  Autori  della  Poesia,  e  della 
Musica,  e  con  le  annotationi  a'  suoi  luoghi  propri.  In 
Venezia,  per  Carlo  Bonarrigo,  1730:  in-12.  [dall'anno 
1687,  ove  giunse  ITvanovich,  al  1730]. 

BoNTEMPi  Giov.  And.,  Historia,  \  Musica,  \  Nella  quale  si  ha 
piena  cognitione  della  \  Teorica,  e  della  Pratica  Antica  della  \ 
Mvsica  Harmonica;  \  secondo  la  dottrina  de'  Greci,  \  i 
qvali,  I  inimitata  prima  da  Libai  avanti  il  Diluuio,  e  poi 
doporitroua-  \  tada  Mercurio,  la  restituirono  nella  sua  pri- 
stina, I  et  antica  dignità:  \  E  come  dalla  Teorica  e  dalla 
Pratica  antica  \  sia  poi  nata  la  Pratica  moderna,  che 
contiene  la  Scientia  del  Contrapunto.  \  Opera  non  meno 
vtile,  che  necessaria  a  chi  desidera  di  studiare  in  questa 
Scientia.  \  Di  Gio.  Andrea  Angelini  Bontempi  |  Pervgino.] 
[impresa]  |  In  Perugia,  |  per  il  Costantini,  M.DC.XCV| 
Con  licenza  de'  Superiori;  fol. 

Bruno  Agostino,  Vicende  musicali  Savonesi  dal  secolo  XVI 
sino  al  presente,  negli  Atti  della  Società  Storica  Savonese, 
voi.  II,  Savona,  Bertolotto,  1889-90. 

Le  Nvove  \  Mvsiche  \  Di  Givlio  Caccini  |  Detto  Ro?nano.] 
[impresa]  |  In  Firenze  |  Appresso  i  Marescotti  MDCI  ; 
fol.  [Precede  una  dedicatoria  a  Lorenzo  Salviati,  V  feb- 


254  l'origine  del  melodramma 

braio  1601.  Questa  ediz.  ha  una  lunga  prefaz.,  che 
fu  ripetuta  in  quella  del  1615,  dove  però  fu  tralasciato 
l'ultimo  tratto.  Una  brutta  ristampa  è  quella  di  Ve- 
nezia, Raverii,  1607]. 

Nvove  Mvsiche  \  E  Nvova  Maniera  \  Di  scriverle  \  Con  due 
Arie  Particolari  per  Tenore,  che  ricerchi  \  le  corde  del 
Basso,  I  Di  GivLio  Caccini  Di  Roma,  \  Detto  Givlio  Ro- 
mano, I  Nelle  quali  si  dimostra,  che  da  tal  Maniera  di 
scrivere  con  la  pratica  di  essa,  \  si  possano  apprendere 
tutte  le  squisitezze  di  quesf  arte  \  senza  necessità  del 
Canto  dell'Autore;  \  Adornate  di  passaggi,  trilli,  gruppi, 
e  nuovi  difetti  per  vero  esercizio  \  di  qualunque  voglia 
professare  di  cantar  solo.  \  [stemma]  |  In  Fiorenza  |  Ap- 
presso Zanobi  Pignoni  e  Compagni.  1614.  |  Con  Li- 
cenzia de'  Superiori;  fol.  [Precede  una  dedicat.  a  Piero 
Falconieri,  18  agosto  1614;  e  segue  una  prefazione  di- 
versa da  quella  dell'ediz.  1601  e  1615]. 

Le  Nvove  \  Mvsiche  \  Di  Givlio  Caccini  |  Detto  Romano] 
Musico  del  Serenissimo  Gran  Duca  di  Toscana  \  No- 
uamente  con  ogni  diligenza  ristampate.  \  [impresa]  |  In 
Venetia,  |  Appresso  Giacomo  Vincenti.  |  MDCXV;  fol. 
[Manca  la  dedicatoria;  e  contiene  la  prefaz.  dell'edi- 
zione 1601  senza  l'ultimo  tratto,   come    s'è  avvertito]. 

Caffi  Fkancesco,  Storia  della  musica  sacra  nella  già  Cap- 
pella Ducale  di  Venezia  dal  1318  al  1797,  Venezia, 
Antonelli,  1854-55,  voi.  2. 

Canal,  Della  musica  in  Venezia,  nel  voi.  I,  p.  II,  p.  469  sgg. 
dell'opera  Venezia  e  le  sue  Lagune,  Venetia,  Antonelli, 
1847.  [I.  Fervore  generale  e  musica  popolare.  —  IL  Mu- 
sica sacra.  —  III.  Musica  teatrale.  —  IV.  Oratori  e 
Scuole  di  musica]. 

Canal,  Della  musica  in  Mantova  in  Atti  del  R.  Istituto 
Veneto,  t.  XXI,  Venezia,  1881. 

—  Osservazioni  ed  aggiunte  alla  "  Biographie  universelle 
des  Musiciens  par  E.  S.  Fétis  „  in  Atti  del  R.  Istituto 
Veneto,  S.  III,  voi.  X,  XII,  e  XIII. 

Canevazzi  Giovanni,  Prt^^a  Clemente  IX  poeta  {Giulio  Ro- 
spigliosi —  sec.  XVII),  Modena,  tipo-litogr.  Forghieri 
e  Pelliqui,  1900;  8". 


l'okigine  del  melodeamma  255 

Carli  G.  R.,  Dell'Indole  del  teatro  tragico  antico  e  mo- 
derno. Dissertazione  in  cui  oltre  la  storica  narrazione 
delle  .rappresentazioni  particolarmente  tragiche  in  Italia, 
e  l'analisi  delle  tragedie  greche,  e  di  atcune  francesi  e 
italiane,  si  tratta  delle  leggi,  credute  costanti  ed  indi- 
spensabili, intorno  all'unità  del  luogo  e  del  tempo;  e  si 
fa  conoscere  essere  inconciliabili,  col  moderno  costume  e 
modo  di  rappresentare,  le  maniere  e  le  forme  usate  dagli 
antichi  nelle  loro  tragedie.  (Discorso  Accademico  reci- 
tato in  Venezia  a'  28  di  Ottobre  nell'anno  1744,  ri- 
veduto, corretto  ed  accresciuto);  nelle  Opere,  t.  XVII, 
Milano,  1787;  e  prima  nel  Calogera,  Opuscoli,  pp.  147- 
220  (1745)  t.  XXXV,  ma  in  forma  più  ristretta,  col 
titolo  "  Dell'indole  del  teatro  tragico  discorso  accademico 
recitato  in  una  conversazione  letteraria  a  Venezia  addì 
XXVIII  ottobre  OIDIO  CCXLIV  dal  Conte  Gianrinaldo 
Carli  Giusi inopolitano  ora  pubblico  professore  di  scienza 
nautica  nello  Studio  di  Padova  „. 

—  Osservazioni  sulla  musica  antica  e  moderna  [1743], 
nelle  Opere,  t.  XIV,  Milano,  1786,  pp.  329-450. 

Casamorata  L.  F.,  Studi  bibliografico-biografìci  sui  Mu- 
sicisti Toscani  (aggiunte  al  Fétis)  nella  Gazzetta  Musi- 
cale di  Milano,  An.  VI,  1847,  n"  31,  32,  36,  38,  39, 
45,  47,  48. 

Castil-Blaze,  L'Opera  italienne  (1548-1856),  Paris,   1856. 

Chilesotti  Oscar,  /  nostri  Maestri  del  passato.  Note  bio- 
grafiche sui  più  grandi  musicisti  italiani  da  Palestrina 
a  Bellini,  Milano,  Ricordi,  [1882]. 

Civita  Amelia,  Ottavio  Rinuccini  e  il  sorgere  del  melo- 
dramma in  Italia,  Mantova,  tip.  A.  Manuzio,  1900. 

Croce  B.,  I  teatri  di  Napoli.  Secoli  XV-XVIII,  Napoli, 
Pierro,  1891. 

D'Arienzo  N.,  Il  melodramma  dalle  origini  a  tutto  il  se- 
colo XVIII,  nel  volume  Aver  sa  e  Domenico  Cimar  osa 
nel  primo  centenario  della  sua  morte  (11  gennaio  1901), 
Napoli,  tip.  Giannini,  1901. 

—  Origini  dell'opera  comica  [Delle  origini  della  musica 
moderna),  nella  Rivista  Musicale  Italiana,  An.  Il  (1895), 
pp.  597-628. 


256  l'origine  del  melodramma 

G.  B.  BAi.h  Olio,  Lettera  2J)' ima.  SulV Amfi^mrnaso  d' Orazio 

Vecchi  Modenese  creduto  in-imo  dramma  buffo.  —  Lettera 

seconda.  Std  ^9^*«mo  pubblico   dramma   musicale  italiano 

e  sulVinventore  del  recitativo,  nelle  Notizie  Biografiche  e 

Letterarie    degli  scrittori   dello    Stato   Estense,    Reggio, 

Torrigiani  e  C,  1832,  p.  351  e  p.  358.  (E  prima  nelle 

Novelle  letterarie  di  Firenze,  1790,  nn.  30-33). 

Davaki  Stefano,   Notizie   biografiche   del   distinto    maestro 

di    musica    Claudio    Monteverdi   desunte    dai   documenti 

dell'Archivio  storico    Gonzaga,  in  Atti   e  Memorie  della 

R.  Accademia  Virgiliana  di  Mantova  (Biennio  1884-85), 

Mantova,  1885,  (ed  estratto,    Mantova,  Tip.-Lit.,  Mon- 

dovì,  1885,  pp.  108). 

De  Barberi  C,  Sul  melodramma:  Considerazioni,  Palermo, 

tip.  Gandiano,  1896. 
De  La  Fage  Adriano,  La  prima  compositrice  di  opere  in 
musica  e  la  sua  opera  [Francesca  Caccini],  nella  Gaz- 
zetta Musicale  di  Milano,  An.  VI  (1847),  n°  45. 
Canto   I  Dialogo  \   Della   Mvsica   Di  \  M.  Antofrancesco) 
Doni  Fiorentino.  \  [impresa]  |  In  Venezia  |  Appresso  Gi- 
rolamo Scotto.  I  MDXLIII;  8°,  ce.  48,  n.  recto;  in  fine 
impresa    e    Con  privilegio  per   anni   X.    [Riccardi ana, 
p.P.p.,  386]. 
Doni    Giovan    Battista,    De    praestantia    musicae    veteris 
libri  tres  totidem  dialogis  comprehensi  in  quibus  vetus  et 
recens  musica  cum  singulis  earum  partibus  accurate  inter 
se  conferuntur,  Firenze,  1643;  4".  (Riprodotto  nel  I  voi. 
delle  Opere). 
Compendio  [  Del    Trattato  \  De'    Generi  e  de'  Modi  \  Della 
Mvsica.  I  Di  Gio.  Battista  Doni.  1  Con  vn  discorso  sopra 
la  perfetione  \  de'  Concenti.  \  Et  un  Saggio  à  due  Voci  di 
Mutationi  di  Genere  e  di    Tuono  in   tre  \  maniere  d'In- 
tauolatura,  e  d'vn  principio  di  Madrigale  'del  \  Principe^ 
ridotto  nella  medesima  Intauolatura.  |  AlVEminentiss.  e 
Reuerendiss.  Sig.  \  Il  Sig.  Cardincd  Barberino  j  [stemma 
Barberini]  |    In  Roma,   Per    Andrea   Fei.  MDCXXXV. 
Con  licenza  de'  Superiori;  4°  picc. 
Annotazioni  |  Sopra  il  Compendio  de'  Generi,  e  de'  Modi  \ 
della  Musica,  \  Di  Gio.  Battista  Doni,  j  Dove  si  dichia- 


l'origine  del  melodramma  257 

rano  i  Ivoghi  più  oscvri  e  le  Massime  più  niioue,  et 
importanti  si  prouano  con  ragioni,  e  |  testimonianze  eui- 
denti  d'Autori  classici.  \  Con  due  Trattati  L'vno  sopra  i 
Tuoni,  e  Modi  veri.  L'altro  sopra  i  Tuoni  o  \  Armonie 
degV Antichi.  \  Et  sette  Discorsi  sopra  le  materie  più 
princi-  !  pali  della  Musica,  ò  concernenti  alcuni  istru- 
menti  \  nuoui  praticati  dall' Autore.  \  [stemma  Barberini]] 
In  Roma,  Nella  stamperia  di  Andrea  Fei.  MDCXL.j' 
Con  licenza  de'  Superiori;  4"  picc. 

Jo.  Baptistae  Doni,  Patricii  Fiorentini,  Lyra  Barberina, 
AM0IXOPAOI.  Accedunt  eiusdem  opera,  pleraque  nondum 
edita,  ad  veterem  musicam  illiistrandam  pertinentia.  Ex 
autographis  collegtt  et  in  lucem  prof  erri  curavit  Antonio 
Francisco  Gorius  Basilic.  Bapt.  Fior,  olim  Praep.  Di- 
stribitta  in  Tcmos  II.  Ahsoluta  vero  studio  et  opera  Jo. 
Baptistae  Passeri  Pisaurensis  cum  Praefationihus  eiusdem. 
Florentiae,  typis  Caesareis,    anno  MDCCLXIII;  in  fol. 

De'  trattati  di  musica  di  Gio.  Battista  Doni,  lyatrizio  fio- 
Tentino.  Tomo  secondo  ne'  quali  si  esamina  e  dimostra 
la  forza  e  l'ordine  della  musica  antica  e  per  qual  via 
ridur  si  possa  alla  pratica  efficacia  la  moderna.  Raccolti 
e  pubblicati  da  Anton  Francesco  Gori,  ecc.  In  Firenze, 
l'anno  MDCCLXIII.  Nella  Stamperia  Imperiale;  infoi. 

Drammaturgia  di  Lione  Allacci  accresciuta  e  continuata 
fino  all'anno  MDCCLV,  In  Venezia,  MDCCLV,  presso 
Giambattista  Pasquali.  (La  prima  ediz.  è  di  Roma,  1666)- 

Ferrari  Paolo  Emilio,  Spettacoli  drammatico-musicali  e 
coreografici  in  Parma  dall'anno  1628  all'anno  1683, 
Parma,  Luigi  Battei,  colle  stampe  di  Michele  Adorni, 
1884-87;  4°. 

Flechsig,  Die  Dekoration  der  moderner  Bilhne  in  Italien 
von  Anfdngen  bis  zum  Schluss  des  XVI.  JahrhundertSì 
Berlin,  Schutze,  1894. 

Fronimo  Dialogo  \  Di  Vincentio  Galilei  Fiorentino,  \  Nel 
qvale  si  contengono  le  vere,  \  Et  necessarie  regole  del 
Intaiiolare  la  Musica  nel  Liuto,  \  [fregio]  |  Posto  nuo- 
uamente  in  luce,  et  da  ogni  errore  emmendato.  |  [im- 
presa]  I    In    Vinegia ,   |    Appresso    Girolamo     Scotto.  J 

Solerti,  L'origine  del  Melodramma.  33 


258  l'origine  del  melodramma 

MDLXVIII;  e  in  fine  id,  MDLXIX;  in-fol.  (La  dedicata 
è  in  data  20  ottobre  1568). 

Frontino  \  Dialogo  \  di  Vincentio  Galilei  |  Nobile  Fioren- 
tino, I  Sopra  l'arte  di  bene  intavolare,  \  Et  rettamente 
sonare  la  Mvsica  \  Negli  strumenti  artificiali  sì  di  corde 
come  di  fia-  |  to,  et  in  partictdare  nel  Liuto.  \  Nuoua- 
mente  ristampato ,  et  dall'Autore  stesso  arrichito,  \  et 
ornato  di  novità  di  concetti,  et  d'esempi  \  [fregio  e  im- 
presa] I  In  Vine^gia,  |  Appresso  l'Herede  di  Girolamo 
Scotto,  I  M.D.LXXXIIII  ;  fol.  (La  dedic.  a  Jacopo  Corsi 
è  in  data  30  aprile  1584). 

[entro  fregio]  Dialogo  \  Di  Vincentio]  Galilei  !  Nobile] 
Fiorentino  \  Della  Musica  Antica,  \  Et  Della  Moderna f\ 
In  Fiorenza  M.D.LXXXI.  |  Appresso  Giorgio  Mare- 
scotti  ;  in-foL  (La  dedicat.  a  Giovanni  Bardi  è  in  data 
primo  giugno  1581.  —  Ve  una  ristampa  in  Firenze, 
per  Filippo  Giunti,  MDCII). 

Galvani  L.  N.  [Salvioli  L.],  /  teatri  musicali  di  Venezia 
nel  secolo  XVII  (1637-1700).  Memorie  storielle  e  biblio- 
grafiche, Milano,  Ricordi,  [1879]. 

Gandini  Alessandro,  Cronistoria  dei  teatri  di  Modena 
dal  1539  al  1871,  arricchita  di  interessanti  notizie  e  con- 
tinuata sino  al  1873  da  Luigi  Francesco  Valdrighi  e 
Giorgio  Moreni,  Modena,  tip.  Sociale,  1873,  voi.  5. 

—  Cronistoria  de'  teatri  di  Modena  dal  1873  a  tutto  il 
1881,  compilata  da  G.  Ferrari  Moreni  e  V.  Tardini, 
Modena,  1883. 

Gandolfi  Riccardo,  Alcune  considerazioni  intorno  alla  ri- 
forma melodrammatica  a  proposito  di  Giidio  Caccini 
detto  Romano,  nella  Rivista  Musicale  Italiana,  An.  Ili, 
(1896),  pp.  714-20. 

—  Appunti  di  Storia  musicale.  Cristofaro  Malvezzi  e 
Emilio  de'  Cavalieri,  nella  Rassegna  Nazionale,  An.  XV 
(1893),  voi.  LXXIV,  pp.  297-306. 

Gaspari  G.,  Dei  musicisti  bolognesi  al  XVI  secolo  negli 
Atti  e  Mem.  della  R.  Dep.  di  St.  Rat.  ^yer  le  prov.  di 
Romagna,  S.  II,  voi.  IL 

Gasperini  Guido,  Storia  della  musica.  Letture  fatte  in  Fi- 
renze nella  Sala  Maglioni  (Inverno  1899),  Firenze,  tip. 


l'origine  del  melodramma  259 

Baroni  e  Lastrucci,  1899;  8"*.  [Il  medesimo  autore  ha 
tenuto  altre  quattro  conferenze  sulla  musica  nel  500, 
nella  Sala  Costanzi  a  Roma  nell'inverno  1901^  che  finora 
non  furono  pubblicate]. 

Gevaert  F.  a.,  Les  gloires  de  V Italie.  Chefs- d'oeuvre 
anciens  et  inédits  de  la  musique  vocale  italienne  aux  XVII 
et  XVIII  siècles,  reciieillis,  annotés  et  transcrits  pour 
Piano  et  Chant  par....  —  D'après  les  manuscrits  originaux 
ou  éditions  primitives,  avec  page  chiffrée.  Avec  ixiì'oles 
italiennes  originales  et  traduction  frangaise  de  Victor 
Wilder,  Paris,  Hengel  et  Fils,  [1868];  2  voi. 

F.  A.  G[evaert],  La  musique  vocale  en  Italie.  Première 
Partie.  Les  maitres  florentins  (1590-1630),  neW Annuaire 
du  Conservatoire  Rogai  de  Musique  de  Bruxelles,  6^  année 
1882.  Bruxelles,  C.  Muquardt.  (Un  sommario  apparve 
come  prefazione  alle  Gloires  d'Italie  ;  e  poi  per  intiero 
ne  Le  Ménestrel,  dicembre  1872  e  gennaio  1873). 

Giannini  G.,  Origini  del  dramma  musicale,  nel  Propugna- 
tore, Nuova  Serie,  voi.  VI,  Bologna,  1893. 

Giordani  Gaetano,  Intorno  al  gran  teatro  del  Comune  e 
ad  altri  minori  in  Bologna.  Memorie  storico-artistiche, 
Bologna,  Soc.  tip.  Bolognese  e  Ditta  Sassi,  1855  ;  8". 

Giustiniani  Vincenzo,  marchese  di  Bassano,  Discorso  sopra 
la  musica  de' suoi  tempi  [1628],  Lucca,  Giusti,  1878. 
(Per  nozze  Banchi-Brini,  edito  da  S.  Bongi). 

GoLDSCHMiTH  HuGO,  Dìc  Italienisclie  Gesangsmethode  des 
XVIL  Jahrhunderts,  Breslau,  1890. 

Gravina  V.,  Della  tragedia  libro  uno,  nelle  Opere,  Milano, 
Classici,  1819.  (I  cap.  33-37  sulla  musica  nelle  tragedie). 

Groppo  Antonio,  Catalogo  di  tutti  i  drammi  per  Musica 
recitati  ne'  Teatri  di  Venezia  dall'anno  1637  in  cui  eb- 
bero principio  le  pubbliche  rappresentazioni  de'  medesimi 
fin  all'anno  presente  1745.  Con  tutti  gli  Scenari,  varie 
edizioni,  ed  aggiunte  fatte  a'  Drammi  stessi.  In  Venezia, 
appresso  Antonio  Groppo,  [1745]. 

—  Aggiunta  al  Catalogo  dei  Drammi  dalla  primavera 
dell'anno  1745  fin  all'autunno  dell'anno  1752.  In  Venezia, 
appresso  Antonio  Groppo,  [1752]. 

Ingegneri  Angelo,   Della  poesia  \  rappresentativa  \  et  \  del 


260  l'origine  del  melodramma 

modo  di  rappresentare  \  le  favole  sceniche.  \  Discorso] 
Al  Serenissimo  Signore,  \  Il  Signor  Don  Cesare  d'Este] 
Duca  di  Modena,  et  di  Reggio,  ecc.  \  [stemma]  |  In  Fer- 
rara, I  Per  Vittorio  Baldini,  Stampator  Camerale, 
MDXCVIII.  I  Con  licenza  de'  Superiori,  Et  con  privi- 
legi; 4°. 
IvANOvicH  Cristoforo  Epirota,  Memorie  teatrali  di  Venezia. 
Contengono  diversi  trattenimenti  piacevoli  della  Città,  la 
introduzione  dei  Teatri,  il  Titolo  di  tutti  i  drammi  rap- 
presentati, col  nome  degli  autori  della  Poesia,  e  di  Mu- 
sica, sino  a  quest'anno  1681.  Trascorso  istorico,  nell'opera 
Minerva  al  tavolino  (in  fine  al  voi.  I),  Venezia,  1681,  ap 
presso  Nicolò  Pezzana;  12". 

—  e  col  catal.  continuato  fino  al  1687,  ibidem,  Venezia, 
1688,  appresso  Nicolò  Pezzana;  12°. 

Lanza  C,  Le  origini  del  melodramma  in  Italia,  negli  Atti 
dell'Accademia  Pontaniana,  XXIII,  Napoli,  1893. 

Discorso  \  Sopra  \  La  Musica  \  Antica,  \  E  Moderna,  \  di 
M.  Girolamo  Mei  |  Cittadino  ed  Accademico  Fiorentino.] 
Con  Privilegio  i  [impresa]  |  In  Venetia,  M.  DC.  II.  I 
appresso  Gio.  Battista  Ciotti.  |  Con  licenza  de'  Supe- 
riori; 4";  ce.  12  nn.  (È  un  riassunto  di  Piero  Del  Nero 
a  Baccio  Valori). 

Menestrier  p.  Cl.  Fr.,  Des  Ballets  anciens  et  modernes,  selon 
les  régles  de  l'art  du  tìieatre,  Paris,  chez  René  Gui- 
gnard,  1682;  12o. 

—  Des  I  Representations  \  en  musique  \  anciennes  \  et  mo- 
dernes. 1  [fregio]  i  A  Paris  I  chez  René  Guignard,  rue 
Saint  I  Jacques,  au  grand  Saint  Basile.  |  M.DC.LXXXI.j 
Avec  Privilege  du  Roy;  16". 

MoLMENTi  P.,  La  Poesia  e  la  Musica  nell'antica  Venezia, 
nella  Gazzetta  Musicale  di  Milano,  anno  V  (1900),  n°  34. 

—  Di  un  antica  forma  di  Rappresentazione  teatrale  vene- 
ziana (Le  momarie),  nella  Gazzetta  Musicale  di  Milano, 
Anno  XLIX,  n"  22,  Milano,  3  giugno  1894.  (Cfr.  Venezia 
nella  vita  p}'ivata,  p.  298;  e  Venezia:  nuovi  studi  di 
Storia  e  d'Arte,  Firenze,  Barbera,  1898). 

Morrocchi  Rinaldo,  La  musica  in  Siena.  Appunti  storici  rela- 
tivi a  quest'arte  e  a'  suoi  cultori,  Siena,  Sordomuti,  1886. 


l'origine  del  melodramma  261 

Muratori  L.  A.,  Dissertazioni  sopra  le  Antichità  Italiane^ 
Milano,  Classici,  1836.  (Nel  t.  Il,  Dissert.  XXIV.  Delle 
arti  degli  Italiani  dopo  la  declinaziojte  dell'impello  ro- 
mano, a  pp.  13-18  parla  della  musica). 

Napoli-Signorelli  Pietro,  Storia  critica  de'  teatri  antichi 
e  moderni  divisa  in  dieci  tomi,  Napoli,  presso  Vincenzo 
Orsino,  1818;  8°. 

Paglicci-Brozzi  a..  Contributo  alla  storia  del  teatro.  Il 
teatro  a  Milano  nel  secolo  XVII.  (con  illustrazioni), 
Milano,  Ricordi,  [1891]. 

Perosa  ab.  Leonardo,  Della  origine,  dei  progressi  e  degli 
effetti  del  Melodramma  in  Italia.  ^Memoria.  Venezia, 
tip.  Antonelli  editrice,  MDCCCLXIV;  8^ 

Piazza,  Delle  prime  opere  in  musica  in  Italia  e  in  Francia, 
nella  Gazzetta  Musicale  di  Milano,  An.  V,  n°  10  e  11, 
(1846). 

PiccHiANTi  Luigi,  Jacopo  Peri,  nella  Gazzetta  Musicale  di 
Milano,  Anno  II  (1848),  n°  44,  46,  52,  e  Anno  IH  (1844), 
n°  1,  6. 

Raccamadoro-Ramelli  Francesco,  Ottavio  Rinuccini.  Studio 
biografico  e  critico,  Fabriano,  Stab.  tip.  Gentile,  1900;  16°. 

Raffaelli  P.,  Il  melodramma  in  Italia,  Firenze,  1881. 

Ricci  Corrado,  I  teatri  di  Bologna  nei  secoli  XVII  e  XVIII. 
Storia  aneddotica.  Con  7  illustrazioni,  Bologna,  Succes- 
sori Monti  edit.'S  1888. 

Roberti  Giulio,  La  Cappella  Regia  di  Torino  {lol5-1870). 
Con  una  lettera  del  Barone  Antonio  Manno,  Torino, 
Roux  e  Favale,  1880;  16°,  pp.  70. 

—  La  musica  alla  Corte  dei  Duchi  di  Savoia  e  dei  Re  di 
Sardegna  (1515-1870)  in  Gazzetta  Piemontese,  Torino, 
1879,  n°  222  sgg. 

Roeder  Martino,  Il  melologo  e  la  sua  origine.  Studio  cri- 
tico-storico, nella  Gazzetta  Musicale  di  Milano,  Anno  XXX 
(1875),  n"  23,  24,  27,  28,  80. 

Rollano  Romain,  Les  origines  du  théàtre  lyrique  moderne. 
Histoire  de  l'Opera  en  Europe  avant  Lully  et  Scarlatti, 
Paris,  Thorin,  1895  (della  Bibliothèque  des  Écoles  Fran- 
gaises  d'Athènes  et  de  Rome,  fascicule  71). 

Sacchi  DefexVdente,  SidV invenzione  del  melodramma  attri- 


262  l'okigine  del  melodramma 

hiiita  ad  Ottaviano  (sic)   Rinuccini.     Discorso  storico  di 

—  — ,  nel  Nuovo  Ricoglitore  di  Milano,  1828,  n**  41, 
pp.  327-347. 

Serie  cronologica  dei  Drammi  recitati  su  de''  Pubblici  teatri 
di  Bologna  dall'anno  di  nostra  salute  1600  sino  al  cor- 
rente 1737,  Opera  dei  sig.  SoccJ  Filopatri  di  Bologna. 
(in  fine):  In  Bologna  per  Costantino  Pisarri  sotto  le 
Scuole,  1737.  Con  lic.  de' Superiori;  in-8  picc.  [È  opera 
dell'avv.  Alessandro  Machiavelli  e  piena  d'imposture. 
Così  I'Arteaga  (I.  170),  il  Fantuzzi  (v,  p.  96),  il  Ricci 
(pp.  4-5),  il  Giordani  (p.  52).  L'Accademia  dei  Filo- 
patri non  è  mai  esistita  a  Bologna]. 

Solerti  Angelo,  Le  rappresentazioni  musicali  di  Venezia 
nel  secolo  decÌ7nosesto,  nella  Rivista  Musicale  Italiana, 
Yol.  IX,  fase.  3*,  pp.  503,  Torino,  Bocca,  1902. 

—  Emilio  de'  Cavalieri  e  Laura  Guidiccioni  Lucchesini 
{Le  origini  del  melodramma),  nella  Rivista  Musicale  Ita- 
liana, Voi.  IX,  fase.  4°,  pp.  797,   Torino,  Bocca,  1902. 

Torchi  Luigi,  L'accompagnamento  degl'istrumenti  nei  me- 
lodrammi italiani  della  prima  metà  del  seicento,  nella 
Rivista  Musicale  Italiana,  II,  4. 

Yaccolini  Domenico,  Della  musica  in  Italia,  Bagnacavallo, 
1844. 

Vogel  e.,  Claudio  Monteverdi.  Leben,  Werken  ini  Lichte 
der  zeitgenossischen  Kritik  und  Verzeichnis  seiner  im 
DrucTc  erschienenen  Werke,  Leipzig,  Breitkopf  und  Hartel, 
1887  (estr.  dalla  Vierteljahrschrift  filr  Musikwissen- 
schaft).  [La  prima  ediz.  fu:  Claudio  Monteverdi.  Inau- 
gural-Dissertation  zur  Erlangung  der  Doctorivilrde  von  der 
philosoph.  Facultàt  der  Koniglichen  Friedrich- Wilhelm- 
Universitàt  zu  Berlin,  1887,  in  pochi  eserdplari]. 

—  Marco  da  Gagliano,  Zur  Geschichte  des  Florentiner 
Musiklebens  von  1570  bis  1650;  estr.  dalla  Viertel- 
jahrschrift filr  Musikwissenschaft,  1889,  Heft.  3,  n.  4. 
Leipzig,  Breitkopf  und  Hartel,  1888. 

WiEL  Taddeo,  Catalogo  delle  opere  in  musica  rappresentate 
in  Venezia,  Venezia,  1892. 

FINE 


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Solerti^  Angelo^  1865-1907 

Le  origini  del  melodramma 


ML    1702    .8682 

Solerti^     Angelo^     1885-1907 

Le    origini    del    melodramma 

Hot  to  "be  taken  from  the  library. 


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